Juve-Real: cosa non funzionò a Cardiff

Esattamente tre anni fa, il 3 giugno 2017, la Juve di Allegri perdeva la finale di Champions a Cardiff contro il Real

Chi scrive seguì la finale di Champions League 2017 tra Juve e Real Madrid da Lisbona. Tra i commentatori intervenuti sulla TV portoghese per parlare nel pre-partita spiccò Jorge Andrade. L’ex bianconero, costretto a chiudere la carriera nel 2009 per un gravissimo infortunio, è opinionista da anni.

Come arrivarono le squadre

Secondo Andrade, che tra l’altro dichiarò apertamente di essere un cuore bianconero, la Juve era dotata di maggiore organizzazione e stava meglio, ma allo stesso termpo affermò che il Real aveva da giocare la cartuccia della mentalità e dell’abitudine a giocare queste partite.

Proprio questo aspetto si rivelò decisivo nella partita. La Juve aveva vinto e convinto nel cammino fino alla finale. Il Real aveva beccato tante avversarie di tutto rispetto, venendo da tutte messa sotto in determinati frangenti delle sfide, eppure si era tirato fuori dalle difficoltà grazie alle giocate dei singoli, a un’alterazione di Zidane o a un cambio di ritmo tanto repentino quanto devastante.

Quel Real Madrid di Zidane non era una squadra difensivamente solida e quadrata e giocava spesso con il freno a mano tirato. Il punto è che, appena decideva di colpire, lo faceva in maniera inesorabile. Contro il palleggio del Napoli di Sarri, al Bernabeu fu decisivo un intervento duro di Ramos su Diawara, che cambiò l’inerzia della partita, come se stesse dando la carica. Al San Paolo, il Napoli passò in vantaggio e Mertens prese un palo che impedi agli azzurri di passare in vantaggio nella doppia sfida. Con calma olimpica e la classica mentalità, le Merengues colpirono con il cinismo che contraddistingueva la squadra.

Quella Juve era una squadra solida e dotata di un collettivo straordinario. Higuain aveva 29 anni ed era nel pieno, la difesa aveva subito zero gol contro il Barcellona di Messi e il centrocampo garantiva qualità e quantità, anche se rivoluzionato rispetto a quello formidabile del 2015.

La partita

Il Real Madrid scese in campo con un modulo a rombo, schieramento che poi sarebbe stato modificato in corso d’opera. Allegri optò invece per tenere Barzagli terzino bloccato a destra, avanzando Daniel Alves, puntando pertanto su un 4-4-2 con gli esterni. L’obiettivo dei bianconeri era quello di avere la supremazia sulle fasce.

Entrambe le squadre puntarono a sfruttare l’ampiezza e la Juve riuscì anche ad iniziare meglio. A sinistra Carvajal si ritrovava stretto nella morsa di Alex Sandro e Mandzukic e il pressing bianconero fu coeso. Isco era costretto a dare una mano, ma il trequartista spagnolo non ha il ripiegamento nel DNA. A quel punto, veniva anche inficiato il possesso delle Merengues, vista la grande aggressività della Juve.

La cosa paradossale fu che Barzagli svolse in tutto e per tutto il ruolo di terzino, almeno a un certo punto. Ciò obbligò i centrocampisti del Real ad andargli addosso, lasciando quindi libero Bonucci di impostare cercando le punte. Quando la Juve si ritrovava a fraseggiare, lo faceva più sul lato destro, con Dybala e Daniel Alves in prima linea. Quando invece l’obiettivo era puntare l’area, dirottava i pericoli a sinistra. Il gol di Manzukic rispecchia in pieno questo atteggiamendo, visto la velocità dell’azione.

Cosa cambiò nel Real allora? Nel primo tempo, il match fu estremamente equilibrato, con il Real che tenne comunque un buon possesso, non si snaturò tantomeno scompose. Quando la Juve recuperava i palloni in zone altissime del campo, le Merengues rinculavano, mentre in fase offensiva il Real giocava a pochi tocchi, sfruttando i movimenti mortiferi di CR7 e Benzema, chiamando fuori posizione i centrali.

La chiave di volta

Già nel primo tempo, l’obiettivo di Zidane era quello di recuperare palloni, costasse quel che costasse, anche a rischio di perdere la posizione. Una sorta di caos organizzato. Ciò era possibile dalla mentalità cementata e dall’enorme sicurezza nei propri mezzi da parte dei calciatori delle Merengues. Una sicurezza acquisita confrontandosi con la realtà, mettendosi in gioco. Quella sicurezza del Real Madrid non spuntò dal nulla, non fu assorbita dall’aria, per osmosi. Si trattò, bensì, della costante visualizzazione mentale a dare fiducia nel talento.

Con questa ricerca ossessiva del recupero del pallone, il Real si ritrovò in superiorità numerica in varie occasioni. I primi due gol sono un caso emblematico. Nell’azione del tiro di Casemiro, nella zona di interesse i calciatori del Real erano quattro, a fronte dei soli Khedira e Pjanic della Juve.

La chiave di volta è stata data dall’avanzamento delle posizioni dei terzini, con Marcelo che divenne un centrocampista esterno aggiunto. Inoltre, Zidane spostò Isco più a sinistra, il quale giocava sulla fascia in fase di non possesso, mentre si muoveva più liberamente quando bisognava attaccare.

Marcelo, probabilmente il calciatore più decisivo tatticamente in quella partita

 

Il Real giocò quindi altissimo, mentre la Juve patì anche gli sforzi del primo tempo. Al cospetto di una squadra così dominante nel possesso, la difesa di Allegri non funzionò come al solito. Questo pressing asfissiante del Real, dovuto anche a una condizione fisica che si rivelò decisamente migliore, fece sparire la Juve dal campo, che nel secondo tempo arrivò pochissime volte nei pressi delle porta del Real.

A livello strategico, Zidane superò Allegri nella skill migliore del tecnico livornese: le contromosse. Il tecnico francese riuscì a costringere la Juve ad uscire dalla propria confort zone, uscendo dallo scenario tattico a cui era abituata.

Con il senno del poi siamo tutti campioni e, forse, il prodotto non sarebbe cambiato. D’altronde, lungi da noi voler attaccare un tecnico che aveva dato una lezione di calcio al Barcellona. Eppure saremmo stati curiosi di vedere la Juve con un 3-4-3 puro, schieramento che avrebbe impedito agli esterni del Real di avanzare come hanno fatto, mantenendo quindi un controllo sulle fasce.

 

Vincenzo Di Maso

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