Ogni uomo voleva essere George Best e ogni donna lo desiderava. Nella storia del calcio, sono stati pochi i fuoriclasse che non si sono limitati a deliziare le platee, ma che hanno condotto la propria vita al massimo (od oltre il massimo) fuori dal rettangolo di gioco. Genio, tecnica, velocità, classe, coordinazione e personalità: poche parole che racchiudono il George Best calciatore. Una leggenda del Manchester United e della nazionale dell’Irlanda del Nord.

Una leggenda andata via troppo presto, a soli 59 anni, a causa della vita sregolata che ha condotto dopo il ritiro dal calcio giocato.

Oltre che per le sue straordinarie gesta in campo, Best è diventato famoso anche per la sua vita dissoluta, che lo ha appunto portato alla morte. Degli ultimi giorni di George Best si è discusso molto.

Ricordiamo il documentario My Best, nel quale è intervenuto il figlio Calum. Quest’ultimo ha parlato poi del rapporto con il padre: «La dipendenza da qualcosa è parte di me, della mia vita. Non voglio incolpare mio padre per questo, ma lui era uguale. Sarà anche stato un leggendario giocatore di football e una persona eccezionale, ma è tragico vedere come gli alcolici possano fregarti nella vita. Anche lui faceva cose indecenti, ma nessuno lo vedeva perché allora non c’erano i telefonini con le fotocamere. Mio padre era un alcolizzato ed è morto per quel motivo, ma io non voglio finire come lui». Il documentario racconta il viaggio che Calum (nato in California quando il padre giocava a Los Angeles) ha intrapreso per cercare di conoscere l’essere umano che si nascondeva dietro l’icona di George Best. Calum ha difatti vissuto con la madre ed è stato vicino al celebre genitore solo nell’ultimo periodo della vita di quest’ultimo.

Calum e George Best a cavallo del nuovo millennio

Il regista del documentario è italiano e si chiama Luigi Maria Perotti. In un’intervista dello scorso anno ha raccontato la genesi del lavoro: «Quando il figlio di George Best ti propone di fare un film su suo padre, la risposta è scontata. Poi durante la fase di scrittura molte cose sono cambiate. Ho pensato che il film dovesse essere su un figlio alla ricerca del padre. Calum stava passando un brutto periodo. Aveva bisogno di trovare un punto di riferimento nella sua vita. La sua vita è fatta di tentazioni costanti, con l’aggiunta del fatto che dire “No” spesso viene visto come un’eresia, solo per il fatto di portare quel cognome. Voleva farcela, voleva uscirne e ci ha provato con questo film. La soddisfazione più grande è stata quando ha dichiarato al DailyMail quanto questo documentario fosse stato terapeutico per lui. Gli è servito per uscire dal tunnel».

Nel documentario Calum ha raccontato qualche aneddoto: «Privilegi certo, ma anche difficoltà dovute allo sperpero di soldi. Un Natale pranzammo soltanto con delle noccioline. Sono orgoglioso di essere, comunque, il figlio di un mito. Due parole per descriverlo? Genio ed egoista».

«La prima è legata al suo numero di maglia: nonostante tutti lo ricordino per la numero 7, in realtà mio padre ha giocato spesso con la 11. La seconda riguarda la sua frase più celebre, “Ho speso la maggior parte dei miei soldi in donne, alcol e auto veloci, tutto il resto l’ho sperperato”: ma non l’ha inventata lui bensì John Conteh, un pugile inglese. Me l’ha confessato il suo migliore amico e agente, Phil Hughes. L’aveva letta su un giornale e la riportò a mio padre. George la trovò geniale e la ripeté in qualche intervista. Il resto è storia».

Lo stesso documentario ha mostrato che Best è deceduto a causa di un dosaggio eccessivo di farmaci immunosoppressori. Il dottor Jason Payne-James affermava che il sistema immunitario dell’ex stella del calcio era debolissimo e morì per un’infezione renale. Il coroner, ovvero il medico legale, affermò che negli ultimi mesi della sua vita George Best beveva moltissimo alcol, non mangiava e non dormiva bene.

George Best con Alex, l’ultima moglie

Tutti questi fattori ebbero un effetto devastante sul sistema immunitario di Best, che a dell’alcolismo aveva danneggiato irreversibilmente il proprio fegato e fu sottoposto un trapianto nel Cromwell Hospital di Londra nel 2002. E proprio in quella struttura ospedaliera morì, con il figlio Calum al suo capezzale.

L’ultima moglie fece di tutto per controllarlo. George era solito recarsi ai pub della zona alle 10 di mattina e Alex disse ai camerieri di non servirgli alcol. Lei che era sempre molto attenta e che nel 2002 si rese conto che Best perdeva sangue sotto la doccia. Questo non perché si era procurato una ferita, ma perché era il fegato a perdere sangue.

Poco tempo prima di morire lo stesso Best aveva dichiarato: «Non ho mai voluto smettere. E ne ho abbastanza di tutti questi buoni consigli su come vivrei meglio se ne facessi a meno. Non voglio farne a meno. Non ne sono capace. È solo per loro che ci provo, per Alex (da cui divorziò nel 2004) e Calum (il figlio avuto nel 1981 dalla prima moglie, Angela  MacDonald James, sposata nel 1978)». 

Un personaggio che era probabilmente consapevole della fine a cui sarebbe andato incontro, ma ha preferito vivere al massimo una vita spericolata e tutta d’un fiato e quasi scegliere come morire.

Best, ritenuto il miglior calciatore nordirlandese di sempre e uno dei migliori calciatori di tutti i tempi, veniva soprannominato il “quinto Beatle” a causa dell’acconciatura simile a quella dei componenti della leggendaria banda di Liverpool. Un soprannome che gli fu dato dal giornale portoghese A Bola dopo un match di Coppa Campioni contro il Benfica, con il suo Manchester United che conquistò il Da Luz.

Pochi uomini hanno la capacità di sfruttare al massimo il dono di avere un talento da campione, e ancora meno hanno la capacità di vivere la vita come un finale di coppa perenne, con esuberanza e voglia di essere un pioniere. Best ha vissuto ogni minuto come se fosse il novantesimo. Il fuoriclasse di Belfast rappresenta ciò che il bene e il male della fama calcistica possono fare a un giocatore. Best è un uomo che ha distrutto tanti ponti quanti ne ha costruiti. Nonostante non abbia mai giocato un Mondiale né un Europeo, Best ha inciso il suo nome nella mente e nel cuore delle masse di calcio.

Il suo personaggio dentro e fuori dal campo rivive più vivo che mai. Per tutti i soldi che ha guadagnato e lo status di celebrità che ha assunto, per tutto ciò che ha perso a causa della sua insaziabile voglia di uno stile di vita distruttivo.

George Best fuori casa sua, che ribattezzò “Que sera”

Meglio dire: “Ho speso gran parte dei miei soldi per alcool, donne e macchine veloci, il resto l’ho sperperato“. Nel 2005, durante la sua cerimonia funebre, la telecamera ha ripreso uno striscione ondeggiante in un giorno ventoso e inzuppato di pioggia con la frase “Maradona good, Pelé better, George Best” a caratteri cubitali sopra l’immagine della bandiera dell’Irlanda del Nord.

Il poeta che è in noi tutti potrebbe azzardarsi a dire che non è stata la pioggia, ma le lacrime a inzuppare il terreno, dalla casa della famiglia dei Best nella tenuta di Cregagh ai palazzi del parlamento a Stormont, passando per il cimitero di Roselawn, dove uno dei calciatori più forti di sempre è sepolto assieme alla madre. George Best – il ragazzo timido che a 15 anni soffriva di una tale nostalgia di casa quando arrivò a Manchester che tornò di corsa a casa dopo due giorni; l’uomo che aveva unito alla genialità del calcio con status di celebrità e che aveva perso la battaglia con la bottiglia – era tornato a casa per sempre. Ogni uomo è in debito con la morte e anche se Best ha pagato quel pedaggio, resterà per sempre una leggenda. E le leggende non muoiono mai.

Vincenzo Di Maso