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Stasera si gioca Milan Juventus e il precedente più importante, nella storia di questa classicissima, ha visto sulla panca dei rossoneri Carletto Ancelotti, ex non troppo amato dai tifosi bianconeri.

Nel libro “Il mio albero di Natale”, facente parte di una trilogia comprendente “Preferisco la coppa” e “Il leader calmo”, vengono evidenziati maggiormente gli aspetti strategici nel lavoro del tecnico emiliano.

Ancelotti ripercorre le scelte tattiche adottate in alcune delle sue gare più importanti e un capitolo lo dedica alla finale di Champions League, disputatasi nel 2003 a Manchester contro i bianconeri.

“..Per affrontare la Juventus, avevo scelto il 4-4-2, un modulo che non avevamo utilizzato molto in quella stagione. Ma l’avversario aveva sulle fasce uno dei suoi punti di forza.
È vero che dovevano fare a meno di Nedved, squalificato, ma questo non faceva perdere il loro potenziale, perchè solitamente, sulle corsie esterne,agivano due terzini come Thuram e Zambrotta che conoscevo molto bene. Il mio obiettivo era quello di limitare al massimo la loro azione. A sorpresa, però, una volta in panchina, mi accorsi che i bianconeri avevano adottato una linea difensiva diversa rispetto alle mie previsioni”

Qui emerge una delle più grandi doti del tecnico di Reggiolo, ossia la capacità di adattare le sue squadre agli imprevisti sorti o ad inizio o nel corso della gara da disputare:

“Thuram era il terzino destro, Ferrara e Tudor i centrali e, inaspettatamente, Montero giocava terzino sinistro. Questa disposizione inusuale era dovuta al fatto che avevano avanzato Zambrotta in posizione di esterno sinistro al posto di Nedved.
Preso atto del cambiamento avversario decisi di apportare alcune modifiche alla nostra disposizione offensiva.
Diedi a Shevchenko, che doveva essere la nostra seconda punta accanto a Inzaghi, il compito di scambiare continuamente la posizione con Rui Costa e quindi di creare situazioni di uno contro uno su Montero”
Ancelotti spiega tale scelta con la differenza di passo e con lo strapotere fisico che avrebbe avvantaggiato il bomber ucraino nel confronto con l’uruguagio.
“Un 4-4-2 modificato soprattutto nella fase offensiva. Questa soluzione fu la svolta della gara perchè,anche se nel secondo tempo la Juventus si riorganizzò per correre ai ripari,creammo all’avversario molte difficoltà e diverse occasioni da rete. La partita terminò in parità solo per l’ottima prestazione di Buffon”.
Ma la posizione di Sheva non fu l’unica mossa adottata. Ancel descrive poi le altre consegne tattiche del match:
1) Costacurta e Kaladze, schierati terzini, rimanevano arretrati in posizione difensiva senza spingere sulle fasce;
2) Quando Sheva spingeva sulla fascia destra per attaccare Montero, Rui Costa e Seedorf (inizialmente esterni destro e sinistro) si accentravano per mettere in difficoltà il loro reparto di centrocampo, con tagli alle spalle dei loro centrali che erano Tacchinardi e Davids.

La gara finì ai rigori.
Anche per tale evenienza, Ancelotti aveva preparato con cura l’ordine dei rigoristi e Sheva doveva essere il primo ma ci fu un fuori programma:
“Sheva voleva essere l’ultimo, si sentiva così. seguirono brevi attimi di leggera tensione accompagnati da una domanda: Cambio tutto? La convinzione di chi deve battere il rigore è fondamentale.Dopo un breve dialogo tra il giocatore ed uno dei miei collaboratori,ebbi conferma della sua determinazione: Sheva sarebbe stato l’ultimo rigorista. Tutti sappiamo come è finita…”.

 

Marco Bruttapasta