Il Maracanazo di Obdulio Varela e Toni Servillo

Nella ricorrenza del Maracanazo, ricordiamo il Negro Jefe Obdulio Varela e la sua storia, mostrando poi la declamazione di Toni Servillo

Il Maracanazo ha rappresentato fino al Mineirazo del 2014 l’onta peggiore della gloriosa Seleção brasiliana. Il Brasile del grande Zizinho, in verità miglior calciatore del torneo assieme a Obdulio Varela, fu beffato dall’Uruguay. Al di là del mito, le dichiarazioni di Zizinho su quel Mondiale furono sorprendenti. «L’Uruguay era semplicemente più forte di noi. E meritò quel titolo».

 In Futbol, lo scrittore argentino Osvaldo Soriano riporta un monologo immaginario del capitano uruguagio, il Negro Jefe Obdulio Varela:

Veda un po’ lei come sono andate le cose. Noi avevamo pareggiato con la Spagna due a due con un gol che avevo fatto io all’ultimo minuto. uno di quei gol che ti vengono di fortuna. la seconda partita l’avevamo vinta contro la Svezia tre a due, ci era andata ancora bene. Ma i brasiliani erano una vera forza, avevano segnato sei gol agli svedesi e un’altra mezza dozzina agli spagnoli. Quando siamo arrivati in finale nessuno dubitava che ci avrebbero fatto a pezzettini.
Avevano una formazione tremenda, giocavano in casa e il mondo intero si aspettava che vincessero il mondiale. Diciamo pure che noi giocavamo contro tutto il mondo. La cosa secondo me doveva tranquillizzarci, la nostra responsabilità era minore. Ricordo che un dirigente uruguaiano ha chiamato Oscar Omar Miguez,il centravanti della squadra, poco prima che uscissimo dal campo, gli ha detto che stessimo tranquilli, che i dirigenti si sarebbero accontentati di vederci perdere per quattro gol di scarto, ha detto che dovevamo già esser essere soddisfatti di essere arrivati in finale e che adesso si trattava solo di evitare una figuraccia, di non beccare una dose troppo grossa di gol. Io l’ho ascoltato e la cosa mi ha indignato. gli ho detto: -Se cominciamo rassegnati a perdere meglio che non giochiamo. Sono sicuro che vinceremo questa partita e se non la vinciamo stia pur certo che non ci prenderemo quattro goal.
Obdulio Varela riceve la coppa da Jules Rimet

 

Io avevo 33 anni e molte partite internazionali alle spalle. Erano cretini se credevano che ci avrebbero fatti fuori senza difficoltà. Gli altri ragazzi della squadra erano giovani senza tante esperienze ma sapevano giocare bene e poi poco prima avevamo disputato con il Brasile la coppa Rio Branco e avevamo vinto per 4-3 la prima partita; poi abbiamo perso due volte per uno a zero ma c’eravamo accorti che potevamo batterli. Loro hanno molta paura di giocare contro gli uruguaiani o contro gli argentini.
Prima di andare in campo il direttore tecnico Juan Lopez mi ha detto, come sempre, che io devo fare il regista, guidare la squadra. Allora, mentre passavamo per il tunnel ho detto ai ragazzi: -Uscite tranquilli, non guardate in alto, non guardate mai le tribune, la partita si gioca qui sotto.
Era un inferno. Quando siamo entrati in campo c’erano più di 100.000 persone che fischiavano. Allora siamo andati fino all’asta dove dovevamo issare le bandiere. Quando è uscito il Brasile è stata un’ovazione, certo, ma poi mentre suonavano gli inni la gente applaudiva. Allora ho detto ai ragazzi: – Avete visto come ci applaudono. In fondo questa gente ci vuole bene.
All’arbitro non ho dato la mano. non hai dato la mano a nessun arbitro. Li salutavo sì, li trattavo con rispetto, ma la mano mai! Non è il caso di voler fare il furbo poi la gente dice che vai a leccare il culo a chi dirige la partita.
Nel primo tempo abbiamo dominato per buona parte noi, ma dopo ci siamo bloccati. a molti dei ragazzi mancava esperienza. Ci siamo persi tre gol bell’é fatti, di quelli che non si possono proprio sbagliare. Anche loro hanno avuto qualche buona occasione ma io mi sono accorto che non era una roba così tremenda. Il fatto era che non dovevamo lasciare che prendessero quel ritmo sfiancante che avevano. Se fallivamo in quello, ci saremmo ritrovati contro una macchina e allora si che eravamo spacciati. Il primo tempo è finito 0 a 0. Nel secondo tempo ce l’hanno messa tutta. La squadra era abituata a segnare un goal dopo l’altro. Io ho capito che se non li fermavamo ci avrebbero riempiti di gol. Ho cominciato a marcare stretto, a pressarli, per cercare di giocare in contropiede. credo che sia stato al sesto minuto che ci hanno segnato il gol. Sembrava l’inizio della fine.

 

Questa la spettacolare rappresentazione di Toni Servillo:

E adesso le racconto una cosa che la gente non sa. L’hanno visto tutti che io prendevo il pallone e piano piano me ne andavo in mezzo al campo, per raffreddare gli animi. quello che non sanno è che io andavo a chiedere un off-side perché il guardalinee aveva alzato la bandiera e poi l’aveva abbassata prima che loro segnassero il gol. Io lo sapevo che l’arbitro non avrebbe accolto la protesta, ma era un’occasione per interrompere la partita e bisognava approfittarne. Sono andato da lui con calma e per la prima volta ho guardato in alto quella folla di gente che inneggiava al gol. Li ho guardati di brutto, proprio di brutto, e li ho provocati. Ci ho messo molto ad arrivare in mezzo al campo. quando ci sono arrivato avevano ormai fatto silenzio. Volevano veder funzionare la loro macchina da gol ed io non la lasciavo ripartire. Allora invece di posare il pallone in mezzo al campo e ricominciare il gioco, ho chiamato l’arbitro e ho chiesto un interprete. mentre arrivava gli ho detto che c’era stato un offside e via dicendo ed era passato almeno un altro minuto. cosa non mi urlavano i brasiliani! Erano furibondi, dalle tribune fischiavano, un giocatore é venuto a sputarmi addosso, ma io niente, serio e tranquillo.
Quando abbiamo ripreso a giocare, loro erano ciechi, non vedevano neanche la loro porta tanto erano furibondi; è stato allora che noi tutti ci siamo accorti che potevamo vincere la partita.
Come ci siamo riusciti? Il fatto è che il giocatore deve essere come l’artista: dominare la scena o come il torero, dominare l’arena e il pubblico, altrimenti gli arriva addosso il toro. si sa che in un campo fuori casa non ci saranno applausi per quanto si giochi bene, allora bisogna imporsi in un altro modo, dominare l’avversario, il pubblico e anche i propri compagni. Certo, io avevo giocato un mucchio di partite dappertutto, in campi senza protezioni, senza reti, in balia del pubblico, ma ne ero sempre uscito sano salvo. Dovevo proprio umiliarmi quel giorno al Maracaná dove ero sicuro al 100%? Lì io dovevo dominare perché ne avevo tutte le possibilità e sapevo che nessuno poteva toccarmi.
La statua di Obdulio Varela in un centro commerciale nel quartiere Tres Cruces di Montevideo

 

Quando abbiamo segnato il secondo gol con Ghiggia (il primo l’avevo fatto Schiaffino) non riuscivamo a crederci. Campioni del Mondo! Noi che fino ad allora avevamo giocato così male! Al termine della partita, davamo quasi i numeri. I brasiliani erano in lutto. Il fumo dei petardi riempiva l’aria. Era un disastro.
Quella sera sono andato con il mio massaggiatore a fare un giro nei locali per berci qualche birra e siamo capitati in quello di un amico. Non avevamo neanche un cruzeiro e ci siamo fatti fare credito. Ci siamo ficcati in un angolo a bere e di lì guardavamo la gente. Tutti stavano piangendo. Sembra una bugia; ma la gente aveva davvero le lacrime agli occhi. All’improvviso vedo entrare un tizio grande e grosso che sembrava disperato. piangeva come un bambino e diceva ‘Obdulio ci ha fottuti’ e piangeva sempre di più. io lo guardavo e mi faceva pena.
Obdulio Varela e Augusto da Costa prima del match contro il Brasile

 

Il proprietario del bar si è avvicinato a noi insieme a quel tizio grande grosso che piangeva. gli ha detto: -Lo sai chi è questo qui? È Obdulio- io ho pensato che il tizio mi avrebbe ammazzato. Ma mi ha guardato e mi ha abbracciato e ha continuato a piangere. Subito dopo mi ha detto; Obdulio accetta di venire a bere un bicchiere con noi? vogliamo dimenticare, capisce?-. Come potevo dirgli di no! abbiamo passato tutta la notte a sbevazzare da un bar all’altro e io ho pensato:- se devo morire questa notte, così sia-. Invece eccomi qui.’
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