Valeriy Lobanovskyi: lo scibile umano al servizio del calcio

Esattamente 18 anni fa ci lasciava Valeriy Lobanovskyi, tecnico "visionario" e innovatore che ha dato vita a un metodo di analisi scientifico applicato al calcio

Dopo essere esploso di gioia per avere segnato a Gianluigi Buffon il rigore della vittoria della Champions 2002/2003, Andriy Shevchenko si è fermato un attimo a riflettere. Nonostante avesse un carattere contraddistinto dalla freddezza propria di coloro che hanno fatto la trafila delle giovanili alla Dinamo Kiev, Shevchenko non riusciva a contenere l’estasi per aver vinto la coppa. Una volta placata l’euforia, nella sua mente riaffiorarono tanti pensieri e il suo stato mentale passò a una sobria contemplazione.

Quella vittoria della Champions League ad Old Trafford rappresentò il culmine di anni di meticolosa pianificazione. Il Deus ex machina dell’esplosione e dell’ascesa di Shevchenko fu il “padre e Dio del calcio ucraino”, al secolo, Valeriy Lobanovskyi.

Pochi giorni dopo, Shevchenko rese il suo personale omaggio a questo indomito personaggio – scomparso un anno prima della vittoria del Milan sulla Juventus nel 2003 – visitando la sua tomba a Kiev per mostrare al suo mentore le sue medaglie. Era come se un figlio tornasse a rendere omaggio al padre, con un legame di fedeltà così incrollabile oramai rarissimo nel calcio moderno.

Descrivere Lobanovskyi in termini puramente familiari, tuttavia, significherebbe trascurare ciò che lo ha reso grande. Igor Belanov, uno dei suoi allievi più celebri fin dal suo primo incarico come allenatore della Dinamo Kiev, aveva un legame molto meno sentimentale con il suo capo.

“Il mio rapporto con Lobanovskyi non era ostile, ma nemmeno amichevole. Era semplicemente professionale. Ma lui ha fatto molto per me. Abbiamo avuto i nostri litigi, ma eravamo consapevoli che stavamo facendo grandi cose”.

Ignorare il profondo legame del tecnico con i propri giocatori significherebbe sottoscrivere in maniera troppo superficiale il rigido stereotipo di tecnico tutta freddezza e disciplina, tipico di una mentalità sovietica. I suoi rapporti erano per certi versi molto freddi e calcolati, ma vedeva propri i calcoli come essenziali nel suo approccio al calcio sotto tutti gli aspetti. Era proprio questa efficienza e questo pragmatismo nei rapporti interpersonale a incutere il massimo rispetto da parte dei suoi giocatori e, in definitiva, questo era ciò che era più importante per Lobanovskyi.

L’Unione Sovietica di Lobanovskyi, che arrivò in finale agli Europei del 1988

 

Da giovane voleva diventare idraulico e si era laureato in ingegneria meccanica, aveva imparato a valutare analiticamente le situazioni pratiche e anteponeva l’orgoglio per il suo lavoro a qualsiasi altra cosa. Da calciatore, nonostante il fisico possente, giocava sull’ala e aveva un’ottima tecnica, era dotato di un talento grezzo e di una creatività che molti si sognavano. Anche in campo era affascinato dai movimenti armonici e dalla tattica.

I suoi movimenti con il pallone, analizzando la rotazione e la traiettoria per effettuare il perfetto passaggio o la perfetta conclusione, erano di altissimo livello. Lobanovskyi aveva studiato il “Folha Seca”, creato dal leggendario maestro brasiliano Didi, un tiro su punizione diretto e carico d’effetto. In più, il genio ucraino disegnava traiettorie arquate e ingannevoli da calcio d’angolo, che mettevano in crisi difensori e portieri avversari. Fisicamente era di altro livello rispetto ai contemporanei, ma non era velocissimo e ogni tanto fu messo in discussione dal tecnico Viktor Maslov. Eppure, proprio il suo fisico gli diede spunti per scegliere la tipologia di calciatore nella sua carriera da allenatore. Non si preoccupava della sua mancanza di ritmo in campo, confidando sulle proprie qualità tecniche fuori dall’ordinario.

Quando Volodymir Sabaldyr, uno scienziato dell’Istituto di Scienza e Ricerca dell’Edilizia di Kiev gli chiese perché fosse triste dopo aver vinto il primo campionato sovietico con la Dinamo, rispose che non era soddisfatto delle sue prestazioni e di quelle della squadra, suggerendo che erano state le altre squadre ad aver perso il titolo piuttosto che la Dinamo ad averlo vinto. Quando gli fu chiesto se era bello aver realizzato i suoi sogni, Lobanovskyi rispose: “Qual è il tuo sogno da scienziato? La tua laurea? Il tuo dottorato? La tua tesi di post-dottorato?” Lo scienziato rispose: “Forse, ma un vero scienziato sogna di dare un contributo allo sviluppo scientifico, di lasciare il suo segno“.

Ed ecco la tua risposta“, concluse Lobanovskyi.

Un giovane Lobanovskyi

 

Pochi allenatori possono affermare di aver creato una dinastia, ma quella della Dinamo Kiev degli anni ’70 e ’80 può essere definita tale ed essere attribuita alla filosofia unica portata avanti dal tecnico “autoctono”. Definire semplicemente “macchina” quella squadra che conquistò otto campionati sovietici, sei coppe sovietiche e tre supercoppe sovietiche, sarebbe riduttivo, come ha scritto Barney Ronay sul Guardian:

“Sarebbe sbagliato definire Lobanovskyi come una figura ‘arida’, come un computer che affronta gli scacchisti sovietici. Era un prodotto degli anni Cinquanta sovietici: un’epoca, come in Occidente, di progresso e di ottimismo tecnologico”.

Ciò che più colpisce di Lobanovskyi è il modo in cui si è evoluto e si è adattato alle situazioni, senza mai smettere di imparare, nonostante sia uno dei tecnici maggiormente maniaci della disciplina nella storia del calcio. Dopo aver lasciato la Dinamo come giocatore nel 1965, ha continuato a studiare all’Istituto Politecnico di Odessa ottenendo una seconda laurea in ingegneria, anche se non ha mai esercitato la professione.

L’epoca in cui è cresciuto è stata segnata da una corsa al progresso tecnologico come un modo per difendere pubblicamente la superiorità didattica dell’Unione Sovietica, ma nella vita di tutti i giorni era evidente una grossa mancanza di tecnologia da mettere a disposizione della gente comune. Lobanovskyi escogitò metodi originali per aggirare questo problema nella sua sete di miglioramento personale come allenatore.

Quando allenava la Dinamo, era difficilissimo prepararsi e studiare gli avversari che avrebbe affrontato in coppa, dato che le partite dei campionati stranieri non venivano trasmesse dalla televisione sovietica. Lobanovskyi aveva un collega a Uzhhorod, al confine con la Slovacchia e a pochi chilometri dal territorio ungherese, dove potevano essere captati i segnali della TV mangiara, così le partite venivano registrate su videoregistratore e portate di nascosto nella capitale per essere analizzate dal tecnico e dalla sua squadra.

Un francobollo con l’immagine di Valeriy Lobanovskyi

 

Mentre i video non erano certo rivoluzionari, il sistema che divenne la pietra angolare del successo di Lobanovskyi lo fu sicuramente. L’ormai famosa collaborazione con il presidente dell’Istituto di Scienze Fisiche di Dnipropetrovsk, Anatoly Zelentsov, era notevole, e inizialmente riscontrò l’iconoclastia di molti puristi dell’arte pedatoria, che sostenevano che stava togliendo l’anima al gioco del calcio. Lobanovskyi allenò il Dnipro come primo club della sua carriera, dopo aver appeso le scarpe al chiodo all’età di soli 29 anni. Il “Colonnello” ambiva a portare la squadra ai massimi livelli, quindi era incuriosito dalle affermazioni di Zelentsov che era convinto di migliorare il livello dei giocatori utilizzando i dati raccolti dalle prestazioni. Zelentsov era quindi una sorta di precursore dei match analyst attuali.

Zelentsov propose un sistema in cui ogni area del campo veniva automaticamente analizzata da un computer, che misurava la velocità dei singoli giocatori, quanto tempo trascorrevano in ogni specifica zona, come si sostenevano a vicenda se chiamati fuori posizione e come giocavano con e senza palla. Nel suo periodo in NASL, Sam Allardyce aveva preso spunto dalla NFL per utilizzare i dati statistici, mentre qualche decennio prima, Charles Hughes, un insegnante al quale fu affidata la responsabilità di reinventare il calcio inglese, propose la teoria della POMO (posizione di massima opportunità), che consisteva nello scavalcare il centrocampo e far arrivare la palla il più vicino possibile alla porta avversaria. I maestri inglesi erano rimasti decisamente indietro rispetto alle innovazioni di Zelentsov e Lobanovskyi.

La reazione agli eventi in campo è stata solo una parte del lavoro che Zelentsov e Lobanovskyi hanno ideato. Lo screening dei giocatori ritenuti idonei per le loro squadre è stato un processo altrettanto accurato e tecnologico. I due lo hanno portato avanti utilizzando i computer acquistati da Mosca per creare programmi che hanno testato le skill chiave di cui i giocatori avrebbero avuto bisogno in campo. Un esempio di questo tipo, che Simon Kuper descrive dall’incontro con Zelentsov nel suo libro Football Against the Enemy, spiega nel dettaglio l’attenzione ai tempi di reazione. Una linea seziona lo schermo mentre i punti si muovono a velocità variabile, e il giocatore sotto osservazione deve toccare un tasto non appena attraversa la linea. Viene assegnato un punteggio di tre cifre decimali, con un intervallo specifico ritenuto accettabile.

La filosofia applicata al calcio

I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo”, scriveva Karl Marx nelle sue Tesi su Feuerbach. Valeriy Lobanovskyi, l’inimitabile allenatore della Dinamo Kiev e dell’Unione Sovietica negli anni ’70 e ’80, sembra aver preso a cuore questa idea. C’erano elementi di marxismo nell’approccio di Lobanovskyi al calcio: il tecnico ucraino predicava l’importanza del collettivo rispetto alle individualità. E parlava spesso dell’influenza della filosofia occidentale sulle sue idee. “Tutti gli allenatori del mondo ritengono che la cosa più difficile di tutte è la leadership degli uomini”, affermò. “Hanno ragione, ma sanno che leggere le opere filosofiche può essere di aiuto?”.

Lobanovskyi non era come gli altri allenatori. Era erudito e studioso; cercava di mettere da parte l’emozione intrinseca del calcio per dare vita a qualcosa di più meccanico, più costruito. Questo non vuol dire che Lobanovskyi fosse una persona fredda e senza emozioni. Tuttavia, pur ammirando i giocatori creativi e tecnici, si approcciava all’arte pedatoria da una prospettiva quasi cinicamente analitica, portando con sé il suo background scientifico.

Fin da giovane, era chiaro che Lobanovskyi non voleva limitarsi solo ad avere successo nel calcio. Desiderava cambiare questo sport per lasciare un segno indelebile. Da calciatore, a 22 anni ha vinto il titolo sovietico con la Dinamo, ma non si è accontentato di crogiolarsi nella gloria. Questo era tipico di Lobanovskyi. Cercava di intellettualizzare il calcio in Unione Sovietica. Lo Stato era stato attraversato da un’ondata di sviluppo scientifico e Kiev fu il motore principale. Fu nell’attuale capitale ucraina che nel 1957, quando Lobanovskyi aveva 18 anni, aprì il primo istituto cibernetico. Otto anni dopo, a Kiev, fu sviluppato il primo prototipo del computer moderno.

Era naturale allora, data la sua formazione, che Lobanovskyi si avvicinasse al calcio come se fosse una scienza. Per lui il calcio era oggettivo. Il suo amore per questo sport lo rese inizialmente conflittuale, riluttante a decostruirlo in una serie di diagrammi ed equazioni. Ma non vedeva altra strada.

Le prime tecnologie applicate dal Colonnello ai suoi metodi di lavoro

Nelle convocazioni della nazionale dell’URSS per i Campionati Europei del 1988, Lobanovskyi utilizzò metodi scientifici, come quelli che abbiamo citato alla fine della prima parte del nostro viaggio nei meandri dell’approccio del Colonnello, per scremare la rosa da 40 a 20 calciatori. Nonostante l’iconoclastia da parte dei media per alcuni di questi metodi, l’URSS arrivò in finale, dove perse al cospetto della fortissima Olanda di Marco van Basten, Ruud Gullit e Frank Rijkaard, squadra che aveva sconfitto nelle fasi a gironi.

Collettivo e rigore i cavalli di battaglia

Alla base dei principi calcistici di Lobanovskyi c’era proprio il metodo olandese. Rinus Michels era stato il pioniere del concetto di Calcio Totale negli anni Settanta, famoso in tutto il mondo, che ruotava intorno a un sistema di pressing senza palla. I calciatori erano considerati universali in termini di gioco posizionale. Questo era fondamentale per l’atteggiamento che Lobanovskyi impartiva alle sue squadre: ogni calciatore poteva inserirsi in qualsiasi posizione, in modo che l’utilità per il collettivo diventasse più importante dell’individualità.

Nel suo libro Behind the Curtain, lo scrittore Jonathan Wilson rievoca un episodio emblematico accaduto durante un Arsenal – Dinamo Kiev:

“Ricordo lo spaesamento dei telecronisti inglesi mentre cercavano di identificare il calciatore biondo che aveva messo in mezzo un cross da sinistra. ‘Georgi Peev’, suggerirono, leggendo il suo numero di maglia e confrontandolo con la formazione. ‘Non può essere, è il terzino destro’, ma era proprio così…”.

Mentre si potrebbe arrivare fino alla notte dei tempi per arrivare a capire chi è stato il responsabile ultimo della natura intercambiabile proprio di questo stile di gioco universale (chiamatelo Calcio Totale, tiki-taka o gegenpressing o come volete), si può dire che il genio rivoluzionario di Lobanovskyi è esemplificato dalla sua ostinata insistenza, nonostante i detrattori in patria. Igor Rabiner è un noto scrittore e giornalista di calcio russo cresciuto sostenendo la squadra più popolare dell’Unione Sovietica, lo Spartak Mosca, e descrive la rivalità che è stata caratterizzata dalla mentalità opposta di Lobanovskyi rispetto a quella di Konstantin Beskov, il tecnico dello Spartak.

Nell’estate del 1990 ho fatto un viaggio lungo il fiume Volga e ho incontrato un ragazzo della mia stessa età di Kiev”, ha scritto su The Blizzard. “Per due settimane abbiamo discusso tutto il giorno di ciò che è più importante nel calcio: prestazioni spettacolari (lo stile di gioco dello Spartak) o puro risultato (lo stile di gioco Dinamo), un esteta del calcio come Beskov o un matematico rigoroso come Lobanovskyi”.

Questo dibattito prese piede in tutta l’Unione Sovietica tra i sostenitori. Il fatto che nel periodo in cui Dinamo vinse 17 importanti trofei, lo Spartak vinse solo 3 campionati sovietici e una sola coppa, ma ottenne comunque un seguito più ampio e diffuso, la dice lunga.

Il successo dell’intero processo non dipendeva però solo dall’ideologia. I calciatori maggiormente idonei ad adattarsi al gioco erano fondamentali così come le attrezzature specifiche e la tecnologia per porre in atto le strategie, ma tutti questi elementi richiedevano qualcos’altro: il denaro. Negli anni ’80, l’economia era in uno stato terribile. Lo stipendio medico di un dirigente nel settore pubblico era di 40 dollari al mese, ma misteriosamente i giocatori della Dinamo Kiev guadagnavano oltre 1.000 dollari al mese e la maggior parte di loro guidava una Mercedes.

Perché i calciatori della Dinamo avevano guadagnato così tanto per gli standard ucraini? In Unione Sovietica i club calcistici erano controllati dallo Stato. Ad esempio, la Dinamo Kiev era gestita dal Ministero degli Interni, il che significava che il club non poteva controllare il flusso di entrate sottoscrivendo accordi di sponsorizzazione. Kuper spiega in Football Against the Enemy come il leader del Partito Comunista ucraino negli anni ’80, Vladimir Scherbitsky, fosse un appassionato tifoso al quale il club elargì come “regalo” uno stravagante palazzo. In cambio, Scherbitsky convinse il suo amico Igor Ligachev a fare pressione sui suoi colleghi del Politburo (l’organo dirigente del partito comunista sovietico) affinché facesse diventare la Dinamo Kiev una squadra professionistica.

Lobanovskyi e Shevchenko negli anni ’90

Il lato economico

Questo portò all’abitudine di creare joint venture con aziende occidentali, le quali erano esenti da imposte, dato che la Dinamo Kiev era tecnicamente ancora un club sportivo. Queste nuove società, dove il club era obbligato a mettere solo una piccola parte della liquidità, potevano fatturare tra 1,5 e 2,5 milioni di dollari al mese. Alcuni boss mafiosi erano stati chiamati in causa per salvaguardare le società in cambio di una fetta della torta. Chissà cosa sarebbe successo in epoca Fair Play finanziario.

Lobanovskyi lasciò il club un anno dopo che la Dinamo Kiev divenne un club professionista, nel 1989, attratto dai petroldollari di Emirati e Kuwait. Il denaro è sempre stato una parte importante della sua carriera, sia direttamente che indirettamente. Ed era uno speculatore anche come tecnico. Nella sua prima avventura alla Dinamo perseguiva una mentalità difensiva che portava la squadra a rinculare dopo aver segnato il primo gol, per poi chiudersi. Ai suoi occhi, il fine giustificava i mezzi.

Tempo dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, furono sfruttate scappatoie per massimizzare il capitale usando banche straniere per depositare denaro contante per evitare di pagare le imposte. Kuper riferisce di un autista inviato a Berlino con oltre 2 milioni di dollari in contanti nel retro della sua auto, raccontando poi delle licenze del club per l’esportazione di parti di missili nucleari, nonché di due tonnellate d’oro all’anno e altri beni di valore che venivano garantiti attraverso la corruzione. Ciò avveniva in un periodo in cui l’Hryvania ucraina veniva introdotta come nuova valuta e i dollari valevano di più.

Anche sul fronte del calcio, gli affari erano in pieno boom. I giocatori venivano trasferiti all’interno dell’Unione Sovietica a basso costo e poi venduti a prezzi molto più alti. Oleksandr Zavarov, per esempio, si trasferì alla Dinamo a titolo gratuito dallo Zorya Lugansk nel 1984, e fu venduto alla Juventus per 3 milioni di sterline quattro anni dopo.

Gli affari si estesero ai tentativi di partite truccate nel 1995, quando la Dinamo affrontò il Panathinaikos in Champions League. L’arbitro spagnolo, Antonio López Nieto, segnalò il club ucraino alla UEFA, che lo squalificò per tre anni dalla competizione continentale. La squalifica fu poi ridotta a un anno in quanto era ritenuta troppo penalizzante per lo sviluppo del calcio ucraino. Sebbene Lobanovskyi non fosse al comando della Dinamo all’epoca, era un malcostume di cui era ben consapevole.

Tra URSS e Dinamo Kiev

E Lobanovskyi poi tornò in scena, accettando l’incarico come nuovo tecnico della Dinamo nel 1997. La preparazione fisica dei suoi giocatori richiedeva una forma fisica impeccabile, e a volte li spingeva oltre il limite, ma coloro che resistevano erano integrati nei valori fondamentali del sistema. Non sorprende il fatto che l’Unione Sovietica si sia resa conto dei vantaggi dati dalla tecnologia applicata al calcio utilizzata dal tecnico di Kiev e gli abbia fatto replicare tutto ciò alla guida della nazionale.

Negli anni ’80 la federazione sovietica acconsentì al doppio incarico per il Colonnello e molto presto la rappresentanza dei giocatori ucraini (in primis della “Dinamo”) aumentò notevolmente. In una della sue prima partite alla guida dell’URSS negli anni ’80 Lobanovskyi scelse l’intera formazione titolare della Dinamo per affrontare la Turchia in un match di qualificazione al Campionato Europeo, e contro la Repubblica d’Irlanda qualche mese dopo, ma non ripeté più l’esperimento. I giocatori di altri club rimasero interdetti a causa del lavoro fisico e dalle rigide istruzioni imposte loro da Lobanovskyi. Nel 1983, il tecnico ucraino fu destituito da CT dell’URSS a causa della protesta dei calciatori di altre zone sovietiche contro i suoi metodi di allenamento.

Lobanovskyi alla guida dell’URSS negli anni ’80

Eduard Malofeyev fu scelto come CT per sostituire il Colonnello dal 1984 al 1986. Lo stile di gioco del bielorusso, che puntava molto sull’estetica, si scontrò severamente con l’ideologia della Dinamo, proprio come lo Spartak di Beskov, che piaceva alla folla. Tuttavia, pur attirando moltissimi ammiratori dal punto di vista estetico, non portò al successo materiale, e nel 1986 Lobanovskyi fu richiamato alla guida dell’URSS.

Data la sua richiesta di controllo completo sui giocatori e sul loro sviluppo, non solo nei periodi in cui giocava la nazionale, è assolutamente sorprendente che sia riuscito ad essere CT dell’URSS per così tanto tempo. Lobanovskyi si era prefissato di lasciare un’eredità tangibile al calcio sovietico e alla Dinamo Kiev. Alla guida di quest’ultima, ciò era decisamente più fattibile, grazie al suo status e alla sua capacità di instillare una vera e proprio cultura di gioco durante tutto l’anno. Quando tornò dalla sua pausa mediorientale, Lobanovskyi trovò un mondo diverso rispetto a quello che aveva lasciato.

La seconda avventura alla Dinamo Kiev

Gli effetti successivi delle connessioni politiche della Dinamo alla fine degli anni Ottanta hanno fatto sì che il club fosse ancora un’istituzione potente, ma i giovani in arrivo stavano iniziando a cambiare i loro atteggiamenti. Lobanovskyi non aveva il controllo completo attraverso la sua aura come era solito fare, anche se poteva godere dell’ultima generazione di grandi giocatori tra cui Andriy Shevchenko, Serhiy Rebrov e Oleg Luzhny, che hanno aderito religiosamente ai suoi metodi.

Mentre Rebrov è tornato alla Dinamo da assistente tecnico nel 2009, prima di assumere il controllo della prima squadra dal 2014 al 2017, ben poco è rimasto della filosofia impartita dal Colonnello nella sua seconda avventura alla Dinamo.

Nel contesto attuale, dato il mercato ben più aperto aperto e competitivo che permette ai giocatori di trasferirsi più liberamente, non è detto che Lobanovskyi avrebbe avuto sufficienti margini per trasmettere le proprie idee. Tuttavia una cosa è certa: i suoi approcci pionieristici hanno lasciato un segno indelebile nello sport, in quanto i suoi metodi sono stati seguiti da allenatori come Ottmar Hitzfeld, Louis van Gaal, José Mourinho o André Villas-Boas. E per tutte le richieste che ha fatto agli altri, un’eredità è stata tutto ciò che Valeriy Lobanovskyi ha chiesto al calcio. Valeriy Lobanovskyi desiderava lasciare un’eredità al calcio e, a giudicare dai risultati, ci è sicuramente riuscito…

Uno scorcio della statua di Lobanovskyi

È difficile non rimanere affascinati da Lobanovskyi. Vecchi filmati dell’allenatore, nei suoi anni più giovani, mostrano le sue idiosincrasie, la sua capacità di comunicare con un gruppo di giocatori e di istruirli. Le sue mani sventolavano come se stesse eseguendo una performance da mimo. Era il direttore d’orchestra, il regista; gli mancava solo una bacchetta.

Lobanovskyi è deceduto nel 2002, all’età di 63 anni, ma la sua influenza non è diminuita. Dopo la sua morte, si è tenuto in Ucraina un funerale di Stato, nel corso del quale l’allora presidente Leonid Kuchma lo ha salutato come “uno dei principali edificatori dell’Ucraina indipendente”.

Il suo lavoro aveva trasceso il calcio e proprio per questo ha raggiunto il successo finale. Non ha semplicemente vinto trofei, ma ha dato un contributo, ha lasciato un segno. Ha cambiato il calcio.

Come ha osservato profondamente un personaggio nell’ultima serie di Westworld: “Si vive tanto a lungo quanto l’ultima persona che si ricorda di noi”. Per il suo contributo allo sviluppo del calcio, Valeriy Lobanovskyi non sarà dimenticato a breve.

 

Vincenzo Di Maso

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