Si dice che non è più domenica senza Roberto Baggio e quella domenica di maggio è stata l’ultima in cui il Divin Codino ha calcato un campo da gioco. La partita ha coinciso anche con lo scudetto del Milan di Ancelotti, passato quasi in secondo piano al cospetto del passo di addio di colui che è reputato da molti il più forte calciatore italiano di tutti i tempi.

De Biasi lo ha sostituito al minuto 84, per fargli prendere la standing ovation. I suoi ex tifosi, che ha lasciato otto anni prima con uno scudetto vinto, si sono uniti a quelli del Brescia per applaudire questa leggenda. Baggio si è tolto la fascia di capitano, ha abbracciato Paolo Maldini, suo amico ed ex compagno di squadra e nazionale, dirigendosi poi verso la panchina. Alzando le braccia al cielo ha salutato i tifosi di un San Siro gremito in ogni ordine di posto.

Il Brescia ha perso 4-2, ma la sconfitta non ha rovinato la festa tantomeno ha scalfito la carriera della leggenda della nazionale. Il subentrante Giuseppe Colucci è ricordato per un ingresso in campo nel finale dell’ultima partita di campionato. Sembrerebbe svilente e denigrante, diventa un onore quando l’entrata in campo coincide con l’ultima camminata della carriera da calciatore di Roberto Baggio.

“Quando uscii dal campo dentro di me mi sono detto: ‘È finita Roberto, ora è veramente finita’…
La cosa che mi colpì è che l’ultima partita della mia vita l’avevo giocata nella scala del calcio davanti a un immenso campione come Maldini. E mentre uscivo per la sostituzione Paolo mi venne incontro e mi abbracciò. Mi scappò quasi una lacrima.
Salutai il pubblico, tutto San Siro era in piedi: vedevo bambini, ragazzi e padri di famiglia piangere.
Solo in quel momento ho capito quanto la gente mi ha voluto bene…”.

Foto Squawka

A distanza di quasi 17 anni da quel commovente addio siamo qui a raccontare le gesta di una leggenda che ha fatto innamorare generazioni e unito tifoserie. Questa foto, oltre ad essere di una bellezza struggente, è allo stesso tempo malinconica, perché rappresenta la fine di un ciclo di fuoriclasse che ci hanno fatto avvicinare a questo sport. Anche oggi, anche in futuro ci saranno campioni e fenomeni ancora più forti di Roberto Baggio, ma da quando il Divin Codino non gioca più il calcio ha perso un po’ di romanticismo.

La grandezza di Roberto Baggio sta nell’essere riuscito ad unire i tifosi di tutte le squadre italiane. Nonostante sia transitato tra Juve, Milan e Inter, non è stato visto come un traditore, ma rimane amato. I Mondiali che ha disputato da protagonista hanno unito, per qualche settimana, gli appassionati italiani da nord a sud.

Roberto Baggio ha regalato emozioni indelebili con quella maglia azzurra che gli è sempre calzata a pennello, ancora più di quelle delle squadre di club. Roberto Baggio ha fatto gioire, ha pianto e ha fatto piangere. Quel Mondiale 1994 lo ha visto protagonista di performance seconde sono a quelle di Maradona e Pelé nella massima rassegna per nazionale. Il rigore sparato alto nella finale di quel Brasile è un piccolo granello di sabbia in quell’oceano di sogni che ha regalato al mondo del calcio.

Nella memoria degli appassionati restano i 291 gol segnati con le squadre di club e i 27 in nazionale nei quasi 20 anni di carriera. Nella nostra memoria restano il Pallone d’oro vinto nel 1993, le emozioni regalate non solo a USA ’94 ma anche a Italia ’90 e ‘Francia ’98 (ah, se quel tiro al volo non fosse uscito di pochi centimetri alle spalle di Barthez).

E tra le sue gesta non possiamo non annoverare quanto fatto in provincia con le maglie di Brescia e Bologna. Proprio a Brescia, dove si è ricongiunto con Carlo Mazzone, ha vissuto una seconda giovinezza. O forse no. In realtà Roberto Baggio non si era mai spento né era davvero calato. La sua carriera è stata limitata da alcune scelte discutibili degli allenatori (Lippi, Sacchi e Trapattoni) sono due esempi. A Brescia ha regalato emozioni, in una squadra che comprendeva anche Pirlo, Guardiola e Toni. Nella nostra memoria rimarranno indelebili i traversoni telecomandati, le punizioni a togliere le ragnatele dal sette, gli agganci divini e gol come quello alla Juve.

Foto Romanzo Calcistico

“Il giocatore deve essere come l’artista: dominare la scena. O come il torero, dominare l’arena e il pubblico, altrimenti gli arriva addosso il toro”. 

Parole e musica di Osvaldo Soriano. E Roberto Baggio arrivava spesso prima del toro. È stato leader carismatico, trascinatore, genio, dominatore, orchestratore. A Brescia ha vissuto annate dense e a tutto gas, che poco hanno avuto da invidiare a ad nei top club.

E proprio a Brescia sono stati segnati due dei gol che lui stesso inserisce tra i primi cinque nella sua carriera, quello alla Juve e uno all’Atalanta. A Brescia è stato un calciatore vero, arrivando anche nella top 25 della classifica del Pallone d’oro quando aveva ormai 34 anni. La partita di San Siro ha fatto calare il sipario sulla carriera di Roberto Baggio e sulla sua avventura con la maglia del Brescia. Un’avventura che, più che un crepuscolo, dava l’idea di un’eterna primavera.

Solo l’ostinazione di Trapattoni gli ha impedito di vivere le ultime luci della ribalta in una competizione internazionale con l’Italia. Trapattoni ci ha provati di un finale romantico, nell’anno in cui la FIFA aveva allargato a 23 i convocati (come se il destino stesse riservando un posto a Baggio) e nell’anno in cui il fuoriclasse del Brescia aveva profuso uno sforzo incredibile per recuperare da un infortunio in tempo per i Mondiali di Corea e Giappone.

Nessuno ci toglierà dalla testa l’idea che con Roberto Baggio in campo l’arbitraggio di Byron Moreno sarebbe stato diverso, visto lo status di venerazione di cui gode in Oriente. Un Roberto Baggio in finale avrebbe portato una cascata di denaro agli organizzatori e ai Paesi ospitanti…

Oggi ci chiediamo se e quando nel calcio italiano apparirà sulla scena un altro Roberto Baggio. Perché, da quando non gioca più, non è più domenica.