Il titolo dell’articolo è chiaramente sarcastico dopo la sparata del capo dell’AIA Marcello Nicchi. Nicchi ha dichiarato: “Si potrebbe ripartire senza Var. Il rischio c’è, potremmo essere costretti a farlo. Oggi per il Var si usano ambienti angusti, ci sono operatori che lavorano vicini ad altri e non si può sapere chi ha frequentato chi. Si corre il rischio che non ci siano le dovute distanze di sicurezza. Io mi auguro che la cosa non accada, ma potrebbe anche sorgere questo rischio”.

Queste dichiarazioni fanno il paio, in termini di assurdità, con quelle di Gravina che, prima di fare parziale retromarcia, parlava di ripartire a fine maggio. A questo punto, Gravina e la UEFA informino il coronavirus tramite WhatsApp e gli dicano che gli impegni calcistici sono improcrastinabili.

Tornando a Nicchi, in primo luogo, rimuovere il VAR riporterebbe indietro di qualche anno, vanificando un diritto acquisito per tutti gli appassionati di calcio e gli stessi arbitri. Proprio gli arbitri sono i primi a desiderare il VAR, ausilio essenziale per garantire una corretta direzione di gara.

Se il VAR è usato “in ambienti angusti”, lo sono anche le telecamere, con operatori e tecnici delle riprese che devono per forza di cose stare vicini. Parliamo poi del personale medico. Chi garantisce che, in caso di soccorso a un calciatore, il coronavirus non possa essere trasmesso da un membro del personale medico, magari asintomatico? Per non parlare del fatto che, in caso di ripresa con il coronavirus non ancora debellato, basterebbe che un calciatore fosse contagiato per creare un effetto a catena. Bisognerebbe rimettere in quarantena tutti, con annessi e connessi. Già hanno tentato goffamente di giocare a inizio marzo, facendo disputare anche Juve-Inter.

Caro Nicchi, a questo punto presumiamo che Lei abbia inviato un’email al virus, intimandogli di lasciare indenni tutti tranne gli addetti al VAR?