Il Parma di Nevio Scala

I più giovani tendono ad associare il Grande Parma agli anni di Carlo Ancelotti e Alberto Malesani. Questi allenatori vantavano squadre pazzesche e zeppe di grandi talenti, come Gianluigi Buffon, Lilian Thuram, Fabio Cannavaro, Juan Sebastián Verón, Diego Fuser, Enrico Chiesa e Hernán Crespo.

Eppure è stato Nevio Scala a gettare le basi e a conquistare per primo la serie A.

Scala iniziò la sua carriera di allenatore portando la Reggina alla promozione in serie B durante la sua stagione d’esordio. Pur essendo riluttante a lasciare la Calabria, Scala riconobbe il potenziale del progetto del Parma. Arrivato in Emilia, rinunciò ai luoghi comuni del calcio “pane e salame” e si mise in testa l’idea di costruire un qualcosa di speciale.

Scala era un uomo che lavorava assiduamente sul campo di allenamento e aveva poco tempo per la pontificazione.

Il tecnico patavino lasciò subito la sua impronta, accantonando il sistema dogmatico 4-4-2 di Sacchi, optando per un 5-3-2. Il cambiamento portò a un successo immediato. Dopo aver lottato per i primissimi posti in serie B per tutta la stagione 1989/90, il Parma sconfisse per 2-0 i rivali locali della Reggiana nel finale di stagione, conquistando il quarto e ultimo posto che dava diritto alla promozione. Dopo 77 anni di vita, i Gialloblu avevano finalmente raggiunto il paradiso della massima serie italiana.

Peccato che Ceresini – presidente dal 1976 – non avesse potuto godere di questo momento storico, in quanto scomparve pochi mesi prima. Ma il suo decesso non fece altro che accelerare la rivoluzione del Parma, aprendo la strada all’acquisto del 98% delle azioni del club da parte della Parmalat.

Il timone fu consegnato all’amministratore delegato del colosso alimentare, Calisto Tanzi. Con l’iconico Parmalat impresso sulle maglie, la squadra iniziò la propria “crociata” anche in Serie A.

Calisto affidò le funzioni presidenziali del club al collega della Parmalat Giorgio Pedraneschi, che si impegnò a rafforzare una squadra già talentuosa. Il portiere brasiliano Taffarel e il difensore belga Georges Grün si unirono a Luigi Apolloni e Lorenzo Minotti per rinforzare la linea di difensiva, mentre la stella svedese di Italia ’90, Thomas Brolin, fu il fiore all’occhiello della campagna acquisti, per comporre l’attacco assieme all’idolo di casa Alessandro Melli (nato ad Agrigento durante la militanza del padre nell’Akragas).

Nel frattempo, Scala continuava a infondere la sua visione tattica, che la squadra recepiva nel migliore dei modi. Il tecnico rompeva la convenzione di un libero staccato dalla linea difensiva e il suo 5-3-2 era un sistema ibrido che poteva evolversi in un 3-5-2, con i terzini che facevano tutta la fascia.

I Crociati ne raccolsero i frutti, raggiungendo uno splendido quinto posto e qualificandosi per la Coppa UEFA alla loro prima stagione di Serie A.

L’investimento nella squadra andò avanti e Scala fu l’artefice degli acquisti dei terzini Antonio Benarrivo e Alberto Di Chiara. La vivacità del duo fu fondamentale ai fini del funzionamento del sistema tattico del tecnico veneto, permettendo un’alternanza senza soluzione di continuità tra il 5-3-2 e il 3-5-2.

Alla luce delle ambizioni di ascesa del club, il settimo posto nella stagione successiva fu visto come una delusione per la proprietà. Tuttavia, la vittoria contro la Juventus nella finale di Coppa Italia del 1992 funse da passepartout per l’ingresso nell’élite delle grandi del calcio italiano. Il trionfo segnò l’inizio di un decennio ricco di trofei e di una rivalità con la Juventus.

Il successo dei Ducali fu accompagnato anche da una ragguardevole vetrina per l’attività dei Tanzi. Il Parma, infatti, era uno dei più preziosi strumenti pubblicitari internazionali a disposizione di Parmalat. Il brand e il club erano intrecciati al punto tale che alcuni commentatori stranieri chiamavano addirittura la squadra Parmalat. Calisto Tanzi ne beneficiava, ma i tifosi parmensi erano infastiditi.

Mentre il fatturato aumentava, l’entusiasmo e l’implacabile etica del lavoro di Scala erano contagiosi. La sua squadra esprimeva un calcio entusiasmante, utilizzando rapidi contrattacchi e dinamici cambi di gioco per allungare gli avversari, contando su una difesa compatta e su una buona dose di cinismo sotto porta.

Anche sul fronte calciomercato le cose andavano nel migliore dei modi. L’arrivo di Faustino Asprilla dell’Atlético Nacional nel 1992 e quello di Gianfranco Zola del Napoli nel 1993 aggiunsero fantasia e velocità. Alle loro qualità si aggiungevano la diligenza e il coraggio di Néstor Sensini e Massimo Crippa, arrivati rispettivamente dall’Udinese e dal Napoli.

Tra la sua passione per la dolce vita e le sue abilità calcistiche ipnotizzanti, Asprilla entrò nel cuore dei tifosi del Parma. Il suo status si consolidò durante le semifinali della Coppa delle Coppe, quando la sua doppietta condusse il Parma alla vittoria contro l’Atletico Madrid al Vicente Calderón. Seguì un’altra notte magica, quando il Parma sconfisse i belgi dell’Anversa a Wembley, alzando il suo primo trofeo europeo.

Il Parma che scese in campo a Wembley era una squadra che stava vivendo un periodo di transizione tra squadra operaia e compagine ricca di stelle. Asprilla non giocò la finale, ma in quel Parma figuravano elementi del calibro di Benarrivo, Brolin, Grun o Di Chiara, mentre la vecchia guardia era composta da Osio, Cuoghi, Zoratto e Melli, tra gli altri.

In campionato, il Parma concluse la stagione 1992/93 in terza posizione, ponendo fine all’imbattibilità di 58 partite del Milan di Fabio Capello. Scala si dimostrò la bestia nera di Capello anche la stagione successiva, battendo i rossoneri nella Supercoppa Europea.

Ma l’apice dell’era Scala fu raggiunto nella stagione 1994/95, che vide i parmensi battagliare per il titolo con i nuovi rivali della Juventus. Le due compagini lottarono su tre fronti. La Juve di Marcello Lippi, irresistibile com’era in quel periodo, si impose a livello nazionale, battendo il Parma nella finale di Coppa Italia e finendo 10 punti davanti in Serie A.

Ma quando si incontrarono nella finale di Coppa UEFA del 1995, furono gli uomini della Scala a prevalere, grazie anche all’ex bianconero Dino Baggio.

Il tenace centrocampista centrale, prelevato dal Parma in estate, realizzò l’unico gol nella vittoria per 1-0 di andata del Crociati al Tardini, per poi segnare nel pareggio per 1-1 al ritorno. Scala ebbe la meglio su Lippi, bloccando il temuto trio d’attacco della Juve composto da Gianluca Vialli, Fabrizio Ravanelli e Roberto Baggio.

Schietto e realistico come sempre, Scala riconobbe che il campionato la Juve aveva fatto meglio: “Non abbiamo avuto né la resistenza mentale né fisica per vincere lo scudetto, ma in una gara secca, posso dire che possiamo battere chiunque”.

Forse la più grande conquista di Scala risiedeva nella semplicità del suo mantra generale: la coerenza. Ha sempre resistito alla tentazione di mandare via calciatori, favorendo un gruppo affiatato che si adattava perfettamente al suo 5-3-2.

Tuttavia, proprietari come Calisto Tanzi hanno sempre avuto una sete machiavellica di ottenere qualcosa di più e fu l’ingerenza del patron che portò all’addio di Scala nel 1996-1997. Il magnate del settore alimentare desiderava un nome da copertina, un tecnico che potesse esprimere un calcio più offensivo. Lo scudetto era un obiettivo dichiarato.

Si pensava che Hristo Stoichkov, ex vincitore del Pallone d’oro ai tempi del Barcellona, potesse essere l’uomo scudetto. Tuttavia, il Parma sborsò 12 miliardi di lire per un giocatore che, nonostante avesse ancora 29 anni, era in fase calante. Naturalmente il suo acquisto era finalizzato all’espansione del brand (in USA e, naturalmente, nell’est Europa). Tanzi era un uomo d’affari e, come i parmensi avrebbero sentito sulla propria pelle, la sua smania di denaro non conosceva limiti.

L’acquisto di Stoichkov fu accompagnato anche dalla richiesta a Scala di cambiare sistema di gioco. Ma il tecnico veneto non era il tipo di persona da scendere a compromessi e non accettò di buon grado l’acquisto di Stoickhov, ritenendo che il bulgaro si pestasse i piedi con Zola e pregiudicasse l’efficacia della squadra. Le esclusioni di Stoichkov non andarono a genio alla società e a fine stagione si consumò il divorzio con il tecnico. Curioso il fatto che andò via anche il calciatore.

Il “plutocrate” di Collecchio rimosse Pedraneschi dall’incarico, passando il timone della presidenza al figlio Stefano. La scelta del tecnico ricadde sul reggiano Carlo Ancelotti. Scala rimase innamorato del club e “decano” dei tifosi parmensi, ma la società decise di provare a vincere il titolo con un nuovo tecnico. Per la prima volta era emesa in maniera cristallina la mano perniciosa e immorale di Calisto Tanzi.

Le parole di Scala sul suo addio sono eloquenti: “Stoichkov aveva appena vinto il pallone d’oro e veniva dal Barcellona ma, pur rispettando le sue qualità eccezionali, non lo volevo nella maniera più assoluta. Non si è inserito nel nostro scacchiere, e abbiamo avuto grandi problemi. Il suo arrivo ha rovinato i nostri piani“, aggiungendo “Io non mi sentivo assolutamente alla fine del mio percorso al Parma, stavo benissimo e le cose andavano bene. Quando però a gennaio del ’96 il mio presidente ha telefonato a Capello per chiedergli se era disponibile a venire a Parma, ho capito che dovevo farmi da parte“.