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Antonioli, Zebina, Samuel, Zago, Cafu, Tommasi, Zanetti, Candela, Totti, Batistuta, Delvecchio. Chiunque tifi la Roma ricorda questa formazione in maniera epica, quasi mitologica, come quella capace di vincere lo scudetto 2000/2001. Ebbene, fu anche la formazione che il primo novembre del 2000 fu letteralmente schiantata da un Inter non irresistibile a San Siro, con un 2-0 firmato da Recoba e un certo Hakan Sukur. Per i più giovani, e non per noi “vecchi giovani” che la ricordiamo bene, quell’Inter valeva poco più dell’Udinese. Giocava con Cirillo, Ferrari (!) e Blanc in difesa, Farinos e Gresko a centrocampo, Roy Keane, Recoba e la meteora turca in avanti. C’era anche un acerbo Seedorf per carità, era San Siro, ma ciò non sottrasse Capello da una critica feroce.

Il tecnico di Pieris fu massacrato per una tattica sbilanciata (quel Delvecchio a sinistra però…), arrivarono le vedove di Zeman a suonare la grancassa dicendo che in due anni il boemo aveva fatto meglio. A rincarare la dose c’era lo Scudetto vinto dalla Lazio pochi mesi prima e l’eliminazione in coppa Italia per mano dell’Atalanta (neopromossa) con un altro roboante 4-2. Fu la partita che di fatto aveva scatenato una contestazione senza precedenti a Trigoria con la macchina di Cafu distrutta e Totti a cercare di calmare una folla inferocita. La classifica recitava il “solito” quarto posto dietro (guarda un po’) all’Udinese, a pari merito con il Bologna.

La Roma a Milano sparì dal campo, intimidita e senza gioco, e ci volle poco a etichettarla come “la solita Roma che si scioglie quando è il momento di dare un segnale forte alle altre squadre”. Totti fu criticato aspramente, e con lui il resto della squadra. La realtà si dimostrò ben diversa: Capello stava cercando di equilibrare il grande potenziale offensivo che aveva tra le mani, dare corpo a un centrocampo che si basava sull’interdizione di Tommasi (contestatissimo) e un Cristiano Zanetti che era stato preso per rimpiazzare l’infortunato Emerson (strane analogie con il presente). Quell’Inter-Roma fu vissuta come una tragedia che, al tempo dei social, avrebbe scatenato tutti i #capelloout del mondo.

Senza ridimensionare quei giocatori che oggi a Roma sono avviati verso la beatificazione, il primo novembre 2000 quella Roma era ancora un’incognita forte sulla carta, ma che doveva vedersela contro una Lazio stellare che minacciava di vincere il secondo Scudetto di fila e una Juve che annoverava giocatori del calibro di Zidane, Davids, Del Piero e Trezeguet.

Le analogie tra quella Roma e la gara di Udine

Mettiamo subito in chiaro una cosa: un allenatore mediocre a Roma viene fagocitato, un allenatore bravo a Roma prima viene esaltato e poi sparisce, un fuoriclasse può portare la Roma dove non è abituata a stare. Non è un caso che nel dopoguerra abbiano vinto soltanto Nils Liedholm e Fabio Capello. Mourinho fa parte della loro categoria, quella dei fuoriclasse. La Roma vista a Udine, seppur troppo brutta per essere vera, è figlia di un processo di amalgama tattica, di ricerca di equilibrio, della ricerca di una mentalità che gli faccia fare un ulteriore step di crescita dopo la vittoria della Conference League.

Mourinho, nonostante continui a nascondersi dietro un dito, sa di avere in mano una rosa che sicuramente non è quella che aveva a disposizione Fabio Capello nel 2001 ma che, in un campionato mediocre come la Serie A di oggi, potrebbe anche arrivare clamorosamente a dama. La gara di ieri non ha similitudini con quella giocata a Torino contro la Juve, tranne che per il gol subito all’inizio. La squadra non ha certo brillato, ha subito i friulani nella corsa e anche nel palleggio. La Roma ha tuttavia prodotto occasioni sia per pareggiare che per riaprire la gara, salvo poi crollare nel finale dopo l’ennesima topica di Rui Patricio.

Il punto è che il tecnico portoghese è stato “tradito” da errori individuali ma è chiaro che lui, come Capello allora, stia cercando di dare un’impronta alla squadra in grado di farle fare il definitivo salto di qualità. All’epoca c’era da mettere in condizione Batistuta di coesistere con Totti, magari decentrando Delvecchio, oggi c’è la necessità di trovare un equilibrio senza rinunciare ai vari Dybala, Zaniolo, Pellegrini e Abraham.

A cosa serve contestare chiunque, Mourinho in primis?

Ogni tifoso della Roma che conosca la sua storia, dopo la sbornia estiva della Conference, dei selfie e dei grandi colpi, deve stare accanto a una squadra che merita un’apertura di credito per quello che mette in campo, a prescindere dai risultati.

Contestare e sparare nel mucchio dopo una sconfitta è facile, la tentazione è dietro l’angolo per rabbia o per interesse. I tifosi adesso hanno una cassa di risonanza che nel 2001 non esisteva ma devono essere bravi a capire cosa sta succedendo. Il potenziale di questa squadra è di livello, sta a tutto l’ambiente dare la dovuta tranquillità a giocatori e ad un allenatore che ha tutte le armi a disposizione per far sì che questa battuta d’arresto diventi un’occasione per crescere.

Senza buttare a mare quanto di buono realizzato nell’ultimo biennio per quello che potrebbe essere un semplice incidente di percorso. José Mourinho, ricordiamocelo sempre, è un allenatore a cui piace dannatamente “fare la Storia” dei club che allena, spesso ci è riuscito, e la Roma non fa eccezione.