Perché la sospensione del FPF è una presa in giro

Vediamo perché la sospensione del FPF è una scappatoia di società e procuratori per sostenere la crisi prodotta dal Coronavirus

Sospendere il FPF, lo strumento introdotto per calmierare le spese pazze del calciomercato gioverebbe solo a pochi. Non pensare a medio/lungo termine sembra essere l’orientamento di un sistema malato.

Il calcio vuole sospendere il FPF

Per avere un saggio di come il sistema calcio intende affrontare l’inevitabile crisi generata dall’emergenza Coronavirus, basta ascoltare con attenzione i sussurri e le mezze parole, smozzicate dagli addetti ai lavori. In seno alle principali Leghe europee, nelle segrete stanze dei padroni del vapore, specialmente di quelli che amministrano i Top Club (o presunti tali…) sta prendendo progressivamente corpo “un’idea meravigliosa”. Sospendere, almeno per un anno, il cd. Fair play finanziario (FPF)

Ovvero, quel meccanismo di controllo introdotto nel 2009 dalla Uefa, che stabilisce il principio dell’auto-sostentamento finanziario delle società. L’estremo tentativo di moralizzare il calcio. Ed al contempo, calmierare i mercati globali. Mirando ad estinguere la diffusissima consuetudine, fino ad allora dominante tra i presidenti, di indebitarsi pesantemente, a causa delle abnormi, e spesso sconsiderate, spese sostenute in sede di trading dei giocatori.

Ecco perchè, una volta che il superamento della forzata quarantena potrebbe consentire la ripresa dell’attività agonistica, con una parvenza di normalità, le società dovranno fare i conti con elefantiaci problemi di natura economico-finanziaria. E se il calcio ha ancora l’illusione che la quotidianità comincerà a scorrere fluente come prima, si troverà ben presto a fare i conti con una nuova, triste, consapevolezza. Interagire con un’economia simile, in tutto e per tutto, a quella della ricostruzione post bellica. Dove tutti, compresi i protagonisti, a vario titolo, dello show business pallonaro, dovranno abituarsi a minori consumi.

Ecco a chi giova abrogare il Fair play finanziario

Per comprendere appieno la ratio di tale proposta, scoprire concretamente chi siano i promotori della abolizione del FFP (Financial Fair Play), è sufficiente rispondere ad un elementare interrogativo: cui prodest?

In soldoni, a chi giova, e soprattutto, chi ne trarrà vantaggio, dall’abrogazione del FPF

Basta scorrere la lista dei principali Top Club, per scoprire la commistione tra alcune società e determinati agenti, le cui scuderie detengono, al contempo, quote dei diritti sportivi dei calciatori. Sia come assistiti. Sia perchè ne posseggono –  in prima persona oppure attraverso società di comodo – una quota sostanziosa dei diritti di immagine. Provare a capire quanto sia estesa la rete che connette tra loro, in una trama non sempre nitida, agenti e società, non è affatto facile.

Si passa dal rapporto di agenzia, disciplinato da norme ferree, e subordinato al mandato con rappresentanza, a quello assai più nebuloso dell’area di influenza. Nulla vieta di pensare che questo radicato legame determini concretamente un mucchio di conseguenze sulle quotazioni di mercato. In sostanza, il talento del calciatore conta fino ad un certo punto. Perché l’elemento davvero determinante è avere il procuratore giusto. Cosicchè, le carriere vengono inevitabilmente segnate dall’ascendenza di chi gestisce il mercato globale. Generando, di riflesso, sanguinose uscite per i club, altrimenti evitabilissime.

Sia ben inteso, l’Italia non è mica l’unico paese nel quale il percorso professionale di un giocatore viene agevolato dalla circostanza di essere seguito dalla persona giusto. Ciò che sorprende, invece, è la naturalezza con cui questo dominio viene accettato supinamente. Come se si trattasse di una situazione del tutto normale, che le società consegnino in toto le proprie strategie di mercato ad un intermediario.

Gli interessi di pochi, a scapito di un sistema intero

Appare evidente, dunque, il tentativo posto in essere da una ristretta cerchia di club, funzionale a ripristinare l’ancien régime. Un ritorno al passato, quando vigeva un regime tipicamente feudale. Una situazione di oligopolio, nel quale poche squadre godevano, in maniera quasi esclusiva, di un fortissimo potere sul mercato dei calciatori, rispetto alla stragrande maggioranza delle altre concorrenti.

A tal proposito, è utile ricordare che la più elementare norma di economia evidenzia come l’oligopolio neghi il libero mercato, piuttosto che favorirne l’espansione. Nello specifico, infatti, la concorrenza nella compravendita delle prestazioni dei giocatori, verrebbe soffocata da ben pochi attori. Intenzionati a stabilire, in base ad un accordo ristretto all’interno della loro stessa cerchia, proprio l’accesso alle opportunità lavorative dei calciatori.

Il FPF garanzia contro il default

Orbene, se il mercato calcistico globale, per molto tempo, è stato considerato una sorta di giungla, dove sopravviveva, economicamente, solo il più forte. In cui non sempre l’etica la faceva da padrone. Ed i comportamenti di una fetta consistente di operatori era ispirata da princìpi deontologicamente contrari a qualsiasi norma di professionalità, bisognerebbe interrogarsi sulla effettiva necessità di voler tornare all’antico, abrogando lo strumento del FPF.

Insomma, se la vita dopo il Covid-19 non sarà più la stessa, anche il calcio deve adeguarsi e cambiare. Ma poiché a trasformarlo in una giungla pare siano stati propri i comportamenti amorali di alcuni dei suoi protagonisti principali, continuare sulla stessa lunghezza d’onda, ripristinando antiche consuetudini, appare la scelta meno lungimirante. Almeno a medio/lungo termine.

Francesco Infranca

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