Robert Prosinecki, rapsodia balcanica

Figlio di Gastarbajteri in Germania, Robert Prosinecki è di formazione slava. Ripercorriamo carriera e aneddoti di un calciatore che amava i dribbling quanto fumo e spritzer

Compie oggi 52 anni Robert Prosinecki, uno dei più forti centrocampisti degli anni ’90. Nato in Germania da genitori entrambi Gastarbajteri (termine con cui venivano designati gli immigrati dell’ex Jugoslavia), si è trasferito in Croazia all’età di 10 anni.

Siamo quindi al cospetto di un calciatore di formazione balcanica e non teutonica. Dopo i suoi esordi con la maglia della Dinamo Zagabria, il padre organizzò un incontro con Dragan Dzajic, uno dei calciatori jugoslavi più forti di sempre e, in quel tempo, responsabile del settore giovanile della Stella Rossa di Belgrado. Quando lo vide in azione, Dzajic se ne innamorò.

Faceva delle cose con il pallone che solo i grandi calciatori sanno fare. E poi aveva quest’aria quasi disinteressata di chi si trova lì per caso… ma che una volta in campo diventa un’altra persona” .

Prosinecki dopo il Mondiale under 20 del 1987

Il passo nelle nazionali giovanili fu breve. Convocato per i Mondiali under 20 del 1987 in Cile, Prosinecki incantò le platee e la nazionale jugoslava vinse la competizione. Quel giovanissimo genio nato in Germania vinse anche il pallone d’oro dei Mondiali. E pensare che la Stella Rossa voleva indietro il giocatore visto che, in contemporanea, con i mondiali under 20, doveva affrontare il Bruges in Coppa UEFA. A dirimere la controversia ci pensò Jean-Marie Havelange, presidente della FIFA, che diede ragione alla nazionale giovanile jugoslava.

Mentre la Cortina di ferro si estendeva sull’Europa dell’Est dopo la seconda guerra mondiale, quando l’Unione Sovietica di Josef Stalin manteneva – o almeno controllava – la terra che si era guadagnata combattendo contro la Germania nazista, non erano solo le strutture politiche dei Paesi del blocco orientale ad esserne colpite. Ad essere alterate furono le loro intere società. Gruppi di persone venivano perseguitati, la polizia segreta terrorizzava la popolazione e la segretezza era all’ordine del giorno. I risvolti di tutto ciò si videro anche nel calcio giocato.

A seguito della seconda Guerra Mondiale, molti calciatori straordinari sono stati trascurati, o addirittura ignorati, semplicemente perché non era possibile vederli. Tenendo presente che era raro vedere calciatori stranieri in tutti gli anni ’60, era praticamente impossibile vedere molti grandi giocatori dell’Europa dell’Est a causa della natura isolazionista dei Paesi sovietici. Anche verso la fine del dominio sovietico, molte grandi squadre sono state ignorate o dimenticate.

Il croato con la Coppa dei Campioni ai tempi della Stella Rossa

Una di queste è la squadra della Stella Rossa di Belgrado, vincitrice della Coppa dei Campioni 1991, che sconfisse il Marsiglia in quella finale. Uno dei fari di quella Stella Rossa era proprio Robert Prosinečki, il maestro del centrocampo della squadra e calciatore che spesso sembrava essere di un altro livello rispetto agli altri 21 giocatori in campo. Dotato di tecnica raffinata ed estro, Prosinečki era la stella della squadra assieme a Dejan Savićević, i due rifinitori principali per l’attaccante Darko Pančev. Il montenegrino Dejan Savićević giocava alle spalle del macedone Pančev. Entrambi sostengono che l’altro è stato il miglior partner offensivo con cui abbia mai giocato.

La Stella Rossa vinse 5-3 ai rigori quel trofeo. Prosinečki, Binić, Belodedici, Mihajlović e Pančev segnarono tutti i propri calci di rigore, consegnando la Coppa dei Campioni alla Stella Rossa. Fu un momento fantastico per la squadra, ma il Paese non potette gioirne più di tanto, visto il conflitto che lo avrebbe attanagliato.

Ai tempi del Real nel gennaio 1993 (Foto Shaun Botterill/Allsport)

Veliki Žuti (“il grande biondo”), come era soprannominato, si trasferì quindi al Real Madrid. Al Bernabeu visse stagioni con molte più ombre che luci, dovute principalmente ai problemi fisici. L’unico tecnico che lo fece rendere al meglio fu Vicente Del Bosque: “Non si può discutere il fatto che Robert sia un individualista e che sia innamorato del pallone. Spesso riceveva parecchi fischi per la sua mania di tenere a lungo il pallone tra i piedi … ma il più delle volte vi posso garantire che lo faceva perché non c’erano soluzioni migliori!”.

Dopo un lungo peregrinare tra tante squadre (passò anche per il Barcellona, voluto da Johan Cruyff), il croato ebbe il suo canto del cigno in Inghilterra con la maglia del Portsmouth, in seconda serie, nel 2001-2002. A volerlo fu il presidente serbo Milan Mandarić. Prosinecki era chiaramente un calciatore di altra categoria e sembrava essersi rimesso anche fisicamente. Tra i compagni di squadra c’era anche Peter Crouch. Marlon Harewood, centravanti del Nottingham, avvicinò il campione croato nel tunnel prima di entrare negli spogliatoi. “Amico, sei una leggenda. E’ un onore per me giocare nello stessa partita dove giocherai anche tu”.

Naturalmente l’ex fuoriclasse della Stella Rossa era diventato l’idolo anche di Peter Crouch. Quest’ultimo racconta che il croato fumava appena prima di scendere in campo, al rientro negli spogliatoi per l’intervallo e una volta finita la partita. Proprio sul fumo e un altro vizio, Prosinecki scherza su: “So benissimo che fumare non è certo il massimo per un atleta, ma in fondo è l’unico vero vizio che ho… e poi nessuno vive più di cent’anni…”. “Se non fosse per lo spritzer (vino bianco e acqua minerale) sarei stato il più grande calciatore del mondo !” .

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