• Tempo di lettura:4Minuti

Negli scorsi decenni, nessun campionato al mondo come la Serie A ha dato la possibilità di far migliorare le punte. Al suo arrivo in Italia, Julio Cruz veniva reputato un attaccante potente, ma sgraziato.

Prima di brillare in Italia, Cruz ha compiuto un lungo e difficile percorso in Argentina. L’attaccante è nato a Santiago del Estero, città situata nell’inospitale regione settentrionale del Paese, a oltre 1.000 km dalla capitale Buenos Aires e a circa 800 km dai confini con Paraguay, Cile e Bolivia.

Ma non è lì che ha iniziato la sua carriera: vicino alle grandi città, ha mosso i primi passi nelle file giovanili del Temperley. Tuttavia, il fallimento del club lo ha lasciato libero di firmare un contratto con il Banfield (vi dice qualcosa il nome della squadra, vero?!), sempre nell’area metropolitana di Buenos Aires.

È stato al club alviverde che Julio Cruz si è guadagnato il soprannome che lo ha accompagnato nel corso della sua carriera: El Jardinero. Quando era canterano, mentre militava con El Taladro, si dilettava anche a fare lavoretti in giardino. Un giorno, l’allenatore della prima squadra lo vide a bordo della macchina e gli chiese di falciare il prato un po’ vicino alla zona, mentre la squadra professionistica si sarebbe poi allenata. Il soprannome è arrivato lì e alla fine lo ha accompagnato per il resto della sua carriera calcistica… Fino a un altro datogli da Roberto Scarpini.

Il passo dal Banfied ai millionarios del River Plate è stato breve. A Buenos Aires Julio Cruz ha vinto l’Apertura e la Clausura, arrivando in nazionale nel 1997, a 23 anni. Da lì si sono aperte le porte dell’Europa, con il Feyenoord che lo ha accolto. Già nel 1997/1998 ha iniziato a mettere nel mirino la Juve, segnando due gol alla Vecchia Signora in Champions.

L’approdo in Italia è stato piuttosto complicato, visto che Cruz non si è adattato subito ai metodi di allenamento del Bologna. Tuttavia, una volta perso peso e integrato negli schemi, è riuscito a togliere il posto a Kolyvanov e Lulu Oliveira, formando una gran coppia con Beppe Signori. La coppia era perfettamente assortita.

Le prestazioni in crescendo con la maglia del Bologna gli hanno fatto guadagnare la chiamata dell’Inter di Héctor Cúper.

«Una delle partite che più ricordo dei tempi nerazzurri fu l’esordio in Champions League contro l’Arsenal. L’Inter stava faticando molto, tutti criticavano Cúper, ma quella sera abbiamo giocato davvero bene. Si capiva già dall’atmosfera che c’era nello spogliatoio nel prepartita. Abbiamo vinto 3-0 e io ho fatto un bel gol in pallonetto dopo 22 minuti di gioco».

Julio Cruz è stato una vera e propria bestia nera della Juve. Ricordiamo la telecronaca di Scarpini, quando i nerazzurri hanno vinto per 3-1 al Delle Alpi. Da lì è nato l’altro soprannome dell’argentino, ovvero “Poncharello”, “perché assomiglia a Poncharello dei Chips”.

La somiglianza con Erik Estrada non è proprio azzardata

 

La grande particolarità dell’avventura di Julio Cruz all’Inter è stata data dall’abilità di entrare dalla panchina e segnare gol decisivi. Vera e propria riserva di lusso, in nerazzurro è maturato definitivamente. Non ha giocato titolare fisso, in quanto Moratti ha sempre consegnato ai tecnici attaccanti fenomenali.

Sfruttando la sua altezza, Cruz ha segnato tanti gol di testa, ha giocato da centravanti boa e vinto duelli fisici. Dulcis in fundo, nelle sue stagioni all’Inter ha affinato la  propria tecnica. L’argentino è diventato quindi pericolosissimo da calcio da fermo, disegnando parabole che toglievano le ragnatele dal sette.

Per molti è stato un grande esempio sia dentro che fuori dal campo: «Non ho mai amato o odiato nessun allenatore. Per me il calcio era lavoro e io ho sempre cercato di viverlo in modo professionale».