Sono così le storie del calcio: risate e pianti, pene ed esaltazioni”: la storia di Adriano potrebbe riassumersi con queste parole di Osvaldo Soriano

Ci sono state annate in cui l’Imperatore Adriano Leite Ribeiro è stato il miglior centravanti al mondo. Classe ’82, il brasiliano, a quel tempo in forza all’Inter, era un attaccante semplicemente inarrestabile.

L’omicidio del padre, avvenuto nell’agosto 2004, è stato una delle cause che ha fatto cadere in depressione il ragazzo. Il contesto familiare, le favelas, l’estrema povertà hanno pesato ineluttabilmente nella piega che ha preso la sua carriera. L’impero di Adriano è stato breve, un po’ come quello di Tito Flavio Vespasiano. Il suo illustrissimo omonimo durò in carica un discreto periodo di tempo, ovvero quasi 21 anni.

E dire che quel ragazzone proveniente dalla Rocinha, la più grande favela al mondo, si presentò all’Inter con una staffilata su punizione al Bernabeu che decise l’amichevole contro il Real. Una promessa purtroppo non mantenuta in pieno, a causa dei conflitti interni, problemi che esulano dal terreno di gioco.

“Dopo la morte di mio padre, curavo la depressione con l’alcol e bevevo tantissimo, soprattutto birra. All’Inter, ai tempi di Mancini, mi presentavo ogni giorno ubriaco. A casa non dormivo per paura di fare tardi all’allenamento, ma arrivavo in condizioni talmente impresentabili che mi mandavano a dormire in infermeria e ai giornalisti dicevano che avevo problemi muscolari”.

Eppure, negli anni all’apice della carriera, con le maglie di Parma e Inter, Adriano è stato quello che è Lukaku oggi per l’Inter, o ancor più. Il brasiliano era dominante fisicamente, un accentratore e si adattava al meglio a tutti i contesti e palcoscenici. Attaccante completissimo era capace di coast-to-coast di rara bellezza, di girate in area, di siluri su punizione, di gol di testa, di precisi diagonali a fil di palo e di sponde perfette per i compagni accorrenti. E come tecnica pura Adriano era superiore a Lukaku.

E dire che prima del trasferimento in Europa, Zagalo, suo tecnico al Flamengo, lo aveva messo in guardia: “Zagallo non mi faceva mai rilassare, mi diceva sempre: «Attento, ho visto molti talenti bruciarsi in fretta». Ma non credo che mi succederà, perché credo di avere una qualità: voglio imparare tutto, ogni giorno una cosa nuova. Spesso i giovani pensano subito al futuro, ma per diventare un calciatore devi pensare anzitutto a quello che succede adesso”.

Nei primi anni in Italia, l’Imperatore sembrava aver recepito al meglio le parole di Zagalo, prima che i demoni si impossessassero del suo corpo e della sua mente. Notti brave, rapporti sentimentali turbolenti, fughe non autorizzate e depressione a mille costituirono il mix esplosivo che fecero allontanare fulmineamente il brasiliano dalla valhalla del calcio.

A metà del primo decennio del nuovo millennio, la Konami lo scelse come testimonial di Pro Evolution Soccer 6. La sua controparte videoludica era immarcabile e faceva la fortuna di tutti i videogiocatori. Adriano era decisamente il miglior giocatore di tutto il videogioco. La differenza con quello della vita reale è che un controparte videoludica è come un robot, una macchina, ergo non soffre di fattori extracampo. “Adriano aveva tanti problemi, ma soprattutto le persone che aveva intorno lo trascinavano in posti sbagliati appena metteva piede fuori da Appiano Gentile. Lui affermava che era maggiorenne e poteva decidere… sono scelte”. Affermava Franco Combi, all’epoca medico sociale dell’Inter. Parole quanto mai vere, purtroppo. Il post-calciopoli è stato glorioso per l’Inter, ma l’Imperatore, a soli 24 anni è stato copia sbiadita di sé stesso ed è caduto in un vortice senza fine, il cui fondo potrebbe non essere stato ancora toccato.