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Esattamente 28 anni fa, Alessandro Del Piero esordì con la maglia della Juventus. Nel match contro il Foggia, colui che sarebbe diventato il calciatore più iconico nella storia dei bianconeri, entrò in campo al posto di Fabrizio Ravanelli.

L’Italia, nazione spesso associata all’alta cultura, al buon cibo e all’arte, è stata a lungo in prima linea nel campo della cultura. E in ambito calcistico gli Azzurri hanno raccolto, fin dall’arrivo del “pallone” sul suolo italico, una serie di altri stereotipi identificativi: quelli di squadra super-difensiva, organizzata in modo convenzionale. L’Italia è stata identificata come la patria del catenaccio, del pragmatismo e della speculazione.

Per tantissimi anni, i primi nomi che venivano in mente quando si parlava di calcio italiano, sono stati quelli di celebri difensori. Tuttavia forse, la carriera di una leggenda come Del Piero è la più grande testimonianza della capacità italiana di trasformarsi, adattarsi e diventare all’avanguardia anche nel calcio d’attacco. Gli anni ’90 hanno segnato questa linea di demarcazione e sono noti come gli anni d’oro del nostro calcio, dove le italiane dominavano in Europa ed esprimevano i talenti più fulgidi. Nell’arco di soli nove anni sono nati tre numeri 10 da leggenda come Baggio, Del Piero e Totti.

Fu Giampiero Boniperti a dare a Del Piero la possibilità di approdare alla Juve, strappandolo a Milan o Fiorentina. Guardandolo adesso, la sua epopea con la Vecchia Signora è una vera e propria testimonianza del suo puro amore per il bel gioco. Raramente geni come Del Piero rimangono in un club per tutta la carriera a certi livelli, soprattutto nel calcio moderno, dove il denaro fa la voce grossa e il romanticismo è spesso dimenticato.

Boniperti e Del Piero a metà anni ’90

Ma per 19 anni Pinturicchio ha dato tutto sé stesso ai bianconeri, e non è un caso che questo sia il modo migliore per riassumere il suo amore per il club: Del Piero era bianconero dentro, era un tutt’uno con la maglia bianconera.. Del Piero e la Juve contro il resto d’Europa e d’Italia. La Juve era convinta che Del Piero potesse sfidare il mondo e il 10 bianconero era convinto di poterlo fare grazie alla squadra in cui giocava. Avendo investito nelle qualità di questo ragazzo quando era appena maggiorenne, la società è stata ripagata con quasi due decenni di lealtà, brillantezza e trofei.

Che dire, è stato insieme a Totti e Baggio, uno dei giocatori italiani più forti degli ultimi 30 anni e, salvo la sua prima stagione al Padova e gli ultimi 2 anni di carriera, ha giocato dal 1993 al 2012 con la sua Juventus, di cui n’è stato capitano e simbolo per 12 stagioni, sollevando innumerevoli trofei (6 scudetti, 4 supercoppe, 1 Champions League, 1 Coppa intercontinentale, 1 Coppa Italia, 1 Supercoppa UEFA) e segnando 290 reti in 705 gare.

Nel suo libro “Detto tra noi”, Del Piero ha scritto: «Mi sono ritrovato lì, in campo, a combattere contro me stesso allontanando il pensiero che fosse finita. Che non avrei più giocato in quello stadio, con quella maglia. Nessuno, me per primo, si era ancora reso conto che quel momento potesse arrivare davvero. I titoli di coda del film del quale ero il protagonista stavano per scorrere e io non avevo idea di come sarebbe stata l’ultima scena. Ho trovato, ripensandoci, delle similitudini forti tra quanto è accaduto quel giorno e il mio modo di giocare nei tanti anni trascorsi correndo dietro a un pallone. Le cose migliori sono sempre arrivate quando la genuinità, l’istinto e la mia libertà hanno preso il sopravvento sulla dimensione razionale, pur sempre presente (a volte anche troppo). Il senso del gioco che avevo dentro mi guidava oltre ciò che prima potevo soltanto immaginare, ma che poi magicamente si concretizzava su quel prato verde».

Non è stato solo un simbolo della sua Juventus, ma anche della Nazionale, dove Pinturicchio (appellativo dato da Gianni Agnelli per l’eleganza del suo gioco) ha militato dal 1995 al 2008 con gli azzurri, segnando 27 reti in 91 presenze.

Gianni Agnelli e Alessandro Del Piero

«A livello di valori tecnici assoluti, non penso che l’Italia vittoriosa nel 2006 fosse la più forte di quel decennio, ma certamente trovò le migliori motivazioni, seppe costituire un gruppo straordinario. Con Lippi ho conquistato tutte le più grandi vittorie della mia carriera: con lui sono cresciuto, mi sono affermato, sono cambiato. Quella del 2006 però è un’esperienza a sé, dove ciascuno di noi ha vissuto tutte le possibili gradazioni dei sentimenti umani. In questo microcosmo, Lippi è stato una guida straordinaria. Quasi lo odiavo, quando non mi faceva giocare. L’ho guardato minuto dopo minuto in quell’epica partita contro la Germania, con una voglia di entrare e spaccare tutto che non credo di avere mai provato in tutta la mia carriera. Ma quella sera quando c’è stato bisogno di me, ha incrociato il mio sguardo e io c’ero. Ho sempre pensato che ci sia stato qualcosa di più grande di me, quasi trascendentale, in quella rete. È molto più di un gol, è un viaggio, una vita, dall’inferno al paradiso. Se si riguardano le immagini dalla telecamera più alta si nota che all’inizio dell’azione io ero l’ultimo uomo. Ero leggermente spostato a sinistra, addirittura più indietro della nostra linea difensiva. Ero finito là per difendere il nostro vantaggio. Poi, una volta che ho avuto la certezza che la palla era nostra, mi sono lanciato. Sono partito veloce, come se fossi stato attirato da qualcosa. Il gol io l’ho segnato prima nella mia testa che sul campo, perché quella corsa aveva un finale già scritto. Penso di avere cominciato a chiamare la palla a Gilardino quando mi trovavo ancora nella nostra area di rigore, anzi, forse quando sono partito».

Il Del Piero pre-infortunio del 1998 era un giocatore impressionante, poi dopo l’infortunio perse un po’ di imprevedibilità, dovuta a un inevitabile calo atletico, ma rimase un giocatore incredibile con numeri pazzeschi. Nonostante i tanti gol in Nazionale, si è un po’ perso nelle fasi finali di Mondiali ed Europei, salvo ovviamente fare la sua bella figura nei Mondiali 2006.

Un Alessandro Del Piero “rasato” contempla la Coppa del Mondo

In verità la sua carriera è stata composta da cicli. Partito in Serie B, nel 2006 è tornato all’essenza stessa delle sue radici calcistiche per combattere con le unghie e con i denti per la sua squadra. Nel mentre, ha fatto venire il mal di testa ai difensori di tutto il continente, in qualsiasi competizione, a qualsiasi livello, con la maglia bianconera e della nazionale.

Quando gli fu offerta la possibilità di far ritirare la maglia della Juventus numero 10 dal consiglio di amministrazione, Del Piero rifiutò, nella speranza qualcun altro potesse emularlo e infondere nuova vita a quell’iconico capo.

Tramite ognuno di questi risultati e successi, il campione del mondo 2006 è riuscito a ricaricare continuamente un infinito elisir di brillantezza per un numero impressionante di volte. Del Piero è un giocatore che si è sempre sforzato di dare il meglio di sé ed è stato quasi sempre all’altezza della situazione. Quando non ci riusciva, il motivo risiedeva nei problemi fisici che lo hanno tormentato non poche volte. E così facendo, ha portato a termine una moltitudine di incredibili imprese che gli hanno assicurato per l’eternità il suo posto nel pantheon dei grandi.

Vincenzo Di Maso