“Si ammira sempre la semplicità con la quale un grande campione rende facili le cose anche più complicate. Ma cosa c’è dietro questa semplicità? Sinceramente doti naturali, ma anche tanto lavoro, studio e concentrazione per essere sempre al meglio. Questo mio testo, che non vuole insegnare nulla, cercherà di far conoscere soprattutto ai ragazzi e a tutti gli appassionati di calcio quelle poche e utili nozioni che possono aiutare a trovare quella semplicità di gioco che secondo me è la chiave di questo sport meraviglioso”. Parole e musica di Agostino Di Bartolomei, riportate postume in Il manuale del calcio, libro pubblicato con il contributo di Luca, il figlio di Agostino.

Il ruolo di capitano di una squadra di calcio è uno dei compiti più gratificanti. Si può essere un eroe, un prepotente, o solo un ragazzo che eredita la fascia quando il vero titolare dà addio alla squadra. Ma mai, o quasi mai, quella fascia viene lasciata a un calciatore comune.

Nel caso di Agostino Di Bartolomei, nato esattamente 66 anni fa, è stata certamente una decisione ben ponderata da parte di Nils Liedholm, con l’obiettivo di trasmettere questa responsabilità a quel giovane timido e dedito, nato e cresciuto a Roma. Fino a quando non ha assunto il ruolo di capitano della sua squadra del cuore, Agostino Di Bartolomei ha fatto la trafila nelle giovanili della Roma. Il suo amore per i giallorossi trascendeva la comune visione degli altri idoli. Abbiamo assistito a qualcosa di simile solo nei casi di leggende come Paolo Maldini, Franco Baresi, Steven Gerrard, Marcos, Rogerio Ceni e Francesco Totti, suo legittimo successore.

Poche sono le bandiere dei grandi club e, nonostante abbia giocato anche per Milan, Cesena, Vicenza e Salernitana, Di Bartolomei ha lasciato un marchio indelebile nella storia della Roma, dopo 12 anni al servizio della squadra della sua città, garantendo sempre il massimo impegno. Di Bartomolei guidava il reparto nevralgico con classe, testa e gamba. Il ragazzo romano è diventato un idolo della Curva Sud nei tempi in cui la squadra di Liedholm faceva la voce grossa.

Di Bartolomei non era solo Il Capitano della Roma, ma era il portavoce dei tifosi giallorossi in campo, era il loro miglior rappresentante

Gli anni Ottanta sono stati particolarmente belli per i tifosi romanisti, e soprattutto per Agostino Di Bartolomei, che nel decennio precedente era maturato passando per momenti difficili. Come Bruno Conti, un altro gioiello formatosi a Trigoria, Di Bartolomei ha giocato lontano dall’Olimpico per fare esperienza. A Vicenza è rimasto quasi due anni tra il 1975 e il 1977, fino al suo ritorno a Roma per giocare titolare. La fascia di capitano gli fu assegnata da Liedholm nel 1979.

Di Bartolomei con Falcao

È stato capitano di mille battaglie, contribuendo alla crescita della Roma. Tre volte vincitore della Coppa Italia, della Serie A nel 1982-83, il capitano univa forza fisica con tecnica e intelligenza. Dotato di un tiro potente, ha segnato più di 50 gol con la Roma. Proprio in quel periodo, grazie anche al contributo di Di Bartolomei, la squadra fu soprannominata La maggica.

Lo sport insegna che se ci si concentra su un obiettivo e ci si prende del tempo per raggiungerlo, la voglia di vincere aumenta sempre di più. Questo è ciò che Agostino sentiva, convinto che ogni anno sarebbero arrivati dei successi. La lunga attesa è stata premiata con la consacrazione a seguito di una durissima battaglia contro la Juventus, giornata dopo giornata. Il pareggio contro il Genova l’8 maggio 1983 incoronò per la seconda volta Roma campione d’Italia, cosa che si sarebbe ripetuta solo 18 anni dopo, con Totti, Batistuta, Montella, Cafù e altri calciatori di rilievo.

Non ha mai giocato con la nazionale, scatenando l’ira del popolo giallorosso, in quanto i CT gli preferivano calciatori più fisici. Ago Di Bartolomei non era un calciatore mingherlino, ma a quei tempi gli allenatori della nazionale preferivano altri profili.

Invece di abituarsi ad essere un semplice gregario, Di Bartolomei si è prodigato per diventare un leader e portare la Roma al vertice. Un anno dopo, ancora una volta in lotta per lo scudetto e per la vittoria della Coppa Campioni, la squadra giallorossa ha vissuto il suo primo dei tanti momenti di dramma. Dal 30 maggio 1984 in poi, la storia della squadra capitale è cambiata per sempre, scritta su una pagina dolorosa in due capitoli. La vita del capitano ha un forte parallelo con le fasi della Roma, nel bene e nel male.

Il Liverpool era una squadra che aveva già vinto la competizione. Arriva alla finale di Coppa dei Campioni di quell’anno come favorito e con una squadra invidiabile. Grobelaar, Hansen, Lawrenson, Nicol, Souness, Aldridge, Rush, Dalglish, tra gli altri, costituivano una squadra quasi imbattibile in Europa. Nel 1977, solo 7 anni prima, i Reds avevano vinto un’altra finale a Roma, quella volta contro il Gladbach.

La Roma scese in campo con l’obiettivo di rompere il dominio dei Reds e non ebbe paura ad affrontare una squadra dotata di calciatori veloci e tecnici e di un eccellente gioco corale. Dopo la rete di Neal, con complicità (sfortunata) di Righetti e Tancredi, il pubblico giallorosso si disperò, ma a fine primo tempo Pruzzo ristabilì il risultato di parità. Il resto è purtroppo storia nota, con Conti e Graziani che sbagliarono il rigore e Falcao che non se la sentì di tirarlo. Di Bartolomei, invece, riuscì a battere Grobelaar.

La stagione successiva fu ceduto al Milan e non tornò più nella città dove era diventato uomo, giocatore, capitano e idolo.

Di Bartolomei e Souness allo scambio dei gagliardetti nella finale di Coppa Campioni tra Roma e Liverpool

Di Bartolomei ha concluso la sua carriera da calciatore nel 1990. Padre di famiglia e residente in una bella casa a Castellabate, in provincia di Salerno, l’ex capitano ha passato gli ultimi anni a curare il suo giardino. Il calciatore romano si era allontanato dal mondo del calcio, che gli aveva portato un grande trauma e un fardello incalcolabile nella sua vita.

Agostino non poteva sopportare di immaginare che avrebbe potuto avere una carriera ancora migliore, che avrebbe potuto vincere una coppa che avrebbe cambiato la storia della Roma. Dall’addio di Di Bartolomei, i giallorossi hanno vissuto un lungo periodo di “rise and fall” e solo nel 2001 hanno vinto lo scudetto.

Dieci anni dopo la sconfitta in finale di Coppa Campioni e poco dopo aver concluso la carriera, preso dalla depressione, Di Bartolomei prese una decisione estrema. Devastato da gravi debiti e soprattutto senza prospettive per il futuro, decise di lasciare una triste nota ai suoi cari. Fu trovato morto con una ferita d’arma da fuoco al petto esattamente dieci anni dopo quella maledetta partita, il 30 maggio 1984.

La storia del suicidio di Di Bartolomei è raccontata nel libro “L’ultimo incontro: vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei“, scritto da Giovanni Bianconi e Andrea Salerno. Di Bartolomei è innegabilmente una cicatrice della recente storia della Roma, che è andata avanti tra alti e bassi. Niente di meglio di un periodo senza grandi risultati per dare ancora più valore a quegli indimenticabili anni ’80. Anni in cui è mancata solo la ciliegina sulla torta.

Se Bill Shankly ha detto che il calcio è molto più di una questione di vita o di morte, è stato in parte perché il ricordo delle leggende sopravvive sempre, rimane sempre intatto. Il suicidio di Agostino Di Bartolomei, il tragico epilogo della finale di Coppa Europa 1984 tra Roma e Liverpool, ha rubato alla vita uno dei grandi nomi della squadra giallorossa, ma lo ha umanizzato e gli ha dato un posto privilegiato nella storia del calcio, lo sport che lo ha reso così felice e lo ha portato alla morte. Quello sport che ancora oggi gli ricorda, come Il Capitano, quella che per molti sarà sempre la migliore Roma della storia, come l’eroe immortale della Città Eterna.

Rimane l’eredità di Agostino Di Bartolomei, che ha dato la sua prima prova d’amore a Roma quando aveva ancora dodici anni, rifiutando di giocare per la Lazio. Una scelta rivelatasi poi decisiva per la sua carriera…