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Duncan Edwards, il più grande Busby Babe di tutti, è diventato una figura quasi mitica, per sempre giovane. La sua leggenda è tenuta viva solo da pochi giornali in bianco e nero e dai ricordi di chi ha condiviso un campo con lui. Per Bobby Charlton è stato «l’unico giocatore che lo ha fatto sentire inferiore», e la sua morte è stata «la più grave tragedia della storia del Manchester United e dell’intero calcio inglese».

Tommy Docherty, tecnico del Manchester United per diverse stagioni, nutre una considerazione ancora maggiore: «Sarebbe diventato il più grande giocatore di tutti i tempi… e non parlo solo del regno Unito. George Best era speciale, così come lo sono stati Pelè e Maradona, ma in termini di completezza come giocatore Duncan Edwards era superiore a tutti loro».

Duncan Edwards e Bobby Charlton con gli altri Busby Babes

Quando morì, a soli 21 anni, Edwards aveva già disputato 177 partite con la maglia del Manchester United, vincendo due campionati inglesi, tre FA Youth Cup e collezionato 18 presenze in nazionale. Era diventato il calciatore più giovane a esordire in First Division, a soli 16 anni e 184 giorni. Inoltre era diventato il calciatore più giovane nel XX secolo a esordire con la maglia della nazionale inglese, a 18 anni e 183 giorni, un record che è rimasto imbattuto per quasi 43 anni, prima che Michael Owen lo battesse.

James Leighton, autore del famoso libro, “Duncan Edwards, il più grande”, scrive: «Aveva il fisico di un uomo, davvero di un gigante, anche se aveva il viso da ragazzo. Un predestinato: come George Best imparò a giocare a pallone ancor prima di camminare”, è una delle testimonianze riportate nel libro per corroborare il suo titolo così ambizioso».

Matt Busby prese le redini del Manchester United nel 1945, dopo la seconda guerra mondiale. Busby, che aveva giocato con Manchester City nei primi anni ’30, aveva un progetto ambizioso in mente che si sarebbe avverato solo nel 1956, quando i Red Devils sollevarono la Coppa di Lega. La squadra aveva un’età media di 22 anni ed è senza dubbio considerabile il Manchester United più mancuniano di sempre, vista la folta presenza di ragazzi cresciuti in città o nei suoi dintorni.

«Matt Busby», scriveva il Manchester Guardian dopo la conquista del titolo inglese, «ha avuto una visione quasi soprannaturale nello scoprire giovani talenti locali, risultando per loro una sorta di secondo padre. Insieme a loro ha costruito uno spirito di squadra molto raro a questi tempi».
La sua squadra, dove brillava la stella di Duncan Edwards, concesse il bis nel 1957, ma perse la finale di FA Cup contro l’Aston Villa e la semifinale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Non importava. La crescita vissuta da quella giovanissima squadra riuscì ad alimentare fase di dominio assoluto.

Insieme al suo assistente, Jimmy Murphy, Busby stava costruendo un modello di leggenda. Le sue imprese avevano già fatto il giro dell’Inghilterra. Busby e i suoi ragazzi erano stati notati in Europa e il loro soprannome, coniato nel 1951 dal Manchester Evening News grazie giornalista Frank Nicklin, faceva tremare il mondo. Bill Foulkes, Albert Scanlon, Wilf McGuinness (che più tardi divenne allenatore del Mancheste United), Dennis Viollet, Harry Gregg, Eddie Colman, Duncan Edwards, Geoff Bent, Tommy Taylor, Mark Jones, Roger Byrne, Billy Whelan, Jackie Blanchflower, Kenny Morgans, John Doherty, Colin Webster e un giovanissimo Bobby Charlton erano pronti a fare la storia. Erano i Busby Babes.

Il 5 febbraio 1958, il Manchester United dovette affrontare la Stella Rossa di Belgrado, una delle squadre più forti del momento, nel ritorno dei quarti di finale della Coppa dei Campioni. In Inghilterra, la squadra di Busby vinse 2-1. Il 3-3 di Belgrado – con due gol di Charlton e un altro di Viollet – condusse lo United in semifinale, dove lo attendeva il Milan.

Il 6 febbraio la squadra si stava preparando per tornare a Manchester. I calciatori non potevano intrattenersi. C’era una competizione da vincere. Il volo fu ritardato di un’ora. Johnny Barry aveva perso il passaporto. A causa di questo problema, il comandante James Thain ai comandi dell’Airspeed Ambassador, si diresse a Monaco, dove l’aeromobile avrebbe fatto una sosta per fare rifornimento.

I ragazzi erano stanchissimi e avevano bisogno di riposare. Fuori, la tempesta si intensificò e dalla torre di controllo giunsero comunicazioni poco rassicuranti con il comandante Thain. Il decollo non sarebbe stato facile. Alcuni dei calciatori continuavano a scherzare, altri si spazientirono. I tentativi di decollo di James Thain non ebbero successo e dalla torre di controllo gli giunse un avvertimento era meglio rimandare la partenza. Thain riuscì nell’intento di partire, al quarto tentativo.

Duncan Edwards: c’è chi giura che sarebbe diventato più forte di George Best

Il velivolo riuscì a sollevarsi solo di pochi metri e cadde a terra, schiantandosi contro una casa disabitata a circa trecento metri dall’aeroporto. Il tutto alle 3:04 del pomeriggio.

Harry Gregg uscì a trenta metri di distanza, mentre l’aereo si spezzò a metà. Seriamente ferito, riuscì a portare in salvo Busby, Charlton, Viollet e due passeggeri, Vera Lukic e Venona, sua figlia. L’immagine dell’incidente era agghiacciante.

Sul colpo morirono i calciatori Roger Byrne (25), Mark Jones (24), Tommy Taylor (26), Eddie Colman (21), Liam Whelan (22), David Pegg (22) e Geoff Bent (25). Duncan Edwards, fuoriclasse della squadra, riuscì a sopravvivere, ma morì 15 giorni dopo per complicanze ai reni.

Che calciatore era Duncan Edwards

Edwards era apprezzato per il suo gioco a tutto campo e la sua versatilità, e per come riusciva ad eccellere in quasi tutte le posizioni in campo. Tuttavia, la posizione preferita in campo era quella di mediano sinistro. In quel ruolo costantemente coinvolto nelle giocate e poteva usare sia la sua capacità difensiva che quella offensiva.

Ritornano in mente altre parole di Bobby Chalrton: «Ogni grande calciatore spicca per una o due caratteristiche precise; il dribbling, il colpo di testa, la velocità, l’intelligenza tattica o la prestanza fisica. Duncan Edwards era semplicemente il migliore in ciascuna di queste “specialità”».

Edwards era alto un metro e ottanta, quindi non era certamente il più alto in campo. Tuttavia, grazie alle spalle larghe e alla capacità di elevazione, faceva valere la sua potenza inaudita. Questa potenza fu riconosciuta dai tedeschi, che lo ribattezzarono “Boom Boom” per la rete segnata contro di loro a Berlino. Jack Rowley, nativo di Wolverhampton, e autore di 211 gol con la maglia dei Red Devils, affermò che avrebbe voluto avere il tiro di Edwards.

Eppure il gioco di Duncan Edwards non si basava solo sulla potenza: il calciatore inglese era dotato di qualità tecniche impressionanti. Bill Foulkes, un altro dei Busby Babes, ricorda: «Quando voleva, faceva cose eccezionali, da vero prestigiatore». In fin dei conti, Edwards può essere considerato un precursore di quelli che negli anni ’70 sarebbero stati riconosciuti come calciatori totali. La sua tecnica e la sua classe erano assolutamente inusuali per un carrarmato della sua stazza.

Edwards è stata la più grande scoperta di Sir Matt Busby. Visto che la generazione precedente era oramai logora, il tecnico scozzese si vide costretto a rimpolpare la rosa con i calciatori delle giovanili. Da lì nacque il mito dei Busby Babes. Busby diede al ragazzino inglese una maglia da titolare nel 1954. Eravamo al cospetto di un centrocampista totale, fenomenale nello sradicare i palloni, effettuare percussioni, ma anche lanci e andare a finalizzare.

The Tank, come era soprannominato, segnava un solco in mezzo al campo, seminando avversari e dando il via ad azioni da rete. Con 20 anni di età conquistò il primo titolo inglese. Il Manchester United vinse il campionato distanziando il Blackpool di un Sir Stanley Matthews ultraquarantenne, ma reduce dalla vittoria del pallone d’oro.

Le sue prestazioni mirabolanti con la maglia dei Red Devils gli fecero guadagnare un altro soprannome, emblematico, ovvero The Best. Era una forza della natura. Per Charlton, Duncan Edwards combinava istinto, tecnica e forza fisica devastante.

Edwards sul letto di ospedale a Monaco di Baviera

Nel 1957, a soli 21 anni, arrivò in semifinale contro il Real Madrid. L’anno successivo, dopo aver eliminato la Stella Rossa, il Manchester United si accingeva a giocare un’altra semifinale. Poi il noto e tragico schianto di Monaco. Mentre lottava tra la vita e la morte in un ospedale di Monaco di Baviera, Edwards, chiese a Jimmy Murphy: «A che ora inizia la partita contro i Wolves, Jimmy? Non devo saltare quell’incontro».

Provarono a salvarlo in tutti i modi, ma i danni ai reni erano troppo grandi. Il 21 febbraio 1958, Edwards spirò. Fu sepolto nel cimitero di Dudley accanto alla sorella, morta tragicamente da piccola. Sulla lapide è presente un messaggio che recita:

«A day of memory, Sad to recall, Without farewell, He left us all»
«Un giorno di memoria, Triste da ricordare, Senza alcun congedo, Ha lasciato tutti noi»