Perché Franco Baresi è il miglior difensore di sempre

Oggi Franco Baresi compie 60 anni. Parliamo della carriera del leggendario centrale del Milan e della nazionale, spiegando perché è il migliore di sempre

Franco Baresi è un mito del calcio italiano, orgoglio del Milan e della nazionale. La sua grandezza la si evince dalle parole di colui che viene considerato il migliore di sempre ed era contemporaneo del 6 per sempre. Diego Armando Maradona si espresse così: «Questa maglia è di un grandissimo giocatore, io penso che Franco Baresi sia il massimo. Questo è un ricordo che porterò sempre con me». 

Franco Baresi ha un palmares assolutamente notevole: tre Coppe dei Campioni, sei Scudetti, quattro Supercoppe italiane, due Coppe Intercontinentali, due supercoppe europee e una Mitropa Cup con il Milan, mentre ricordiamo il Mondiale ’82 con la nazionale.

Franco Baresi ha dedicato tutta la sua carriera ai rossoneri, rifiutando più volte la possibilità di trasferirsi in un altro club europeo quando il Milan ha vissuto periodi bui. Baresi ha costruito un legame così indissolubile con i tifosi del Milan non solo per i trofei e per il livello che ha raggiunto, ma anche per la lealtà dimostrata nei confronti del club.

In una terra famosa per aver prodotto giocatori con un’eccezionale capacità difensiva, non deve sorpendere che una figura come quella di Baresi sia nata in Italia. Anche tra i coetanei italiani ci sono ampie prove che suggeriscono che fosse un calciatore che, nonostante la sua altezza non elevatissima, la sua statura come calciatore sia superiore a quella dei centrali della sua epoca e di altre epoche.

Feroce nei tackle, eppure poco appariscente verbalmente, Baresi era un leader nei fatti. Raramente si esprimeva nei confronti dei suoi compagni di squadra se non per mantenere la disciplina difensiva e l’organizzazione, che era il marchio di fabbrica di ogni difesa da lui comandata. Sarebbe riduttivo definirlo un semplice centrale difensivo. Era dotato di una lettura del gioco fuori dall’ordinario e, quando portava palla, la gestiva da vero regista e nei suoi lanci dava sfoggio di tutta la sua classe.

 

Uno stile che ha portato molti a paragonarlo al leggendario Franz Beckenbauer, che aveva definito il ruolo di Libero una generazione prima. Se Kaiser Franz poteva competere con Baresi a livello di impostazione, il centrale italiano era decisamente più completo nell’arte difensiva.

Nel ventennio rossonero, Baresi non solo ha fatto incetta di trofei, ma ha anche dimostrato una fedeltà eccezionale, restando al fianco della sua squadra quando è stata retrocessa in serie B. Eppure, se l’Inter non lo avesse rifiutato, con ogni probabilità Baresi sarebbe diventato l’idolo dei cugini…

Gli inizi

Il suo primo allenatore in rossonero, il defunto Nils Liedholm, commentò all’epoca: “A 18 anni, aveva già la conoscenza di un veterano“. Nell’aprile del 1978, lo svedese regalò a Baresi l’esordio in rossonero contro il Verona e il centrale di Travagliato non tradì le attese. All’alba della stagione successiva, Baresi era ormai un membro affermato della prima squadra. Durante l’estate, Liedholm aveva deciso di dare fiducia al giovane centrale rossonero. Dopo averlo chiamato a parte dopo un allenamento, lo svedese comunicò a Baresi che sarebbe diventato titolare inamovibile del Milan e lo è stato per un ventennio.

Pur essendo un titolare inamovibile della squadra, Baresi era ancora molto giovane e i suoi compagni lo chiamavano Piscininin, anche il nome non lo aggradava particolarmente. Di certo non ha mai pensato che fosse un qualcosa che ostacolasse la sua carriera. “Credo che il mio punto di forza non sia mai stato il mio fisico. Ero un giocatore piuttosto veloce, ma soprattutto ero veloce di pensiero. Questo mi ha aiutato molto. È una cosa naturale. Certo che si può migliorare, si può crescere con l’esperienza, ma è uno di quei doni naturali“.

Il suo compagno difensivo di lunga data, Paolo Maldini, ha naturalmente concordato con questa valutazione: “Non era come Stam, un tipo grosso, forte e veloce. Era rapido, ma pesava solo 70 kg. Ma lasciate che ve lo dica: quando effettuava un tackle, il suo fisico si sentiva, eccome“.

Con il fiorire della sua carriera, il soprannome fu sostituito con Kaiser Franz, in riferimento alla somiglianza che alcuni sentirono con il gioco di Beckanbauer. Nella prima stagione da titolare, Baresi vinse lo scudetto con i rossoneri. Era il decimo scudetto del club e permise al giovane difensore di fare esperienza giocando al fianco di luminari come Fabio Capello e il leggendario vincitore del Pallone d’Oro ed ex golden boy del calcio italiano, Gianni Rivera, che era nell’ultimo anno della sua florida carriera.

Franco Baresi e Gianni Rivera nel 1979

 

La posizione di Libero è stata ideale per Baresi. La sua capacità di leggere il gioco gli ha permesso di sventare molte minacce offensive prima che avessero l’opportunità di svilupparsi. Baresi aveva il dono di capire in anticipo le mosse degli avversari e i suoi interventi erano spesso preventivi e non come ultima risorsa. Conosceva bene gli standard che doveva mantenere per guadagnarsi i consensi di compagni, allenaotre e critica: “Perché la gente ti ammiri, il tuo comportamento deve essere irreprensibile. L’allenamento, il duro lavoro e un eccellente rapporto con i tifosi sono principi guida che non dovrebbero mai essere presi alla leggera“.

Alla domanda sul tipo di difensori che ammirava, la risposta di Baresi fu emblematica della sua concezione del gioco del calcio: “Mi piacevano calciatori eleganti come Ruud Krol, considerato un difensore a cui piaceva giocare a calcio oltre che difendere“. Maldini osservava: “Non era alto ed era magro ma era molto potente ed era dotato di grandi capacità di salto“. Il modo in cui giocava in campo era un esempio per tutti. Non era un grande oratore, ma il suo stile di gioco e la sua cura maniacale per l’allenamento lo rendevano un modello. Anche il primo Baresi dimostrava di avere qualità tecniche fuori dall’ordinario.

Pur avendo le capacità tecniche di un centrocampista, come osserva Maldini, non si deve pensare che questo significhi che Baresi sia stato tutt’altro che un difensore determinato, con una forza da uomo duro, che ha saputo resistere al dolore e avere la meglio su attaccanti velocissimi e fortissimi fisicamente.

Le prestazioni più leggendarie

La miglior prestazione in maglia azzurra è considerata quella della finale dei mondiali 1994, in quel di Pasedena, negli Stati Uniti. Dopo un serio infortunio, il suo recupero per la finale fu a dir poco miracoloso. E Baresi non diede assolutamente l’idea di essere acciaccato.

Il calore asfissiante di Pasadena condizionò inevitabilmente la partita. L’acido lattico si accumulava nei calciatori e il consumo di acqua non riusciva a risolvere lo squilibrio. Il muscolo del polpaccio di Baresi si era bloccato e il fuoriclasse del Milan si era accasciato a terra. I compagni di squadra Paolo Maldini e Luigi Apolloni si erano precipitati in suo aiuto, mentre il personale di fisioterapia si era avvicinato con un carrello elettrico. Franco Baresi era arrivato fino a quel punto e non avrebbe lasciato che i crampi mettessero fine al suo torneo. Un torneo che sembrava bello come e più di tre settimane prima.

Un infortunio al menisco del ginocchio di solito richiede dalle sei alle otto settimane per guarire; una lacerazione richiede mesi, molti dei quali richiedono un intervento chirurgico. Quando il capitano azzurro Baresi zoppicò durante la seconda partita di USA ’94 la sua prognosi non era stata buona. Il menisco si era rotto, un infortunio troppo grave per un giocatore al tramonto della carriera. Al sollievo del gol salvifico di Dino Baggio contro la Norvegia fecero da contraltare l’epulsione del portiere Gianluca Pagliuca e l’infortunio di Baresi.

Le avversità non sono certo una novità per Baresi, rimasto orfano da bambino a causa della tragica perdita dei genitori. Franco, il fratello Giuseppe e le due sorelle sono dovuti crescere in fretta a Travagliato, in Lombardia. La ventitreenne Luisa ha assunto il ruolo di madre per i suoi due fratelli appassionati di calcio e la sorella minore. Giuseppe fu preso dall’Inter, ma Franco fu rifiutato dai nerazzurri, ricevendo una seconda chance dai rivali cittadini del Milan.

Il Libero del Milan era tornato in nazionale in occasione dei Mondiali. Ritiratosi dal calcio internazionale dopo Euro ’92, Baresi cercava un’altra possibilità sul più grande palcoscenico calcistico. Componente della gloriosa squadra vincitrice dei Mondiali di Spagna ’82, all’inizio era rimasto indifferente al ritorno. La Federazione calcistica italiana gli fece però cambiare idea.

 

Gli Azzurri erano partiti lentamente in quel Mondiale, ma dagli ottavi in poi la squadra spiccò il volo. Dopo l’infortunio patito contro la Norvegia, le possibilità di un rientro di Baresi erano ridotte al lumicino. Un intervento chirurgico avrebbe costretto Baresi a rimanere ai boxi tre settimane. Dopo un’operazione durata appena 20 minuti, il processo di recupero fu avviato. La moglie, il figlio e il suocero di Baresi volarono negli States per dargli sostegno morale. Due giorni dopo l’intervento Baresi si era rimesso in piedi e il sogno impossibile fu realizzato. Nel frattempo l’Italia riuscì ad andare avanti.

Con il loro capitano talismano assente, Roberto Baggio prese gli Azzurri sulle proprie spalle portandoli fino in finale. Barese tornò arruolabile a tempo di record e lasciò la scelta di schierarlo dall’inizio nelle mani del CT Arrigo Sacchi. Per quest’ultimo la scelta era chiara: se Baresi era disponibile, avrebbe giocato. Il compagno di squadra del Milan, Paolo Maldini, sarebbe stato al suo fianco a comporre la linea difensiva

Sarebbe stato il duo incaricato di fermare Bebeto e Romario nel match del Rose Bowl di Pasadina. Le preoccupazioni fisiche di Baresi svanirono presto. L’uomo noto come Piscininin era al top. La sua lettura del gioco non era seconda a nessuno e, durante la finale, Baresi sembrava sapere dove stava andando la palla prima del giocatore che la passava.

Questo match, leggendario, di Franco Baresi consentì agli azzurri di non subire gol contro l’attacco stratosferico del Brasile, composto da Romario e Bebeto. Roberto Baggio non era al top e, ahinoi, lo vedemmo durante quella partita. Come rosa quel Brasile non era superiore alla nostra nazionale, ma in quel match dimostrò di avere più gamba. Eppure, grazie soprattutto alla leggendaria prestazione di Baresi, i verdeoro non riuscirono a penetrare tra le maglie azzurre.

L’altra finale in cui Baresi si rese protagonista di una prestazione che passerà alla storia è quella giocata dal suo Milan contro il Benfica. L’avversario principale era il brasiliano Valdo, tecnico, alto, sgusciante e veloce. Baresi, che giocò altissimo, si rese protagonista di una prestazione da calciatore totale. Le chiusure venivano spesso effettuate in una porzione di campo non vicina alla porta. Il centrale rossonero usciva senza alcun affanno dalle situazioni più intricate, spesso evitando di spazzare. Il baricentro alto della squadra di Sacchi lo vedeva spesso impostare oltre il centrocampo. Nelle azioni di contropiede, scattava per inserirsi…

In entrambi i match si notano le doti da difensore completo di Franco Baresi. Non solo perfetto nelle chiusure, ma anche dotato di piedi d’oro, capacità di sganciarsi e destrezza nell’uno contro uno.

Queste due finali fanno pendere l’ago della bilancia a favore di Baresi nelle ipotetiche classifiche su chi è il migliore centrale di sempre. Baresi non solo è stato una leggenda di Milan e nazionale, con cui ha raggiunto grandi traguardi, ma ha sfoderato prestazioni leggendarie nei match più importanti, tra cui le due finali in questione.

Come si può evincere, la differenza con un Beckenbauer sta proprio nella completezza. Baresi era dominante di testa, era fenomenale nell’uno contro uno, era veloce, leggeva l’azione difensiva prima di tutti gli altri effettivi in campo e, come il tedesco, fungeva da regista aggiunto. Baresi si è ritirato quasi un quarto di secolo fa e ancora oggi nessun centrale si è avvicinato alla sua completezza.

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