Figlio di un soldato ucraino fatto prigioniero nel nord Italia e che poi ha deciso di restarvi, Pietro Vierchowod ha portato con sé il meglio dei due mondi. Lo Zar ha rappresentato un perfetto mix di tecnica difensiva italiana e freddezza sovietica.

Il rigore e la disciplina sovietici si sono sposati alla perfezione con la maestria tipica dell’Italia di quei tempi. Nato a Calcinate, in provincia di Bergamo, come ogni lombardo che si rispetti ha dato i primi calci all’oratorio. Dotato di una professionalità e di un abnegazione fuori dall’ordinario, Vierchowod ha giocato 20 anni ad altissimi livelli.

Dopo oltre 100 presenze con il Como (con cui ha esordito in nazionale) e una stagione alla Fiorentina, è passato alla Roma nel 1982/1983, dove ha vinto uno scudetto. Roberto Pruzzo ha elogiato la scelta di Liedholm. «La vera mossa vincente di Liedholm fu piazzare Vierchowod al centro della difesa. Una pedina fondamentale. Marcava tutti lui da solo, era insuperabile». Lo Zar è stato fisicamente straordinario. Pur non essendo molto alto, faceva leva su elevazione, potenza e velocità. Sandro Veronesi ha affermato che il suo fisico era “da bronzo di Riace”.

Foto Almanacco Giallorosso

Il primo Vierchowod sgroppava alla grande sulla fascia. Poi si è spostato definitivamente al centro della difesa, affermandosi come uno dei più forti marcatori di tutti i tempi. Le parole di Diego Armando Maradona sono state emblematiche. «Se Vicini lo avesse schierato contro di me in quella semifinale a Napoli, l’Italia avrebbe vinto il Mondiale». Il Diez lo definiva Hulk.

Dal 1983 al 1995 ha giganteggiato nella difesa della Sampdoria. I Doriani lo hanno eretto come pilastro per arrivare a vincere in Italia ed Europa. Il campionato italiano di quegli anni era particolarmente allenante. Oltre a Maradona, ha dovuto marcare anche calciatori del calibro di Van Basten, Careca o Gullit. Dotato di tempra e tenuta mentale eccellenti, non perdeva mai la concentrazione. Quando l’avversario era dirompente, Vierchowod non esitava a utilizzare le maniera forti.

Lontanissimo dall’archetipo del centrale copertina tutto eleganza e impostazione, l’italo-sovietico ha messo da parte i fronzoli. E lo ha dimostrato anche nell’anno della Samp. Ha tenuto fede al patto di sangue sancito con gli altri senatori, portando ai Doriani lo scudetto e altri trofei. Nella sua lunga carriera ha inseguito a lungo la Champions, coronando il sogno quando si è trasferito alla Juve.

Con la maglia della Vecchia Signora è riuscito a colmare questo vuoto alla veneranda età di 37 anni. All’Olimpico di Roma ha alzato il tanto agognato trofeo, vincendo contro l’Ajax dei ragazzi terribili. Quella Juve con cui aveva trovato l’accordo anni prima, ma fu bloccato dal presidente Paolo Mantovani.

Lo Zar non aveva paura di nulla e nessuno (Foto Il Bianconero)

L’essenza della sua carriera è tutta nella sua avventura in bianconero:

«L’allenamento cominciava alle dieci del mattino, io alle otto e mezzo ero già in campo. Spesso arrivava l’Avvocato. Non mi chiedeva di calcio, era curioso di tutto. Era stato in cavalleria e voleva sapere di mio padre soldato dell’armata sovietica. Della prigionia, del suo lavoro in Ucraina. Poi parlava anche della Juve… Nella Juve sono stato bene, c’era la struttura ideale per giocare al calcio. Tu devi pensare solo a fare il giocatore. Alla casa, all’affitto, al pediatra ci pensano loro».

Dopo la breve ma trionfale parentesi in bianconero, Vierchowod ha continuato a giocare in Serie A. La stagione del Milan è stata fallimentare in generale, mentre a 38 anni lo Zar si è trasferito a Piacenza. A poco più di 70 km da casa ha trascorso tre stagioni, segnando 6 reti. Esempio di disciplina e professionalità, Pietro Vierchowod è arrivato in eccellenti condizioni a 40 anni.

In carriera ha vinto scudetti con squadre diverse dalle due grandi del nord, ha conquistato due coppe europee e un Mondiale. Al giorno d’oggi sarebbe a mani basse il miglior difensore italiano e tra i migliori al mondo. Negli anni ’80 e ’90 ha dovuto sgomitare per trovare posto in nazionale. Nonostante 20 anni di carriera al massimo e un livello straordinario raggiunto, ha totalizzato solo 45 presenze con gli Azzurri. Questo dato è emblematico di ciò che è stato il calcio italiano.