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L’addio del Kun Aguero ha aperto una ferita in tutti gli amanti del calcio: il centravanti più prolifico della storia del Manchester City, icona del calcio, si è dovuto arrendere ad un’aritmia cardiaca che lo ha costretto ad appendere gli scarpini al chiodo prematuramente. Le sue lacrime in conferenza stampa hanno commosso il mondo del calcio. Aguero, trasferitosi in estate al Barcellona, poteva ancora dare molto al calcio come altri campioni che, per volere o per esasperazione, hanno detto basta troppo presto.

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Se si torna indietro nel tempo, il più doloroso addio della storia del calcio è stato sicuramente quello di Marco Van Basten. Il cigno di Utrecht è tutt’ora considerato uno dei centravanti puri più forti della storia del calcio. Letale ed elegante, Van Basten è stato il simbolo del Milan degli Olandesi. Trascinatore capace di vincere tre volte il Pallone d’Oro e dominare la scena europea e mondiale con i rossoneri sotto la guida di Arrigo Sacchi. Massacrato dagli infortuni alle caviglie e da medici da lui stesso definiti “la sua rovina”, ha dovuto dire addio al calcio con un mesto e commovente giro di campo a San Siro, a soli 30 anni. Nell’immaginario del tifoso milanista, il centravanti olandese resta il centravanti per eccellenza ed il termine di paragone per chiunque indossi la maglia numero nove rossonera.

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Non sono stati gli infortuni, bensì la mancanza di motivazioni il motivo per cui “Le Roi” Platini ha detto addio al calcio a soli 32 anni. Per i tifosi juventini il regale incedere del numero 10 bianconero resta ineguagliato, quasi mistico. Amato senza condizioni dalla tifoseria bianconera, Platini è stato il manifesto dell’aristocrazia e dello “stile Juventus”, tanto da far affermare all’Avvocato: “Lo abbiamo comprato per un pezzo di pane, lui ci ha messo il caviale sopra.” Platini era la proiezione di Gianni Agnelli su un campo di calcio, capace con intuizioni ed intelligenza calcistica fuori dal comune, di accendersi all’improvviso. Il suo prematuro addio ne alimenta il mito, soprattutto nelle generazioni che lo hanno vissuto.

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Un giocatore che con Platini spartiva soltanto la nazionalità e di certo non il carattere era Eric Cantona, altro fenomeno che fu il motore e il manifesto del primo grande Manchester United di Alex Ferguson, alimentando la mitologia della maglia numero sette dei Red Devils. Negli anni Novanta era facile vedere l’Old Trafford colmo di bandierine francesi con la faccia di mister “Au Revoir” impressa sul bianco. La strabordante personalità del genio di Marsiglia è stata anche la sua maledizione. Cantona si incendiava in un attimo ed era capace di follie che gli sono costate squalifiche pesanti e… calci volanti ai tifosi. Stanco di stare sotto i riflettori, annunciò il suo ritiro a soli 32 anni per darsi al cinema: una decisione in linea con il suo personaggio e che ha contribuito ad alimentarne il mito.

Ci sarebbe anche Ronaldo il “Fenomeno”, distrutto dai problemi alle ginocchia, che fu costretto ad abbandonare il calcio a 33 anni. Il suo addio è stato forse meno doloroso di quelli sopracitati perché Ronnie è stato comunque devastante; è caduto ma si è rialzato arrivando a vincere il Pallone d’Oro nel 2002 dopo aver superato i suoi problemi. Ha trascinato il Brasile a vincere il Mondiale da protagonista assoluto in Corea e Giappone. Il rimpianto, nel suo caso, è che la sua versione esplosiva è durata troppo poco; minata da ginocchia fragili e da un motore troppo potente per essere supportato dalle articolazioni. Ronaldo, per buona parte della carriera a mezzo servizio, viene considerato uno dei giocatori più forti di tutti i tempi. Cosa sarebbe potuto essere mantenendo l’integrità fisica per l’intera carriera è un rimpianto che chi ama il calcio si porterà dietro per sempre.

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