Compie oggi 58 anni Peter Schmeichel, saracinesca del Manchester United di Sir Alex Ferguson. The Great Dane ha vinto tutto ciò che c’era da vincere con il Manchester United di Sir Alex. Uno studio dell’IFFHS, condotto nell’anno 2000, lo ha classificato al settimo posto tra i migliori portieri del ventesimo secolo.

Tra le sue vittorie più importanti figura, naturalmente, la rocambolesca Champions League conquistata in rimonta ai danni del Bayern. Schmeichel ha ricordato la sua importanza in quei concitatissimi e leggendari minuti finali. «Non c’è alcun dubbio che la mia improvvisa corsa in avanti abbia contribuito a far segnare quel gol». Nelle ultime battute di quella finale, il portierone danese si era spinto in avanti sui calci d’angolo «per arrecare il massimo disturbo possibile».

Visto anche il suo fisico imponente, già da giovanissimo aveva dato sfoggio della sua enorme personalità. «Dirigevo, urlavo, li avvisavo, spostavo i giocatori da una posizione all’altra […] cercando di coprire gli spazi vuoti ancora prima che si determinassero».

Una personalità che non poteva non cozzare con quella di Roy Keane. La ricorda il calciatore irlandese nella sua autobiografia Il secondo tempo.

«Io con Peter [Schmeichel] ci ho litigato durante un tour di amichevoli estive in Asia, nel 1998, appena rientrato dall’infortunio al crociato. Se non ricordo male eravamo a Hong Kong e c’era di mezzo l’alcol.
Ero uscito con Nicky Butt e alla reception incontrammo Peter. Erano circa le due del mattino. Scambiammo qualche parola, qualche frecciatina. Salii in camera di Nicky, ci portarono un panino, poi mi alzai per andarmene. Fuori dalla porta trovai Peter che mi aspettava.
Nel corso degli anni si era accumulata una certa tensione tra noi, per motivi calcistici. Lui a volte si metteva a strillare dalla porta contro gli altri giocatori, e io avevo l’impressione che lo facesse per attirare l’attenzione.
Era come se volesse urlare al pubblico: “Guardate con che razza di incapaci mi tocca giocare!”
Non che ci odiassimo, ma non siamo mai stati buoni amici.
“Basta, mi hai stufato. È arrivato il momento di chiarire le cose”, disse.
“Okay”, feci io.
E ci prendemmo a pugni. Durò una decina di minuti, e facemmo un gran chiasso, perché Peter è un armadio.
La mattina dopo mi svegliai con un vago ricordo. Condividevo la camera con Denis Irwin ed eravamo in ritardo per il pullman per l’aeroporto.
Chiamò il fisioterapista: “Ma dove cazzo siete finiti?”
“Credo di aver fatto a botte, stanotte” gli dissi.
Avevo una mano gonfissima e un dito piegato all’indietro.
Quando arrivammo al pullman Sir Alex Ferguson si arrabbiò. La gente parlava di una scazzottata notturna in hotel e io cominciai a ricordare qualcosa.
Per tutto il volo, Peter tenne gli occhiali da sole. Non se li tolse mai, e non è che ci fosse tutto questo sole».