In ricordo di Antonio De Falchi

Ricostruiamo la morte del tifoso della Roma Antonio De Falchi, avvenuta esattamente 31 anni fa. Nello scrivere ci è salito il sangue agli occhi: Antonio è morto due volte!

Un gruppo di ragazzi stava marciando alla stazione Termini per prendere un treno speciale per Milano. Questi convogli avevano questa denominazione, la quale però nascondeva lo stato di indigenza e sporcizia, nonché scarsa sicurezza degli stessi.

Tra quei ragazzi c’era anche Antonio De Falchi, un tifoso della Roma alto e dai capelli lunghi che faceva parte di quella nota come “generazione dei Pischelli“. Antonio De Falchi era pronto a godersi una delle tante trasferte della sua amata Roma e non avrebbe mai immaginato che sarebbe sfociata in tragedia.

In quegli anni, il movimento ultras si stava ridefinendo e la connotazione che aveva assunto era per certi versi positiva. Fatti salvi pochi casi (come purtroppo vedremo nel seguito), gli ultras non erano scalmanati, ma facevano parte di un movimento con una personalità decisa e connotati chiari, con idee politiche e valori che potevano essere condivisibili o meno.

Quel giorno il treno arrivò a Milano in mattinata. Assieme ad altri giovani, Antonio De Falchi si staccò momentaneamente dal gruppo, per recarsi a Piazza Duomo per spedire una cartolina alla mamma e ai Navigli e, solo successivamente, salì su un tram in direzione San Siro.

La signora Esperia, mamma di Antonio De Falchi

 

In quegli anni non erano certo previsti i cordoni di sicurezza approntati ai giorni nostri. Nonostante il grande caldo di giugno e di mezzogiorno, i tifosi romanisti nascondevano le proprie sciarpe sotto i giubbotti. Quando i tifosi della Roma arrivarono nei pressi di San Siro, l’area era presidiata da una frangia estrema del tifo rossonero, i Brasati, dal chiaro stile skinhead. Personaggi non proprio pacifici e tranquilli…

Antonio De Falchi e altri tre tifosi della Roma furono approcciati da uno dei Brasati, che si avvicinò con il classico approccio da malintenzionato, chiedendo loro l’orario e una sigaretta. Capendo immediatamente le intenzioni del facinoroso rossonero, Antonio De Falchi esclamò: «Siamo solo quattro. Ma che volete?!». I membri dei Brasati avevano captato che si trattava di tifosi romanisti e Antonio e gli amici furono traditi dall’accento romano.

Due dei suoi compagni di tifo riuscirono a scappare, l’amico Fabrizio si mise in salvo lanciando un mattone nei confronti degli aggressori, mentre Antonio De Falchi cadde, rimase indietro e fu vigliaccamente e barbaramente aggredito da almeno una decina dei Brasati. L’intervento degli agenti del reparto della Celere fu tempestivo e fece dileguare gli aggressori. Tempestivo, ma non a sufficienza, visto che mancavano oltre quattro ore alla partita e il servizio d’ordine non era stato ancora ben approntato. I poliziotti erano ancora pochi e non presidiavano tutte le zone antistanti agli ingressi.

In un primo momento Antonio De Falchi si rialzò, scambiando persino delle parole con i poliziotti, ma poi divenne cianotico e cadde a terra, vittima di un arresto cardiaco. I medici di un’ambulanza tentarono di rianimarlo, ma non ci fu niente da fare.

Il trafiletto dell’epoca

 

A ora di pranzo di quel maledetto 4 giugno 1989, un tifoso della Roma, andato semplicemente a vedere la propria squadra in trasferta, era stato ucciso, vittima di un’aggressione vomitevole, premeditata, barbara e vigliacca.

La partita ebbe luogo e il Milan vinse 4-1. A seguito del match, si sarebbe dovuti tenere i festeggiamenti per la vittoria della Coppa Campioni appena vinta dai rossoneri a Barcellona. I festeggiamenti furono annullati, in quanto si diffuse la notizia del decesso di Antonio De Falchi.

«È morto un ragazzo, un tifoso della Roma, aveva 18 anni».

Era morto, appunto, un ragazzo. Un semplice ragazzo che si era recato in trasferta per vedere i propri beniamini, un tifoso come tantissimi altri, estraneo a qualsiasi gruppo facinoroso e che nulla aveva fatto per scatenarsi addosso l’ira di una decina abbondante di pazzi vigliacchi. Un’aggressione brutale, senza spiegazione e senza possibilità di fuga.

L’autopsia decretò che Antonio De Falchi era morto per infarto e che sarebbe stato vittima di una lieve malformazione cardiaca asintomatica a una delle coronarie. Anche se i danni del pestaggio non furono ingentissimi, come testimoniato dai pochi limiti, si poté asserire che il 18enne romano morì anche per lo spavento. La famiglia smentì categoricamente che Antonio soffrisse di problemi cardiaci.

La vergognosa sentenza e le polemiche

L’inchiesta si concluse in un modo che fece morire Antonio De Falchi due volte. La quarta sezione della Corte d’Appello condannò solo il 20enne Luca Bonalda, riconosciuto dagli amici della vittima e dagli agenti. Il PM ne aveva chiesto la condanna a otto anni di reclusione con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Inizialmente fu condannato a 7 anni, ma la Corte gli concesse il beneficio della remissione in libertà. Insomma, Bonalda trascorse qualche ora in carcere, prima di poter tornare a casa e continuare a svolgere il proprio lavoro di fattorino, come se nulla fosse.

Gli altri due imputati, tra cui il leader dei gruppo dei Brasati Daniele Formaggia furono prosciolti per insufficienza di prove. In molti parlarono di “una sensazione di omertà quasi malavitosa” nel processo. La famiglia fu minacciata e il giudice ordinò la scorta per i familiari di Antonio De Falchi per il tragitto tra il tribunale e l’aeroporto.

La difesa aveva basato la propria arringa su una patologia del ragazzo, nonostante l’autopsia avesse rilevato solo una leggerissima anomalia, tra l’altro asintomatica.

Una volta conosciuta la sentenza, la mamma di Antonio, la signora Esperia, rimase schifata. «E questa è la giustizia? E’ uno schifoA me questa sentenza non sta bene. Loro dovevano pagare, anche se nessuno mi può riportare il povero Antonio». 

La signora Esperia (deceduta qualche mese fa a 89 anni) è diventata la mamma adottiva del tifo giallorosso della Curva Sud, che le ha reso sempre omaggio. Un tifo calpestato da una giustizia che aveva abbandonato una famiglia. Ad ogni partita della Roma campeggiano sempre bandiere con l’immagine di Antonio De Falchi che veste la maglia giallorossa, la passione della sua vita. Una passione stanata in circostanze tragiche quel maledetto 4 giugno 1989 e che non ha mai avuto giustizia. Fuor di retorica Antonio è morto due volte.

 

 

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