Robbie Keane e il maledetto periodo all’Inter

Oggi Robbie Keane compie 40 anni. Ricordiamo la sua breve avventura all'Inter, dove era chiamato "Baby Irish" e i motivi per cui non andò bene

Robbie Keane è un’icona del calcio irlandese. Negli ultimi 30 anni la sua fama in patria è superata solo da un altro Keane, il celebre Roy, leggenda del Manchester United. I suoi primi gol in nazionale, a soli 18 anni, hanno segnato l’inizio di un meraviglioso rapporto tra giocatore e Paese. Prodigio in ascesa, sembrava già un attaccante completo.

Keane è oggi una vera e propria icona del calcio moderno in Gran Bretagna e Irlanda. Chiedete a qualsiasi tifoso irlandese quale sia il suo ricordo preferito del calcio e potete scommettere che la maggior parte lo identificherebbe con questo ragazzo nato a Tallaght, ma cresciuto calcisticamente in Inghilterra.

Robbie Keane è stato il primo irlandese a segnare una tripletta in Premier League ed è tra i primi cinque marcatori europei della storia. L’irlandese ha eguagliato Gerd Müller, ma c’è da dire che ha giocato più del doppio di partite in nazionale rispetto al tedesco.

Essendo un uomo proveniente da una nazione insulare, tuttavia, ha sempre vissuto con il tormento di non aver mai assaggiato la grande gloria internazionale dei trofei, tolto il campionato europeo under 18 vinto a Cipro nel 1998.

Se il suo approdo in Italia fosse coinciso con un’Inter più organizzata e competitiva, la sua carriera sarebbe potuta essere ancora migliore. Era l’Inter di Lippi, una squadra imbottita di grandi calciatori, ma piena di teste calde. E dire che Lippi gli diede fiducia e l’impatto di Keane con il calcio italiano fu assolutamente positivo. Quell’Inter fu eliminata dal modesto Helsingborg ai preliminari di Champions e il ragazzo non trovò certo l’ambiente ideale.

Pagato 31 miliardi di lire e con un ingaggio di 3 milioni, le aspettative riposte su di lui erano tante, forse eccessive. Dopo pochi mesi fu uno dei capri espiatori e, complici le scelte di Tardelli, l’Inter lo cedette al Leeds, prima in prestito poi a titolo definitivo.

La città natale di Keane, Tallaght, è molto lontana da San Siro. Composto in gran parte da residenze, questo “sobborgo popolare tentacolare ai piedi delle montagne di Dublino” è spesso descritto come emarginato e poco stimolante dai media e della società irlandese in senso lato. Questa descrizione è certamente severa, ma non è ovviamente un luogo che potrebbe mai essere descritto come glamour – non come Milano, chiaramente. Eppure questo ragazzo di Tallaght arrivò in una delle città più glamour di Europa, condividendo lo spogliatoio con alcuni dei pezzi grossi dell’epoca.

Robbie Keane alla presentazione con la maglia dell’Inter

 

Per molti in Irlanda al momento del suo trasferimento, i calciatori “continentali” erano ancora una razza a parte, considerati infinitamente più colti e urbani degli irlandesi. La cultura calcistica italiana, in particolare, aveva assunto un alone di mito all’inizio degli anni Novanta e, a metà del decennio, un’intera generazione di tifosi irlandesi aveva aderito al culto di Gianluca Vialli, Paolo Maldini o Roberto Baggio attraverso il programma Football Italia.

Negli anni ’80 e ’90, la Serie A era la Terra Promessa per chiunque. Ma, proprio come la biblica Terra Promessa, era sembrata fuori portata, qualcosa che si poteva ammirare solo da lontano. Eppure quel giovanissimo Robbie Keane fu ingaggiata dall’ambiziosa Inter del presidente Moratti, sfidando le aspettative allora limitate dell’Irlanda nei confronti dei suoi sportivi. Improvvisamente, la Serie A era diventata un sogno raggiungibile.

Il Keane 20enne era un calciatore veloce, grintoso e astuto, ma troppo grezzo per non sfigurare al cospetto di compagni più tecnici e maturi. Molti compagni all’Inter lo chiamavano Baby Irish: l’immagine quasi stereotipata di un ragazzo dagli occhi spalancati che cercava di farsi strada in una terra totalmente diversa dalla sua, circondato da personaggi che lo vedevano solo come una curiosità.

La prima partita giocata dal ragazzo irlandese con la maglia dell’Inter fu quella famigerata in Champions League contro l’Helsingborg, che in nerazzurri persero. Keane giocò in coppia con Hakan Şükür, altro nuovo acquisto: “Keane e Şükür sono due attaccanti con caratteristiche molto diverse e hanno bisogno di più tempo per conoscersi meglio“, fu il commento diplomatico ma quasi minaccioso del compagno di squadra Benoît Cauet.

Tuttavia, la Gazzetta dello Sport sottolineò la velocità e i movimenti di Keane, spiegando che i problemi sotto porta facevano parte di un normale apprendistato. In un’intervista allo stesso giornale, pochi giorni dopo il suo debutto, Keane rifletté sulla partita, con un fare filosofico: «È successo tutto così in fretta che sembra un sogno… Sono felice. È meraviglioso essere un giocatore dell’Inter e partecipare a una competizione che finora avevo visto solo in televisione».

Tutto sommato, non fu un cattivo inizio per Keane, ed era chiaro che Lippi credeva davvero nel suo potenziale. Come noto, Lippi lasciò l’Inter tra le polemiche pochi mesi dopo. Il presidente Moratti pretendeva dei risultati, e se non arrivavano, non si faceva scrupoli a mostrare all’allenatore la porta di uscita.

Una formazione dell’Inter di quella stagione

 

Con Lippi fuori dai giochi, l’ex tecnico dell’under 21 italiana Marco Tardelli assunse il controllo della prima squadra e la sua nomina segnò la fine dell’avventura di Keane in Serie A. Sotto la guida del nuovo allenatore, le cose si misero immediatamente male per l’irlandese.

Né Lippi né Tardelli riuscirono a trovargli una collocazione tattica. L’ex Coventry e Wolverhampton fu provato come attaccante puro, ma anche con spalla di Hakan Şükür o Iván Zamorano, con le vesti più di un creatore che un rifinitore. Keane non è riuscito a eccellere in questo ruolo poco familiare e la giovane età ha influito.

«Probabilmente ero troppo giovane quando sono andato all’Inter. Se ci fossi andato più tardi, mi sarei trovato a mio agio a giocare anche in quel ruolo», ha dichiarato in un’intervista a Kevin Kilbane nel 2014.

Il suo gioco ne soffrì e la panchina fu l’inevitabile conseguenza. Ma non furono solo la forma, l’incertezza della posizione o un tecnico poco comprensivo a portare a questo. La semplice e pura verità è che Keane era il quarto o quinto miglior attaccante della squadra e, dopo un certo periodo di tempo, ciò divenne chiaro.

La Supercoppa italiana contro la Lazio. Keane segna il primo gol con un bel pallonetto.

Dopo essere stato messo ai margini della squadra da Tardelli – che tra l’altro si ricongiunse con Keane quando divenne vice Trapattoni alla guida dell’Irlanda – divenne ben presto evidente che le cose non sarebbero andate bene per il ragazzo a Milano. Cominciò a cercare una via d’uscita.

Ben otto squadre presentarono proposte all’Inter. Una di queste era il Leeds United, vantava tra le proprie fila tanti irlandesi. L’Inter diede a Keane l’opportunità di scegliere. Dopo aver capito che in nerazzurro non avrebbe avuto spazio, scelse di accettare la corte di O’Leary.

E questo è quanto. Meno di sei mesi dopo essersi trasferito in Italia, l’avventura di Keane all’Inter era finita. Le speranze irlandesi di un’altra carriera iconica nel Belpaese, come quella di Liam Brady, andarono in frantumi. Keane è pertanto considerato uno dei tanti flop approdati in Italia. Le circostanze non lo aiutarono. Tardelli non poteva rischiarlo. Moratti voleva vincere il prima possibile e un 20enne venuto da un altro calcio non poteva essere aspettato.

Forse Keane non era abbastanza bravo da poter giocare in nerazzurro, almeno da 20enne. Non lo sapremo mai con certezza, ma il suo passaggio all’Inter rimane uno dei capitoli più appassionanti della tradizione calcistica irlandese, anche se piuttosto agrodolce.

I tifosi irlandesi lo ricorderanno per il suo coraggio nell’accettare una tale sfida, e per aver rafforzato l’idea che i suoi calciatori possono giocare in campionati diversi da quello inglese. Ora, in un contesto storico in cui i calciatori irlandesi all’altezza si contano sulle dita di una mano, non possiamo non ricordare Robbie Keane, nel giorno del suo quarantesimo genetliaco. Con ogni probabilità, fosse arrivato all’Inter qualche anno dopo, avrebbe avuto ben altra carriera in nerazzurro.

 

 

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