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Oggi è il genetliaco numero 76 di Edoardo Reja, detto Edy, uno dei tecnici più amati del calcio italiano. La sua carriera da allenatore è stata un lunghissimo peregrinare. Dopo tanti anni in provincia, tra promozioni e salvezze, l’opportunità in una piazza importante giunse alla soglia dei 60 anni di età.

Edy Reja arrivò a Napoli nel primo anno di De Laurentiis e Marino. Giunse nella città partenopea nel febbraio 2005 per sostituire Giampiero Ventura, decisamente il peggior allenatore dell’era De Laurentiis. Quel Giampiero Ventura capace, circa 13 anni dopo, di non fare qualificare l’Italia ai mondiali.

Arrivò per far risalire la china ad una squadra che era stata costruita per essere promossa subito in Serie B e abbandonare l’inferno della C. Il Clint Eastewod degli allenatori prese una squadra che vivacchiava a metà classifica e la portò ai play-off.

Il Napoli cambiò  marcia e conseguì parecchie vittorie. La squadra raggiunse i play-off ma fu sconfitto nella finale contro l’Avellino.

Fu una grossa delusione per il mister friulano che, da signore qual era, rassegnò le dimissioni. Queste dimissioni non furono accettate da De Laurentiis e Marino. Al contrario, gli fu rinnovata la fiducia ed il presidente acquistò i calciatori giusti per riportare il Napoli in serie B.

Il campionato successivo fu vinto facilmente e per Reja fu una grande gioia. In serie B la squadra azzurra ritrovò “l’odiata” Juve e concluse il campionato dietro i bianconeri, venendo promosso in Serie A. L’ultima partita ebbe luogo al Marassi di Genova contro i cugini genoani. Visti i risultati degli altri campi, il pareggio andò bene a entrambe e furono pertanto evitati i playoff.

Il primo anno di Reja fu esaltante. Arrivarono Zalayeta, il Pocho Lavezzi e un giovane Hamsik. Fu un bellissimo campionato. Il Napoli al primo colpo arrivò in Europa, anche se dalla porta di servizio, l’Intertoto.

Edy Reja ai tempi della promozione in B

Il Napoli affrontò la competizione senza timori. Solo nella serata amara di Lisbona i sogni europei si infransero davanti alla traversa di Cannavaro.

Fu quello anche l’ultimo anno di Reja a Napoli. Oramai i rapporti con DeLa si erano deteriorati e si venne alla sconfitta in casa propria con la Lazio. Ancora una volta i due sfiorarono il contatto fisico e la conseguenza inevitabile fu l’addio dell’allenatore goriziano.

Reja andò via tra le lacrime. Erano le lacrime di un signore che aveva dato tutto se stesso per la causa azzurra. Negli anni successivi, il Napoli ha vinto trofei e ottenuto vari secondi posti in campionato, nonché giocato la Champions a buoni livelli. Edy Reja è stato colui che ha tracciato la strada nonché, almeno finora, l’allenatore maggiormente dedito alla causa azzurra.

A lui si deve la rinascita di un Napoli che prese all’ottavo posto in Serie C e lo lasciò ottavo in Serie A e con tanto amaro in bocca.

Napoli ha sempre ringraziato quel signore goriziano che per cinque stagioni fu condottiero di una squadra del sud, diventando un napoletano adottivo.

Ancora oggi il rapporto con i suoi calciatori ai tempi del Napoli resta. Reja ha dichiarato di sentire ancora il Pocho Lavezzi e Marek Hamsik (quest’ultimo definito suo figlioccio). Con il Pampa Sosa ci sono stati degli attriti, ma a distanza di anni l’argentino ha dato ragione al mister.

Anche alla Lazio un tecnico come Edy Reja ha lasciato il segno. Era una Lazio decisamente in ricostruzione, lontana dallo squadrone degli anni di Eriksson e decisamente non al livello di quella attuale.

Reja e Lotito ai tempi della Lazio

Dopo il breve intermezzo in Croazia all’Hajduk Spalato, il tecnico goriziano tornò alla Lazio. Il presidente Claudio Lotito lo chiamò per risollevare una nobile decaduta, clamorosamente in lotta per la salvezza. E Reja è sempre stato un maestro nel tirare fuori le squadre dalle cattive acque.

Dopo la salvezza ottenuta con scioltezza, l’anno successivo Reja sfiorò la qualificazione in Champions. La Lazio non ottenne l’accesso alla massima competizione europea per club esclusivamente per un discorso di scontri diretti contro l’Udinese. In mezzo a tanti flop, figuravano calciatori di livello, tra cui Muslera, Hernanes, il capitano Mauri, Zarate e Ledesma, per nominarne solo alcuni.

Eppure, il  il 18 settembre 2011 diede le dimissioni, stanco delle contestazioni per i derby persi. Fortuna volle che Claudio Lotito fu irremovibile e lo convinse a rimanere. Il primo derby fu vinto poco tempo dopo e lo strappo con la tifoseria fu preso cucito. In poco tempo, il popolo biancoceleste trasformò i fischi in applausi. Nell’inverno 2012, stufo delle campagne acquisti di Lotito, Reja rassegnò ancora le dimissioni, ma stavolta furono i tifosi a convincerlo.

Arrivò un’altra vittoria nel derby e la Lazio si rimise in carreggiata. La doppia affermazione in un derby mancava dal lontano 1997/1998. La Lazio arrivò al quarto posto, ma nel 2011/2012 la quarta non accedeva più alla Champions. Purtroppo la Bundesliga aveva superato la Serie A nel ranking.

Uomo schietto e sincero, Reja non ha mai preso impegni né forzato la società a rispettare un contratto. Si è sempre mostrato pronto a rinunciare ai soldi, mettendo al primo posto dignità e rispetto per gli interlocutori e il pubblico. Ha parlato pubblicamente delle divergenze con Lotito e nel 2012 ha lasciato la Lazio. Ci è tornato a gennaio 2014, in luogo di Petkovic, portando la squadra a un ottimo nono posto.

Reja è stato un allenatore arrivato tardi nel grande calcio. Spesso vengono pubblicizzati allenatori solo perché giovani e/o sponsorizzati da procuratori particolarmente potenti. Reja ha dovuto fare la gavetta ed è arrivato a certi livelli a 60 anni, ponendo tra l’altro le basi per la costruzione di una grande Atalanta.

La curiosità incredibile è che, in 60 anni di carriera tra calciatore e allenatore, ha allenato sempre al nord, al sud o all’estero, fatta salva la parentesi al Pescara, tra Primavera e prima squadra. Un dato assolutamente singolare per un allenatore che ha girato l’Italia e non solo per ben 60 anni!

Un personaggio come Edy Reja, onesto, leale, schietto e vero Signore, nonostante non sia mai scappato ai conflitti, è stato capace di entrare nel cuore di tifoserie e allenatori in piazze particolarmente calde. Un uomo di altri tempi che, a 75 anni, guida l’Albania e non ha alcuna intenzione di lasciare il mondo del calcio.

(Foto web)