Pablito Aimar è stato uno dei tanti numeri 10 argentini, delle generazioni successive a quella di Maradona, etichettato come erede del D10S.

Come Juan Roman Riquelme o Marcelo Gallardo, Aimar è uno dei 10 che ha ricevuto questa investitura eccessiva, ma ha comunque giocato a ottimi livelli. Nulla di paragonabile con Messi, tantomeno con lo stesso Maradona, ma siamo al cospetto di un grande artista del calcio.

A dispetto del soprannome, Aimar non è stato un artista di circo, ma un numero 10 moderno, non troppo sregolato, geniale quanto basta e, soprattutto, uomo assist cruciale. D’altronde l’inizio di carriera straordinario lasciava presagire ben altro percorso.

Eppure il Mago (altro dei suoi soprannomi) non si è perso a causa del carattere, come avvenuto a tanti calciatori estrosi. La sua ascesa è andata incontro a un brusco stop esclusivamente a causa dei tanti problemi fisici che ne hanno condizionato la carriera. Le sue esili caviglie lo hanno tormentato sin dai primi anni in Europa. L’argentino è stato uno dei tanti grandi talenti che conteneva una vena di fragilità intrinseca.

Dotato di tecnica purissima e di sublime visione di gioco, nonché della capacità di trovare la giocata giusta per decidere ogni partita, Aimar era dotato di uno stile di gioco unico, un’intelligenza tattica ammirevole e buone doti di finalizzazione. Riusciva a liberarsi dei suoi avversari e a lanciare i compagni a rete in maniera fulminea. La sua grandezza è consistita nel traslare in campo la semplicità del calcio di strada, senza tuttavia mai perdere di vista la disciplina.

Valeva la pena pagare il prezzo del biglietto solo per vedere le sue giocate. Il suo modo di trattare il pallone ha segnato più generazioni di tifosi. Così come è stato un esempio fuori dal campo. Personaggio schivo e antidivo, non si è mai reso protagonista di comportamenti fuori dalle righe.

Aimar e Riquelme in un Boca-River

 

 

Al Valencia è stato devastante. Nell’epopea de Los Che, che hanno spezzato la stucchevole egemonia di Barcellona e Real, la sua firma è stata indelebile. Il suo contributo ai successi dell’Hombre Vertical Héctor Raúl Cúper e poi di Rafa Benitez è stato tangibile. Con il Mago come catalizzatore della manovra offensiva, il Valencia ha vissuto i migliori anni della sua storia.

Al Benfica è giunto nel 2008, all’età di soli 29 anni. Il payaso era chiamato a raccogliere l’eredità di un certo Manuel Rui Costa. In un campionato meno esigente della Liga sognava di rinverdire i fasti del passato con il River. E ci è riuscito in buona parte, nonostante gli immancabili infortuni.

Vedere giocare Aimar è sublimare quello che in argentina definiscono paladar negro, il “palato fine”. La sua classe e la sua eleganza erano innate. E il payaso non è sceso a compromessi tra estetica ed efficacia. Adesso non possiamo non ricordarlo come un calciatore estroso ma quadrato, geniale ma concreto. Uno come lui, per intenderci, ha cavalcato le correnti opposte di Menotti (la tecnica prima di tutto) e di Bilardo (gli equilibri la fanno da padrone), dimostrandosi adatto in qualsiasi contesto.

Le immense qualità di Aimar sono sintetizzate in maniera emblematica da Leo Messi: «Penso che ognuno sia diverso, però ho un po’ lo stile di gioco di Aimar, giocando nella stessa posizione e tutto. Come quando riceve in corsa e la tocca in velocità sa già quello che deve fare».