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Fino al 2016, quando di anni ne aveva quasi 65, Claudio Ranieri era considerato un incompiuto, mai vincente. Uno che è sempre stato inviso al tribunale del giochismo e oggetto di iconoclastia per non aver vinto mai un campionato.

La vittoria della Premier League con il Leicester ha segnato una linea di demarcazione con queste considerazioni passate. Lui che è sempre andato per la sua strada, ricevendo con gli interessi ciò che la sorte gli aveva tolto.

«La vera gloria consiste nel fare ciò che merita di essere scritto, nello scrivere ciò che merita di essere letto; e nel vivere in modo da rendere il mondo più felice per il fatto che ci stiamo vivendo».

Queste parole di Plinio il Vecchio sono rappresentative del Ranieri uomo e allenatore. Nei suoi gloriosi anni in panchina, il tecnico testaccino è riuscito a compiere capolavori che meritano di essere scritti e a scrivere pagine indelebili della storia del calcio, che meritano di essere lette.

La sua nuova vita da tecnico, sempre nelle underdog, sta dando una ventata di felicità in un mondo del calcio particolarmente tribolato. La pandemia di COVID-19 ha distolto un po’ l’attenzione dal campo. Ma il ritorno di Claudio Ranieri in panchina non era passato in sordina lo scorso anno né lo sarà in questa stagione. Prima della sfida contro il Liverpool, Jurgen Klopp si è tolto il cappello al suo cospetto.

A 70 anni di età, l’allenatore romano riesce ancora a sbranare emozioni dalla panchina, è sempre sul pezzo, sempre fedele alla sua idea di gioco. La sua Sampdoria ha centrato una salvezza tranquilla, arrivando addirittura a centro classifica. Più difficile l’impresa con il Watford. L’inizio (Ranieri è subentrato) non è stato dei migliori ma la squadra è, almeno per adesso, fuori dalla zona retrocessione.

Il manierismo della ricerca ossessiva del bel gioco è dittatoriale e totalitario agli occhi di chi reputa che sia l’unico modello possibile. D’altronde in questo contesto calcistico gli epigoni di Guardiola stanno pullulando. Ranieri ha invece rifuggito la ricerca ossessiva dell’uscita palla al piede, affermandosi come uno degli artefici di un manifesto calcistico che rende onore all’essenza del calcio.

D’altronde, come affermò Kasper Schmeichel, portiere del Leicester legatissimo al tecnico romano: “Perché fare cinque passaggi, quando con uno puoi andare in porta?”.