Accadde oggi: la vergogna nei confronti di Carosio

Esattamente 50 anni fa, il giornalista Nicolò Carosio commentò la sua ultima partita ai Mondiali. Carosio fu vittima di una vomitevole diffamazione

Nicolò Carosio è stata una delle voci più celebri legate al mondo del calcio italiano. Fu il primo commentatore di una partita dell’Italia ai mondiali, quelli del 1934 che vincemmo. All’epoca il giornalista lavorava per l’EIAR, prima di passare alla RAI.

A distanza di 36 anni, esattamente l’11 giugno del 1970, Nicolò Carosio commentò la sua ultima partita della Nazionale italiana a un Mondiale. Si trattava di Italia-Israele, finita 0-0 e contraddistinta da un episodio che si sarebbe rivelato fatale per la sua carriera. Dal video si capisce chiaramente la frase «Rete! L’arbitro ha convalidato il punto. Però il guardalinee ha alzato la bandiera…L’arbitro aveva convalidato il punto e il guardalinee… no: niente convalida!… Ma siamo proprio sfortunati!». Questo era stato il massimo disappunto espresso da Carosio nei confronti del guardalinee etiope Seyoum Tarekegn, che aveva annullato un gol regolare a Gigi Riva.

Si sospetta inoltre che il guardalinee Tarekegn fosse davvero filo-israeliano: Israele aveva effettuato il ritiro pre-Mondiale in Etiopia e il guardalinee conosceva già la delegazione israeliana che si sarebbe recata in Messico.

«Ma cosa vuole quel negraccio?»

La frase attribuita a Carosio e, naturalmente, mai pronunciata dal telecronista. Tuttavia, purtroppo la macchina del fango si era messa in moto nei suoi confronti, come dimostrato dal trafiletto sottoriportato. L’articolo era de La Stampa e fu pubblicato il 19 giugno 1970, a otto giorni di distanza dalla partita incriminata.

A seguito di questa segnalazione, l’Ambasciata dell’Etiopia protestò formalmente con la Farnesina e la RAI rimosse subito Carosio dal ruolo di telecronista delle partite della nazionale a quel mondiale. Tutti ricordano Nando Martellini come voce di Italia-Germania 4-3 e della finale persa contro il Brasile al Mondiale del 1970.

Laiketsion Petros, ingegnere etiope residente a Roma, scrisse una lettera al Messaggero, due giorni dopo la partita, dal titolo Una frase di pessimo gusto. Petros aggiunse però di averla sentita in radio. La frase incriminata era “Il Niegus si è vendicato”. L’ingegnere spiegò nella lettera: «Sono rimasto molto sorpreso nel sentire alla radio i commenti sia del radiocronista che di altre persone relativi al guardalinee etiope Tarekegn, dopo la cronaca della partita Italia-Israele. La frase che più mi ha colpito è stata quella, più volte ripetuta: “Il Negus si è vendicato”. A parte il fatto che il Negus si sia già vendicato, perdonando e dimenticando il passato, e oggi italiani e etiopi vivono sia in Italia che in Etiopia nella migliore delle armonie, sia nel lavoro che nello sport, ritengo che questa frase detta a 20 milioni circa di radioascoltatori, sia veramente di pessimo gusto e del tutto priva di qualsiasi fondamento».

Appunto, Petros affermò di aver sentito la frase DOPO la partita, in radio, appunto, non in televisione. L’autore della battuta era stato Antonio Ghirelli, direttore del Corriere dello Sport. Lo stesso Ghirelli che qualche anno prima si era reso protagonista di un incidente diplomatico con il Cile, che probabilmente contribuì a creare il clima della “Battaglia di Santiago”.

All’epoca Nicolò Carosio aveva 63 anni. Non era certamente un dinosauro, ma era reputato antiquato da qualcuno per una TV in continua evoluzione. La sua ultima telecronaca ebbe luogo a ottobre del 1970 in occasione di un match tra la nazionale azzurra e la Svizzera. Quella partita rappresentò l’infame pietra tombale dell’illustre carriera di un maestro del giornalismo. Una carriera distrutta da un giustizialismo interessato ad esporre innocenti al pubblico ludibrio, come avvenne con Enzo Tortora. Una diffamazione che non risparmiò nemmeno “il padre di tutti noi radio e telecronisti sportivi”, come lo definì il grande Riccardo Cucchi.

La calunnia del “negraccio” andò avanti e non fu estirpata (qui per esempio il Corriere ne fece una ricostruzione ancor più fantasiosa).

A porre fine a questa diffamazione nei confronti di Carosio, ci pensarono Massimo De Luca e Pino Frisoli, i quali effettuarono una ricerca avvalendosi della registrazione della radiocronaca della partita.
«Qualcosa di “improprio” (oggi diremmo di “politicamente scorretto”) doveva evidentemente essere sfuggito, più probabilmente
alla radio che alla TV e, a giudicare da quel «dopo», potrebbe essersi trattato anche di un’estemporanea e improvvida uscita di qualche intervistato del dopo-gara, più che di un eccesso tardo-patriottico del radiocronista che era Enrico Ameri».

 

Queste le parole di Massimo De Luca, il quale ipotizza, appunto, che ad essersi reso protagonista del commento razzista potrebbe essere stato qualche tifoso intervistato. Anche Enrico Ameri fu scagionato. La parola “negraccio” fu proferita, e non inventata, ma a distanza di 50 anni, non è mai stato chiaro chi fu l’autore.

Il paradosso che è questo epiteto attribuito a Carosio (ma mai pronunciato dal telecronista siciliano) era comunque utilizzato nel giornalismo dell’epoca. A farne le spese fu un uomo che era un esempio di rettitudine morale, il cui nome è stato infangato quasi per mezzo secolo.

 

Vincenzo Di Maso

 

 

 

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