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Il suo allenatore dei pulcini gli diceva che era maldestro con i piedi. Alex Ferguson affermava che Superpippo Inzaghi era nato in fuorigioco. A dimostrazione del fatto che Inzaghi venisse ingiustamente identificato più come attaccante che giocava sul filo del fuorigioco piuttosto che come bomber implacabile, Johan Cruyff affermò: “In realtà non sa giocare a calcio, ma si trova sempre nel posto giusto”.

Eppure un certo José Mourinho, che di trofei da allenatore se ne intende, fu molto chiaro alla vigilia di una partita Real Madrid-Milan. Alla domanda su chi temesse di più tra Robinho, Ronaldinho, Seedorf, Pato o Ibrahimovic, il portoghese rispose: “Rispetto tutti, ma preferisco che Inzaghi non giochi”.

Odiato da troppi e ammirato da troppo pochi, Superpippo Inzaghi ci ha insegnato che si può sopravvivere nell’élite con più difetti tecnici che virtù e anche finendo spesso in fuorigioco. Troppe volte riserva di calciatori che non sono certo passati alla storia come lui, Inzaghi aveva occhi solo per la porta avversaria. Oggi si parla molto di giocatori polivalenti che sono stati riqualificati, ma Inzaghi sapeva solo fare gol, e lo faceva nel migliore dei modi.

Tra artisti del pallone e attaccanti coordinatissimi, Inzaghi stonava agli occhi degli esteti, ma ogni osservatore obiettivo non poteva non riconoscergli le doti incredibili nello sfruttare gli errori degli avversari. Siamo abituati a un’idea di talento “tangibili”, che si imponga sugli avversari, che sia visibile.

Spesso i suoi gol non erano belli (anche se di capolavori ne ha fatti), ma quella passione sfrenata nel segnare e celebrare le reti, quel fuoco dentro, lo ha fatto emergere e portato a raggiungere quanto raggiunto. Era impossibile gridare a un gol di Inzaghi più dello stesso Inzaghi.

La grandezza di Superpippo Inzaghi risiedeva nel celare a tutti il proprio talento, avversari in primis. Questo talento era esemplificato dalla ripetitività dei suoi gol. Può essere un caso una o due volte, ma un calciatore che segna centinaia di gol unici non può essere additato come fortunato. E la sua esultanza aggiungeva pathos e pepe alle sue realizzazioni, con le quali diventava un tuttuno. «Da me la gente voleva i gol, per questo li ho festeggiati così tanto».

Superpippo ha fatto dell’area di rigore il suo habitat naturale Sui gol di Inzaghi e sul suo “rito propiziatorio”, Andrea Pirlo ha scritto con toni coloriti nella sua autobiografia.

«Inzaghi Cagava. Cagava tantissimo, e questo di per sé è un bene, il fatto però che la facesse allo stadio, nel nostro spogliatoio, poco prima di giocare, ci rendeva alquanto nervosi. In particolare se lo spogliatoio era piccolo, perché tanta puzza in poco spazio tende a comprimersi. Andava in bagno anche tre o quattro volte nel giro di dieci minuti. “Ragazzi, mi porta bene”. A pestarla mi avevano raccontato, non a produrla o annusarla. ‘Pippo, a noi no. Ma cos’hai mangiato, un cadavere?’ e lui si limitava ad ammettere: ‘I Plasmon’
Lui i Plasmon li mangiava per davvero, tutti i giorni, a tutte le ore, e noi lo sapevamo. Un neonato di quasi quarant’anni. Alla fine ne doveva per forza avanzare due e lasciarli sul fondo della confezione, non uno di più e non uno di meno: ‘In questo modo la congiuntura astrale sta dalla mia parte’. Il famoso allineamento dei pianeti e dei biscotti. ‘E per carità, non toccate quei due che restano, altrimenti cambia l’equilibrio’. Intestinale, probabilmente. Abbiamo tentato di rubarglieli in tutti i modi, senza successo. Li custodiva gelosamente, egoista nel passare la palla e nel condividere la merenda: ‘Lo faccio per il vostro bene, i miei gol vi servono’»

La sua alimentazione era curata in maniera maniacale, proprio per consentirgli di mantenere lo scatto, essere in forma e, soprattutto, essere longevo calcisticamente. Mangiava solo pasta in bianco, bresaola e filetti di pollo e, per finire, beveva acqua frizzante o tè.

Berlusconi consigliò ad Ancelotti di schierare Gilardino nella finale di Atene 2007, il giorno della rivincita contro il Liverpool di Benitez. Ma ad Ancelotti bastò vedere gli occhi di Inzaghi per non avere dubbi. Quel calciatore oramai 34enne, con gli occhi di tigre, stava recuperando appositamente per quella partita dopo mesi tribolati. Era come se Carletto fosse l’allenatore McGinty nel film “Le riserve” e il disperato desiderio di vittoria si appellasse solo alle emozioni. “Cuore… miglia e miglia di cuore”, rispondeva McGinty, parlando di ciò di cui la squadra aveva bisogno per vincere.

Così, senza un discorso razionale, Ancelotti ignorò il consiglio del suo presidente e Superpippo partì titolare ad Atene. L’attaccante rossonero segnò due volte. Due gol unici nel suo genere, di quelli che lo hanno fatto diventare famoso. Sul primo gol, il tocco (non fortuito, non casuale, non fortunoso) su calcio di punizione di Pirlo. Il secondo, scattando sul filo del fuorigioco, aggirando Reina e depositando il pallone in rete. Si afferma spesso che i calciatori non saltano più il portiere. Eppure, il tanto vituperato Superpippo Inzaghi, reputato (a torto) una frana tecnicamente, di gol in cui ha superato il portiere non ne ha segnati pochi.

Dopo quel trionfo, Pippo Inzaghi passò varie notti in bianco. Per lui era difficile capire che la palla non era fatta di calzini, come quando da piccolo giocava con il fratello Simone a Piacenza. Chiuse quel 2007 con un altro gol a Montecarlo (Supercoppa europea) e altri due a Yokohama (Coppa Intercontinentale). Cinque gol in tre finali fondamentali per diventare un mito a San Siro, dove ha appeso gli scarpini al chiodo alla sua 300esima partita. Cinque anni dopo la Atene, con 37 primavere, chiuse la carriera “bagnando” il suo ultimo atto con un gol contro il Novara.

Non c’era nulla in gioco, ma era il suo ultimo gol, un gol che ha festeggiato con la sua solita passione. Il paradosso di Superpippo Inzaghi, “brutto” ma tremendamente utile ed efficace, mostra quanto il calcio possa avere svariate interpretazioni. Per lui il gol era ossessione allo stato puro. Non ne ha segnati come altri centravanti, ma le sue realizzazioni sono state tremendamente pesanti. Inzaghi è la dimostrazione che il calcio ha parecchie sfaccettature: uno come lui sarà sempre apprezzato da coloro che guardano al fine ultimo del calcio, segnare gol e farlo nei momenti decisivi.

Vincenzo Di Maso