Il Brasile è conosciuto in tutto il mondo come la nazione calcistica per eccellenza. Oltre ai suoi cinque titoli mondiali, la nazione sudamericana è associata a uno stile d’attacco e a tanti fuoriclasse. Quando si parla di calcio brasiliano vengono in mente nomi come Pelé, Garrincha, Rivelino, Jairzinho Tostao, Zico, Socrates e, più recentemente, Ronaldo, Ronaldinho, Romario o Kakà.

Tuttavia, c’è una grande figura che, anche se come calciatore non ha raggiunto il livello di queste stelle, è stata altrettanto importante nei successi della nazionale. L’uomo in questione è Mario Zagallo.

Soprannominato Il Lupo, Zagallo (nato il 9 agosto 1931) era un’ala sinistra che si è distinta con le maglie di Flamengo e il Botafogo. Da giocatore ha rivestito un ruolo fondamentale delle prime due vittorie Mondiali del Brasile, rispettivamente in Svezia 1958 e in Cile 1962. Tuttavia, il più grande riconoscimento della sua carriera è giunto nelle vesti di allenatore della Seleção che ha stupito il mondo nella Coppa del Mondo del 1970 in Messico.

La nazionale brasiliana si qualificò per quella Coppa del Mondo senza grandi problemi sotto la guida di Joao Saldanha, che non era solo un allenatore ma anche un giornalista molto critico nei confronti del governo militare. Nelle amichevoli che precedettero il torneo, la Confederazione Brasiliana di Calcio, spinta dagli scarsi risultati e dai rapporti tesi che l’allenatore aveva con Pelé e altri giocatori chiave, decise di licenziare il CT e di affidare l’incarico a Zagallo, che fino ad allora era stato l’allenatore del Botafogo.

Pelé e Garrincha (Foto account Twitter La Okocha)

La storia di Zagallo è quella di uno dei grandi esponenti della forma più pura del calcio brasiliano, quella in cui il gioco collettivo permette ai suoi fuoriclasse di estrinsecarsi. Un calcio d’attacco, accattivante, eredità degli allenatori ungheresi (Dori Kruschner e Bela Guttman furono i più influenti) che arrivarono in Brasile negli anni ’50 e cambiarono per sempre la storia del calcio mondiale.

Stile di gioco

Zagallo riteneva che il talento individuale potesse prosperare finché fosse stato sostenuto dall’organizzazione collettivo. Con il suo stile calmo e conciliante, riuscì a convincere i giocatori più dotati tecnicamente ad assumersi certe responsabilità. Qualcosa che sembrerebbe semplice ma che, in una squadra piena di stelle, non lo era affatto. A Pelé e compagni chiese disciplina, ordine, determinazione e abnegazione.

Le sue squadre, anche quando i protagonisti variavano, avevano tratti molto definiti. Tra questi, l’uso di una linea di quattro difensori, la proiezione dei terzini in situazioni d’attacco come ali e il movimento dentro-fuori dei centrocampisti d’attacco. Tuttavia, ciò che più definiva la sua filosofia era la presenza di giocatori di talento che sapevano come costruire il gioco e connettersi con i compagni di squadra attraverso passaggi e movimenti. Al di là dei dribbling tipici dei funamboli verdeoro…

Nessun giocatore poteva stare fermo, ma doveva trovare una posizione per diventare un’opzione di passaggio. Quando riceveva la palla, il giocatore doveva cercare immediatamente un compagno di squadra e, una volta passata la palla, era chiamato a farsi trovare libero per ricevere il passaggio.

Fase offensiva

Il motto di Zagalo era “I migliori devono sempre stare in campo”. Per riuscirci, soprattutto nel caso della Seleção degli anni ’70, ha dovuto convincere i suoi giocatori a ricoprire che non erano quelli abituali. Uno di questi esempi è stato Wilson da Silva Piazza.

Piazza era un centrocampista centrale. Era stato chiamato in nazionale da Saldanha per giocare in quel ruolo. Tuttavia, una volta che Zagallo prese le redini della Seleção, fu costretto a tornare in campo per giocare come difensore centrale. Si trattava di mossa pensata per migliorare la circolazione di palla, attraverso i suoi scambi con i terzini (Carlos Alberto ed Everaldo) o con Clodoaldo, il nuovo centrocampista centrale.

Il Brasile che ha vinto il titolo a Messico 70 era una squadra molto dinamica, con i giocatori d’attacco che cambiavano costantemente posizione. Questo fu possibile grazie alla natura di cinque di loro, i cosiddetti ‘Cinque Dieci’, che erano Gerson, Rivelino, Jairzinho, Tostao e Pelé. Anche se ognuno era la stella della sua rispettiva squadra, sotto il comando di Zagallo accettarono di assumere nuove posizioni proprio per scendere in campo nell’undici iniziale.

Zagallo schierava un cosiddetto “falso 4-3-3”, perché nonostante questa disposizione tattica, la squadra era caratterizzata da un costante scambio di posizioni. Ad eccezione dei difensori e dello stesso Clodoaldo, il resto dei giocatori si muoveva per tutto il campo, adottando diverse posizioni a seconda delle circostanze.

Non c’erano posizioni fisse per questi cinque calciatori. Ognuno aveva la libertà di muoversi su tutto il fronte d’attacco senza grandi restrizioni. Piazza iniziava le transizioni, toccando per uno dei due terzini, poi la palla arrivava tra i piedi di Clodoaldo e Gerson. Quest’ultimo era l’organizzatore di gioco e aveva il compito di far avanzare la squadra per posizionarla il più in alto possibile.

I terzini arrivavano spesso sul fondo e mettevano palloni straordinari sulla testa di Pelé. Nonostante non fosse un gigante, O Rei era devastante nel salto. Il capocannoniere di quella nazionale è stato Jairzinho. Quest’ultimo partiva dalla fascia per poi accentrarsi e segnare.

Quel Brasile di Zagallo era un mix di scambi rapidi ma anche di verticalizzazioni. Una squadra incredibilmente moderna, resa possibile dal sacrificio di tutti i campioni. I verdeoro hanno sfruttato al meglio gioco collettivo e l’audacia delle loro stelle, che li ha catapultati alla vittoria e all’Olimpo.

Fase difensiva

Zagallo era consapevole che lo sviluppo del gioco non dipendeva solo dai giocatori, ma anche dal contesto circostante, adattando la sua squadra a quest’ultimo. Così, per Messico 70′ la Confederazione brasiliana di calcio decise che la squadra dovrebbe arrivare con largo anticipo per abituarsi alle alte temperature in cui il torneo sarebbe giocato. Un aspetto ancor più importante quando si trattava di mantenere la concentrazione e la fisicità necessarie per difendere.

Nelle situazioni in cui la squadra perdeva la palla in fase di costruzione, di solito si posizionava con tre difensori, i due centrali e Everaldo, più il supporto di Clodoaldo, che agiva da centrocampista arretrato. La difesa si posizionava altissima, vicina al cerchio centrale di centrocampo. Ciò significava che, quando gli avversari lanciavano palle in profondità, questi giocatori dovevano far scattare la trappola del fuorigioco.

Zagallo aveva costruito una squadra che si trovava a suo agio a difendere in avanti. Carlos Alberto era un terzino d’attacco e Piazza, nel suo nuovo ruolo di difensore centrale, aveva mantenuto il suo ruolo a centrocampo. Naturalmente, quando le linee di pressing erano eluse e il fuorigioco non funzionava alla perfezione, gli avversari avevano occasioni. In quel Mondiale i verdeoro subirono 7 gol in 6 partite, score comunque non da buttare.

Nel caso in cui gli avversari avanzavano posizionalmente, i centrocampisti centrali, con l’aiuto di Rivelino o Jairzinho, si univano al gruppo difensivo, lasciando Tostao come collante e Pelé come giocatore più avanzato.

Zagallo aveva costruito una squadra capace di difendere con la palla, consapevole che il calore messicano avrebbe reso quasi impossibile affrontare gli avversari che avrebbero applicato una pressione alta sostenuta. Quando ciò accadeva, una volta riconquistata la palla, aveva in Gerson il regista perfetto capace di lanciare un rapido contropiede o di dare la pausa necessaria per riorganizzare la squadra.

Mario Zagallo è stato un allenatore che ha fondato la sua carriera alla guida della Seleção sulla scelta di calciatori tecnici e d’attacco. In due Coppe del Mondo, le sue squadre hanno concesso 17 gol in 13 partite. Al contrario, il suo gioco offensivo ha portato la squadra a realizzare ben 33 gol nello stesso numero di partite.

Tuttavia, la sua eredità è rappresentata da una filosofia del calcio improntata su un gioco spettacolare e offensivo, in cui tutti i giocatori più talentuosi scendevano in campo, creando ecosistemi equilibrati in cui quell’enorme quantità di talento coesisteva con la solidità delle linee e con gli equilibri. Al netto di una media di gol subiti superiore a 1 a partita, questi ultimi non venivano mai meno.