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Luis Figo è stato il calciatore che ci ha dato il benvenuto negli anni 2000. L’avvento nel terzo millennio ha coinciso con una nuova frontiera del calciomercato. Basti pensare agli acquisti shock del Real Madrid dei Galácticos.

Proprio nel 2000 si consumò il “tradimento” dell’asso portoghese nei confronti del Barcellona. Fu un trasferimento che segnò un’epoca. Quell’estate ci furono le elezioni presidenziali del Real Madrid, quelle che avrebbero cambiato il corso della storia del calcio.

Ci si aspettava che il presidente in carica Lorenzo Sanz vincesse. D’altronde i Blancos avevano appena conquistato i titoli di Champions League del 1998 e del 2000, ad Amsterdam e a Parigi. Tuttavia, Florentino Pérez, lo sfidante, aveva promesso l’arrivo di Figo dopo che un sondaggio aveva mostrato che il portoghese era il calciatore più desiderato dai madrileni.

Dopo la clamorosa vittoria di Pérez, il neo-presidente portò Figo al Santiago Bernabéu, pagando la clausola che lo legava al Barcellona. I tifosi Blaugrana erano convinti che l’imprenditore spagnolo stesse scherzando, ma mantenne la parola, una volta eletto. Quando tornò al Camp Nou, con la maglia degli acerrimi nemici, Figo fu accolto con lanci di accendini, lattine, bottiglie, banconote false e, naturalmente, di una testa di maiale.

Se a livello personale Figo fu visto come un traditore, in termini professionali la sua scelta si rivelò vincente. Al portoghese mancava la vittoria della Champions League. Quella Champions che i Galácticos conquistarono nel 2002 grazie anche all’acquisto di un altro pezzo da novanta, Zinedine Zidane. E due anni prima, appena approdato a Madrid, Figo conquistò il Pallone d’oro.

In quel contesto Figo passò dall’essere un ottimo bassista di una band importante al diventare un Paul McCartney o John Lennon in una squadra che era come i Beatles del calcio. La prima stagione del portoghese al Real Madrid fu strabiliante. Figo segnò difatti 13 gol e servì ben 27 assist. Il suo talento, fondato principalmente sulla tecnica e sui piedi d’oro, non compendiati da un atletismo particolarmente spiccato, era quasi vintage.

La grandezza di Figo risiede nell’essersi riuscito a imporsi in un contesto dove figure come la sua erano state già superate. Il suo approdo al Real segnò un’era, grazie non solo all’estro e alle giocate del portoghese ma anche all’hype mediatico dovuto al suo trasferimento. Questo hype si tradusse in risultati straordinari sul campo.

Quando Florentino promise l’arrivo di altri grandi campioni, l’asso portoghese, affermò senza paura: «È una sfida progressiva, un invito a fare sempre meglio: io sono stato il primo e devo mantenere il mio posto in squadra, anche se arrivano Zidane, Ronaldo, Beckham».

La qualità principale di Figo era il dribbling. Seppur non una scheggia, l’esterno nativo di Almada riusciva a superare l’avversario muovendo il pallone con perfetta coordinazione e con i tempi giusti, al millesimo di secondo. I suoi celebri doppi passi non erano alla Ronaldo, tutto potenza e velocità, ma qualsiasi suo movimento era felpato, pensato e misurato. La sua straordinaria coordinazione gli consentiva di non perdere mai il controllo del pallone. Le sue giocate, sulla fascia o al centro, sono un inno alla bellezza più pura di questo sport.

L’ex Sporting, Barcellona, Real e Inter era dotato anche di un cross fenomenale, di un tiro preciso e di spiccatissime qualità nel servire assist. Giunto in nerazzurro all’età di 33 anni, nonostante avesse perso il già non eccelso scatto, il portoghese riusciva a essere decisivo grazie alla sua intelligenza posizionale. Le sue doti principali, ovvero coordinazione nei movimenti e armonia nella corsa, gli consentivano di incidere anche muovendosi decisamente di meno.

Ryan Giggs, suo illustre contemporaneo e quasi coetaneo, lo elesse tra i migliori calciatori contro cui ha giocato in carriera. Le parole del gallese rappresentano un’investitura tangibile: «Amava superare gli avversari, ma era fantastico anche nel distribuire palla».

Vincenzo Di Maso