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Esordire a soli 16 anni in Serie A, significa essere un predestinato. Di chi stiamo parlando? Di Roberto Mancini, per tutti il “Mancio”, un genio del calcio che, con la sua classe innata e la sua intelligenza calcistica, incantò già dal suo primo ingresso in campo allo Stadio Dall’Ara con il Bologna nel lontano 12 settembre 1981.

Tanto che per 4 miliardi di lire – cifra considerevole – l’anno successivo, passò alla Sampdoria. Un amore, quello per la maglia Blucerchiata, durato 15 anni, che lo portò nel 1991/1992 quasi a vincere una Coppa Campioni contro il Barcellona.

In coppia con Gianluca Vialli – “i Gemelli de Gol”, così venivano chiamati – facevano cose eccezionali. Gianluca Vialli deve essergli grato per decine e decine di gol segnati, così come tanti altri calciatori di una Sampdoria straordinaria.

Diceva di lui Vujadin Boskov: «L’unico limite di Mancini è la scarsa capacità di concentrazione. Impossibile per lui restare con la testa nella partita per 90 minuti. Mezz’ora da fenomeno, quindi un sonnellino. Poi, ops, la sveglia e altri 20 minuti da brividi».

Un calciatore geniale, in sintesi, capace di lanciare un compagno in gol con un lancio di 30 metri. La sua carriera, dopo Genova, continuò a Roma nella Lazio di Sven Goran Eriksson. Qui grazie alla sua classe venne ben visto anche dalla tifoseria biancoceleste che lo portò, anche a distanza di anni, ad essere un grande beniamino.

Come non ricordare il gol in un Parma-Lazio, rimasto, oltre che nel cuore di tutti gli amanti del calcio, anche nella storia della Serie A come uno dei più belli gol di sempre. La stessa classe e genialità, Roberto Mancini le ha poi riportate anche nella professione di allenatore. La sua carriera iniziò come vice di Eriksson nella Fiorentina, con cui conquistò una Coppa Italia. Il salto però giunse nel 2008 quando arrivò ad allenare l’Inter o Internazionale, come amava chiamarla lui, di Massimo Moratti.

Qui si dimostrò subito un allenatore più attento al bel gioco che al risultato, infatti, nonostante i 3 scudetti consecutivi – 2006, 2007, 2008 – venne esonerato per non essere arrivato fino in fondo in Europa. Al suo posto, Josè Mourinho. L’anno successivo, ormai lontano da Milano, approdò al Manchester City degli Emiri, dove mise in bacheca una Premier League e una FA Cup.

Da allenatore del bello, dell’eleganza calcistica in Inghilterra, Mancini divenne un tecnico che cercava anche di ottimizzare al massimo le giocate della squadra per vincere ogni gara. Tanto che la squadra era forte anche dal punto di vista atletico e fisico, in questo modo comandava sempre le gare, in un modo o nell’altro, anche in assenza di buon gioco.

Dopo il City, firmò per diverse squadre di livello decisamente inferiore rispetto ai Citizens. Si accasò per un anno in Turchia al Galatasaray, tornò poi all’Inter di Thohir e, infine, fece un’esperienza in Russia allo Zenit San Pietroburgo. Nel 2018, però, la chiamata dalla FIGC italiana che lo volle come allenatore della Nazionale maggiore.

La firma del contratto e poi subito sotto con le qualificazione per Nations League – Final Four – e gli Europei (poi vinti in maniera trionfale). Il merito di Roberto Mancini è quello di essere riuscito a plasmare una Nazionale con un eccellente palleggio e buon gioco e non con il consolidato difensivismo, nonostante secondo molti addetti ai lavori fosse stata additata come la nazionale “peggiore” della storia. Dopo la beffa all’ultima gara del girone di qualificazione per i Mondiali, è chiamato a scacciare gli spettri di Ventura, probabilmente a Lisbona contro il Portogallo a fine marzo.