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Sono passati quasi vent’anni dalle parole dalle parole posate e coinvolgenti del mitico Riccardo Cucchi: «Mentre in questo istante Collina dichiara concluso il confronto. Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000: la Lazio è campione d’Italia».

Ma andiamo per gradi.

La stagione ’99/2000 è sicuramente tra le più attese per il calcio italiano.

Appena qualche mese prima, il Parma trionfava sul Marsiglia in finale di Coppa UEFA, comprovando con il successo di una grande competizione internazionale l’alto valore della propria rosa.

Al Villa Park di Birmingham, andava in scena l’ultima finale di Coppa delle Coppe tra la Lazio di Eriksson e il Maiorca di Cuper. La partita, decisa dalle reti di Vieri e Nedved, consacra la Lazio a livello mondiale. I biancocelesti, infatti, vinceranno (il 27 agosto del ’99) anche la Supercoppa Europea contro il Manchester United di Ferguson, che commentava profeticamente: «la squadra più forte che io abbia mai affrontato in carriera».

Ben sette squadre a contendersi il titolo dunque, le famose “sette sorelle”: Juventus, le due milanesi, le due romane, Parma e Fiorentina. Tutti ricorderanno l’esito della stagione appena trascorsa: suicidio Lazio e vittoria Milan.

Nonostante l’evidente altissimo livello di quell’anno, i biancocelesti di Eriksson riusciranno ad avere la meglio grazie ad una squadra di valore assoluto organizzata in modo esemplare dal suo allenatore. E dire che Eriksson non era nemmeno la prima scelta: “Il ds Governato in realtà come allenatore voleva Ancelotti. Lo chiamammo, ma ci disse che lui, ex giallorosso, non si sentiva di passare dall’altra parte del Tevere, lo avrebbe vissuto come un tradimento. Allora puntammo su Eriksson e fu la nostra fortuna. Lui e Mancini cambiarono quella mentalità fatalista, molto provinciale, che c’era nella Lazio fino a quel momento. Sembrava che la scaramanzia contasse più del lavoro. Eriksson portò tutto il suo staff, tutti molto preparati e professionali. Comprammo mezza Sampdoria perché poi arrivarono Lombardo, Mihajlovic, Veron. Avevano una mentalità vincente che fece la differenza. Al di là delle doti tattiche, Sven era soprattutto un grande psicologo: aveva un rapporto speciale con i giocatori, sapeva capirli e parlare con loro anche nei momenti difficili”.

La conformazione della squadra

Quella Lazio riuscirà a smentire pure il luogo comune del grande goleador come conditio sine qua non per arrivare al tricolore. Perché di fatto Bobo Vieri, ceduto all’Inter per 90 miliardi, non è stato sostituito con una punta di pari peso: la dirigenza, dopo vari tentativi a vuoto, si affiderà numericamente al 23enne Simone Inzaghi, reduce da 15 gol in 30 partite al Piacenza nel suo debutto in A, a cui si aggiunge Ravanelli, acquistato nella sessione invernale.

La Lazio riuscirà ad assorbire l’assenza di un bomber mandando in gol 15 giocatori, ma solo uno in doppia cifra (Salas, 12 reti, seguito da Veron, 8 reti, e Mihajlovic, 6), per un totale di 64 reti, una in meno della formazione con l’attacco più prolifico, il Milan.

I biancocelesti però avevano impreziosito un centrocampo già eccelso – che poteva contare su Nedved e Conceição sugli esterni, oltre ad Almeyda in mezzo al campo e a uno Stankovic estremamente versatile nella prima parte della carriera – su Simeone, inserito nella trattativa per Vieri e valutato una ventina di miliardi, Sensini e Verón, presi entrambi dal Parma rispettivamente per 10 e 53 miliardi.

Già dalla Supercoppa europea, Eriksson decide quindi di orientare la formazione base sul centrocampo, il migliore al mondo secondo molti, schierando un 4-5-1 estremamente “liquido”, che poteva essere declinato in un 4-2-3-1, 4-3-3 o 4-4-2 a seconda degli interpreti e dei momenti della partita, dove Nedved, nominalmente mezzala sinistra, o Mancini, che parte dalla fascia sinistra, accompagnano la punta centrale.

L’allenatore svedese, in particolare nelle grandi partite, schiera quindi cinque centrocampisti, liberi di spartirsi gli spazi a seconda delle contingenze: gli unici punti fissi erano l’esterno destro, Conceição (o in alternativa Stankovic), che batteva la corsia a ritmo robotico, e un mediano bloccato, Almeyda o Sensini, a sfruttare le proprie qualità nel gioco lungo e nella schermatura della difesa. Le altre tre caselle sono delle variabili, che semplificando vengono riempite da un altro interno più vicino al mediano, un esterno sinistro con ampia libertà di movimento e un’altra mezzala/trequartista a legare mediana e attacco.

La stagione della Lazio

Lo scudetto 99/2000, insieme alla Coppa Italia vinta nella finale con l’Inter appena qualche giorno dopo, in una stagione iniziata con il trionfo della citata Supercoppa europea, segnano il momento più alto dell’era Cragnotti.

Un epilogo incredibile considerato poi il crollo invernale e l’eliminazione dalla Champions in aprile, che però non hanno fatto deragliare la rosa, profonda a livello quantitativo e qualitativo, che Eriksson ha ruotato per tutta la stagione. Un tecnico signorile e pacato nei toni, forse mai apprezzato fino in fondo, più che dall’ambiente, dalla sua società, che lo ha sempre visto con un filo di scetticismo. Forse, con un organico di quel valore, gli è mancata un’affermazione in Europa più prestigiosa della Coppa delle Coppe e di una finale di Coppa UEFA nel ’98 per consacrarsi definitivamente e trasformare un grande ciclo in qualcosa di epocale. Quello che è mancato a questa squadra è stata la consacrazione in Champions. Al cospetto di avversarie alle portata, la Lazio ha deluso le attese negli anni successivi. Dopo la vittoria dello scudetto, Eriksson dichiarò: «Per completare l’opera voglio vincere la Champions League: 10 anni fa arrivai in finale col Benfica, ma non ci fu nulla da fare col Milan di Sacchi. A Roma non manca niente per riprovarci, l’ambiente è eccezionale».

La Lazio scesa in campo a Montecarlo nella Supercoppa Europea contro il Mancheter United

In un’intervista a The Coaches Voice, Eriksson ricorda la forza di quella squadra, iniziando a parlare di Mihajlovic, indicato come uno di quelli che poteva vincere le partite da solo. Eriksson ricorda che Mihajlovic decideva le partite con i calci di punizione, facendo poi riferimento ad altri campioni dell’epoca, come Mancini, Salas o Nedved. Il tecnico svedese ricorda tuttavia che tutti i giocatori della sua squadra avevano colpi per vincere partite.

Prima di tutto era una squadra non con un solo leader, ma con 11 leader. Mancini, Simeone o Almeyda erano allenatori in campo, come ricorda Eriksson, ed erano tutti giocatori vincenti. Eriksson ricorda la vittoria del campionato la domenica e il mercoledì successivo doveva affrontare l’Inter per la finale di Coppa Italia. Lippi, allora tecnico dell’Inter, chiese scherzosamente allo svedese di far vincere la Lazio, in quanto la squadra biancoceleste stava dominando tutto. Eriksson affermò che la Lazio non stava riuscendo a preparare bene la partita perché aveva appena vinto il campionato e c’era tanto trambusto post-vittoria. Il discorso dello svedese fu decisivo: “Concentratevi al massimo, siete dei professionisti e andiamo anche a vincere quella Coppa”. E la Lazio la vinse. Eriksson ha chiuso poi questa parte dell’intervista affermando che ha apprezzato più la vittoria della Coppa Italia che di quello scudetto, vista le condizioni in cui è maturata, grazie all’atteggiamento da grandi professionisti dei suoi calciatori, che avevano oramai sviluppato una mentalità vincente.

Per il tecnico svedese quello scudetto rappresenta il punto più alto della carriera. Eriksson, che nell’ottobre 2000 si accorda per guidare la Nazionale inglese dal luglio del 2001, verrà esonerato a gennaio dopo un ko casalingo contro il Napoli e da quel momento inizia un lungo viaggio che lo vedrà in diversi continenti, senza però più lottare per obiettivi di prima fascia.