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Correva l’anno 1992: i fasti del Mondiale italiano di due anni prima e dell’ostentazione della ricchezza italica erano già lontani anni luce. La nostra Nazionale era la lontana parente di quella delle “Notti Magiche” e aveva mancato clamorosamente la qualificazione agli Europei di Svezia, impantanatasi dietro l’ultima URSS della storia prima dello scioglimento.

Se l’Unione Sovietica nonostante lo scioglimento riuscì a portare all’Europeo una rappresentativa, la C.S.I, allestita per far fronte anche alle Olimpiadi di Barcellona, la Jugoslavia che aveva dominato il suo girone con una squadra stellare, dovette cedere il posto alla Danimarca, seconda classificata.

Il drammatico conflitto balcanico non permetteva distrazioni, i nazionalismi avevano avuto la meglio e la federazione calcistica jugoslava non esisteva più: sarebbero nate le Nazionali che conosciamo adesso, tra cui la Croazia vice-campione del mondo, la Serbia e la Bosnia, il Montenegro e il Kosovo, sotto al sangue delle bombe e delle pulizie etniche.

La Danimarca entrò così dalla porta di servizio, da Cenerentola terribile affrontò i gironi pareggiando contro l’Inghilterra e perdendo con la Svezia padrona di casa. Lo scontro da dentro o fuori con la Francia sembrava una formalità per i transalpini guidati da Papin e favoriti anche per la vittoria finale.

Grazie a un gigantesco Schmeichel, padre del Kasper titolare nella squadra di stasera, i danesi strapparono il pass per le semifinali vincendo per 2-1 nei minuti finali grazie a un gol di uno dei tanti antieroi di Euro 92, tale Lars Elstrup che al 78’ spedì la Francia all’inferno e la sua Danimarca allo scontro con l’Olanda.

In semifinale i danesi furono messi alle corde dai campioni d’Europa in carica che a tratti dominarono il match grazie ad un Gullit ispiratissimo e a un Rijkaard tirato a lucido. I danesi risposero colpo su colpo a una squadra formidabile ed intenzionata a bissare il successo di quattro anni prima: dopo il 2-2 dei tempi regolamentari, tradì Van Basten che si fece intuire il rigore da Schmeichel.

Il 26 giugno 1992 si consumò l’ultimo atto della favola: la Germania finalmente riunita dopo la caduta del muro era pronta a celebrare la sua nuova egemonia anche politica sull’Europa con una squadra identica a quella che due anni prima, con il nome di Germania Ovest, aveva trionfato ai Mondiali.

I tedeschi erano una corazzata di campioni in tutti i reparti ma la Danimarca viaggiava sulle ali di un entusiasmo quasi magico che proseguì nonostante la Germania attaccasse su tutti i fronti.

In vantaggio con Jensen, la squadra danese soffrì terribilmente le scorribande della Germania a tal punto da escogitare un metodo poco ortodosso che di fatto uccise il ritmo avversario: palla a Schmeichel che raccoglieva con le mani al primo accenno di pressing. Il regolamento non prevedeva sanzioni e la Danimarca sapeva bene che l’occasione era unica.

Il secondo tempo passò tra passaggi all’indietro, fraseggi corti, palloni raccolti da Schmeichel appena Klinsmann e compagni accennavano una corsa verso la retroguardia. L’arbitro per esasperazione fece riprendere anche da centrocampo, ma appena recuperata la palla la Danimarca sfruttava la falla e tornava dal porterone.

Il raddoppio di Vilfort a dieci minuti dalla fine legittimò il clamoroso Europeo che fu vinto con merito dai danesi ma la partita fu così stucchevole che, poche ore dopo, fu approvata in fretta e furia la regola che negava al portiere di prendere il pallone con le mani sul retropassaggio. La nuova norma fu adottata sin dalle Olimpiadi di Barcellona in programma quindici giorni dopo.

Danimarca-Germania cambiò definitivamente il ruolo del portiere, da quel giorno in poi costretto ad allenare anche i piedi per rimanere al passo con i tempi.

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