Non è fondamentale rimarcare cosa il Re Diego Armando Maradona abbia fatto nel corso della sua vita privata. Credo, invece, che sia assai più importante sottolineare la traccia profonda che ha lasciato nell’esistenza di tutti noi.

Appare evidente che chiunque ami il genio, quella speciale ed innata abilità di trasformare un gesto tutto sommato semplice nella sua esecuzione in qualcosa di diverso, deve fare necessariamente i conti con la realtà.

L’ultimo viaggio del Re non può nemmeno cominciare, se non si considerano la fantasia, l’intuizione, la velocità nel prendere decisioni difficili, in situazioni estreme. Capaci poi di cambiare in maniera irreversibile il corso della Storia.

In questo momento dolorosissimo, chi ha amato senza chiedere nulla in cambio, in maniera incondizionata, avulsa da secondi fini, sta riavvolgendo all’indietro il nastro dei ricordi.

Perché è innegabile che ciascuno di noi abbia intrecciato strettamente un pezzetto del proprio percorso individuale con quello del Re. Associando alla sua figura alcuni tra i momenti più belli e indimenticabili mai vissuti.

Piangerne con dolore la dipartita, disperarsi consapevoli che è andato via troppo presto equivale a dire addio ad un mucchio di cose belle. Che adesso sono assolutamente superflue da rimembrare.

Specialmente alla luce di quanto risulti difficile accettare con raziocinio che le emozioni con cui si è cresciuti possano avere una data di scadenza.

Soltanto un altro grande sportivo professionista ha avuto l’ardire del Re. Il coraggio di mettersi contro tutto e tutti. La sfrontatezza di attaccare apertamente il “sistema”. Vedendone defraudato. Messo alla gogna. Umiliato pubblicamente.

Le analogie tra Mohammed Alì, privato del titoli in nome di una supposta legalità, usata invece come grimaldello per abbattere il totem dei diritti civili trovano dei sinistri punti di contatto con l’oltraggioso complotto ordito dalla Fifa ai Mondiali Usa.

Ovviamente, l’uomo ed il calciatore non possono essere l’uno avulso dall’altro. Eppure, limitarsi a parlare di Diego Armando Maradona, mettendo in second’ordine El Diez, piuttosto che rimarcarne i difetti, ne cristallizza la profonda umanità.

D’altronde, non poteva essere che figlio di una sirena, il più umano tra gli abitanti dell’Olimpo. Metà donna e metà pesce, Parthenope, la protettrice di Napoli. Trascinata dalle correnti del mare tra gli scogli di Megaride. Dove sorge il Castel dell’Ovo.

Assieme ad altre creature come lei attendevano, appostate sugli scogli, le loro vittime. Attirandole con voci ammaliatrici. Il solo modo per sopravvivere era tapparsi le orecchie. Ulisse, per non esserne stregato, si sottrasse al canto melodioso, utilizzando lo stratagemma dei tappi di cera alle orecchie.

Allora, il quesito privo di risposta che attanaglia l’animo di chi ha venerato un calciatore suo malgrado trasfigurato in divinità, resta sempre lo stesso. Cosa sarebbe potuto succedere, se il Re avesse usato i tappi. Evitando di cedere alle debolezze che ogni uomo “normale” ha il diritto di avere.

Soprattutto se paga puntualmente sulla sua pelle il fio della colpa.

Probabilmente, al Re non hanno mai perdonato di avere scelto Napoli.

Impensabile, che dalla montagna dove albergavano le divinità, potesse accasarsi all’ombra del Vesuvio, proiettando un’immagine positiva della città al di là dei confini nazionali.

Tuttavia, le leggende iniziano sempre alla stessa maniera. Quel c’era una volta, cominciato a circolare al San Paolo il 5 luglio 1984, foriero di scontri epici e battaglie tra eroi.

Questo è stato El Diez per Napoli. Un eroe moderno, un semidio, privo della spocchia degli altri Dei. E perciò, di animo umile e disponibile. Così fallace in talune scelte scellerate.

Ecco, le vomitevoli prese di posizione, gli attacchi ingiustificati alla persona, i giudizi gratuiti di chi parla per sentito dire, e non per conoscenza diretta, fanno maggiormente rabbia.

In quanto provengono da spregevoli nemici, acquattati nell’ombra.

Piccoli uomini dall’ego smisurato, con la patente di intellettuale, che aspettavano solamente il momento propizio per sgattaiolare fuori dalle loro saittelle. E spargere veleno sulle vestigia del Re morente, ispirati nel loro aprir bocca, unicamente dal desiderio di gettare fango.

Sostanzialmente, invidiosi radical chic che hanno fatto prendere aria ai denti in cambio di un fuggevole attimo di notorietà mediatica. Proprio per questo, non meritevoli neanche di veder menzionato il loro nome. Destinati, quindi, all’oblio.

Peggio di costoro, sciacalli privi di pietas e dunque indegni di considerazione, soltanto i guitti, che avallano lo “Sputtanapoli”.

Liberi pensatori che accettano di farsi trattare come Pulcinella, in nome della notorietà personale e del gettone di presenza. Senza accennare ad alcuna difesa della propria città. Nonché della squadra attraverso la quale, direttamente ed indirettamente, fanno business. Entrambe continuamente associate, per ragioni di audience, alla distorta iconografia di pizza, mandolino e putipú.

Onestamente, il Re è stato l’ultimo romantico di un pallone che ormai non esiste più, sostituto dal cd. “calcio moderno” e dai suoi eroi di cartapesta. Dal fisico scolpito e con la pettinatura costantemente cotonata, manco fossero freschi di coiffeur.

Giocatori finti, che nemmeno sudano. Idealmente pronti a farsi immortalare dai fotografi all’uscita dal campo, nelle medesime condizioni in cui li troveresti fuori ad un locale di tendenza.

Orbene, almeno personalmente ritengo che possiate pure portarveli a casa, i presunti Top Player che animano ogni vostra maledetta domenica. Icone pop che lo show business obbliga a venerare come se questo surrogato propinato alla gente fosse calcio vero.

Io mi tengo ben stretto il ricordo imperituro del “mio” Re. Senza timore che un giorno l’eco dell’amore possa diventare un lontano anelito di gioia, intrappolata nel tempo…

Certamente, arriverà il momento in cui bisognerà fare i conti con la nostalgia struggente.

Ma non ora. E sicuramente non oggi. Poiché scoprire che il Re se n’è andato fa davvero troppo male!

Francesco Infranca