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Tony Adams è uno dei tanti calciatori che ha scritto un’autobiografia. Il titolo della sua autobiografia lascia molto riflettere: “Fuori gioco. La mia vita con l’alcol”.

Nato in un quartiere popolare di Londra, Tony Adams ha sviluppato sin da subito un’inclinazione panico-depressiva. In molti, senza conoscere la storia di vita di Adams, puntano immediatamente il dito contro il calciatore. Una persona che, sin da bambino, è stata condizionata da questo problema psicologico: “Mi sentivo debole e a disagio”. La depressione lo ha accompagnato per praticamente tutta la carriera. La sua vita, dentro e fuori dal terreno di gioco, è stata un continuo “rise and fall”, come dicono gli inglesi.

Ragazzino timido e disagio con tutti (compagni, insegnanti, ragazze), ha trovato nel calcio la sua ancora di salvezza. Papà Alex, un ex calciatore in pensione, decise di fondare una squadra di calcio, il Dagenham United. Da ragazzino, Tony Adams aveva sviluppato una stazza imponente rispetto agli altri calciatori e svettava al centro della difesa. Eppure le fobie e la depressione rischiarono di prendere il sopravvento anche quando l’ascesa sembrava oramai una formalità.

Il giovane Tony iniziò ad attaccarsi alla bottiglia sin da adolescente e venne plagiato da cattive compagnie. Il divertimento era quello di spaccare i finestrini delle auto in sosta. L’arrivo di Steve Burtenshaw, capo osservatore dell’Arsenal, nella sede del Dagenham United, fu salvifico per la vita di Tony. A soli 14 anni firmò il suo primo contratto con i Gunners e nel 1980 iniziò un’epopea che sarebbe durata 22 anni.

Quattro fotografie di trionfi da capitano con la maglia dei Gunners

 

Adams fu gettato nella mischia nel 1983 dal tecnico Terry Neill, vista l’indisponibilità di David O’Leary. Il match casalingo contro l’Arsenal andò male, ma in campo quel gigante londinese era l’opposto rispetto a come era fuori dal campo. Concentrato, cattivo al punto giusto, sempre attento, trascinatore e leader sul terreno di gioco. Timido, nervoso, depresso e debole fuori dal campo. Il suo rifugio era sempre l’alcol.

Bevevo per lavare via il dolore dopo una sconfitta e anche per celebrare una vittoria. Dunque, in definitiva, bevevo sempre“.

In campo, dottor Jekyll guidò l’Arsenal alla vittoria della First Division. Fu il primo titolo inglese da capitano, gradi assunti nel 1988, ad appena 22 anni. Quell’impresa (campionato vinto per differenza reti sul Liverpool) è raccontata nel libro di Nick Hornby “Febbre a 90”.

A seguito di una brutta partita contro il Manchester United, Adams entrò nuovamente in crisi e prese il sopravvento il mister Hyde che c’era in lui. Nel frattempo aveva acquistato un pub a Londra, frequentato dai tifosi dei Gunners. Ancora una volta, cedette alla tentazione della bottiglia. “Essere considerato il più grande bevitore di Guinness del mio pub – riporta nella sua autobiografia – era diventato per me più importante che vincere trofei come capitano dell’Arsenal”.

Anche per questi motivi fu escluso dai convocati per Italia ’90 e la sua carriera sembrava aver imbeccato un punto di non ritorno. Come se non bastasse, messosi alla guida in stato di ebbrezze, si rese protagonista di un gravissimo incidente, che avrebbe potuto essere mortale. Visto il tasso alcolemico altissimo, Adams fu condannato al carcere. In Inghilterra non esistono trattamenti preferenziali e il calciatore inglese fu costretto a scontare una pena di 9 mesi, in condizioni uguali a quelle degli altri detenuti.

Uscito dal carcere, la situazione non migliorò. Il campo passò in secondo piano e i problemi con l’alcol divennero drammatici. Nel 1992, sposò Jane Shea, una ragazza con i suoi stessi problemi di dipendenza e psicologici. Lasciato dalla moglie dopo poco, si catapultò in un vortice senza fine. Eppure, in campo tornava dottor Jekyll.

«Ho giocato diverse partite in cui ero ancora ubriaco o con i postumi di una forte sbronza. Una volta addirittura contro lo Sheffield United arrivai ancora sotto i fumi dell’alcol. Nello spogliatoio prima della partita continuavo a scherzare, a fare battute e a ridere io stesso come un idiota. Se ne accorsero tutti i miei compagni. Andai in campo, vincemmo la partita, segnai un goal di testa e fui eletto miglior giocatore del match. Questo a quei tempi mi confuse ancora di più. Pensavo davvero di potermi permettere tutto».

Dopo aver vinto la Coppa delle Coppe con i Gunners, toccò nuovamente il fondo dopo Euro 1996. Nella sua autobiografia Adams ha confessato di aver bevuto ininterrottamente per ben sette settimane. Eppure, il 16 agosto 1996 scattò una molla in lui. Dopo essersi guardato allo specchio del bagno del proprio pub, decise che, se non avesse smesso, sarebbe morto, senza giri di parole.

«Se il mondo ti ripaga nella lotta per il successo e ti fa re per un giorno, vai e guardati allo specchio, e chiedi all’uomo che vedi il suo parere. A Dio piacendo, le ore 17 di venerdì 16 agosto, il mio ultimo goccio di alcol».

Adams, Dixon e Merson (Foto Getty Images)

 

Arsene Wenger ebbe un ruolo fondamentale nell’aiutare il calciatore a superare la dipendenza. Dopo aver frequentato Alcolisti Anonimi, riuscì a disintossicarsi definitivamente. Una metamorfosi incredibile, clamorosa e insperata, più unica che rara. Il tutto testimoniato dalle parole dell’amico ed ex compagno di squadra Paul Merson.

«Non ho mai visto un uomo cambiare così radicalmente come ha fatto Tony Per farlo devi essere speciale. E Tony Adams è un uomo speciale».

Con l’Arsenal ha giocato 19 stagioni, mettendo a referto 672 partite. La cosa che salta all’occhio è che, esclusa l’ultima, in tutte le altre ha sempre giocato tantissimo. L’alcol ha pervaso la sua vita extra-campo, fino a quel benedetto 16 agosto 1996. In campo però faceva uscire fuori la miglior parte di sé.

Tony Adams è sobrio da 24 anni e da quasi un quarto di secolo sta trascorrendo compleanni sereni, senza che Bacco prenda il sopravvento. Una storia incredibile di chi ha lottato contro la sua personalità, contro il problema psicologico che lo ha attanagliato sin dalla tenerissima età. E ce l’ha fatta da solo. Proprio un uomo speciale, come affermava l’amico Paul Merson.

(Foto web)