Italia campione del mondo: come l’ho vissuto

Un nostro redattore racconta come ha vissuto la finale dei mondiali Italia-Francia, che ha avuto luogo il 9 luglio 2006. Lo scenario? Alessandria d'Egitto!

Esattamente 14 anni fa l’Italia di Lippi si è laureata campione del mondo, battendo la Francia nella finale dei Mondiali del 2006. L’ho vissuta in maniera particolare e piuttosto avventurosa.

Due giorni prima ero arrivato al Cairo con un volo da Roma. Ero rimasto nella capitale egiziana. Mi ero recato in Egitto per studiare arabo ad Alessandria. Sono quindi arrivato nella città costiera, famosa per la biblioteca e il faro, proprio il giorno della partita. Una volta sistemato in casa, mi sono incontrato con altre persone del gruppo. Non conoscevo praticamente nessuno, tolte le mie due compagne di viaggio in taxi dal Cairo.

Il punto d’incontro era una sorta di bar/café molto spartano in una zona popolare della città. Mi presentai con una t-shirt del Genoa. La TV era a tubo catodico, era minuscola per un gruppo di una ventina di persone e faceva le bizze. Dopo il rigore fischiato da Horacio Elizondo calò il silenzio. Dopo la battuta, anche il telecronista arabo, come avrebbe fatto Caressa (lo scoprimmo dopo) esclamò che non era gol. Il nostro grido di esultanza duro un nanosecondo.

Le bizze della TV aumentarono, ma per fortuna non ci perdemmo il gol di Materazzi. Italiani ed egiziani esultarono assieme. A fine primo tempo, dopo aver mangiato qualcosa e bevuto un tè caldo (per davvero!) cambiammo zona. Ci recammo in un bel locale sulla Kurnish, ovvero il lungo mare di Alessandria.

Il posto era piuttosto lussuoso, molto spazioso e il maxischermo al plasma ci fece davvero “immergere” nella partita. Dall’atmosfera surreale del primo tempo eravamo passati a un contesto molto più consono a una finale dei mondiali. L’Italia era in partita. La segnalazione del fuorigioco all’urlo di Luca Toni strozzò il nostro urlo in gola.

Tra un succo di frutta e l’altro (non sono molti i locali ad Alessandria che servono birre) i minuti passavano inesorabili. La partita era equilibrata e maschia. Nei supplementari Thierry Henry fece passare attimi di paura ai calciatori della nazionale italiana ma anche a noi tifosi seduti nel bar.

Si arrivò poi ai calci di rigore. Tolte poche persone, eravamo praticamente tra perfetti sconosciuti. Quasi nessuno si era lasciato trasportare e non c’era l’alcol ad aiutare a rompere il ghiaccio. Al momento dei rigori perdemmo tutti quel pudore che aveva contraddistinto quella strana serata. La traversa di Trezeguet mandò tutti noi in estasi e il sottoscritto iniziò a impazzire ed esultare. Ero convinto che l’Italia diventasse campione del mondo a partire dal rigore segnato da Del Piero.

Quando Fabio Grosso si presentò sul dischetto eravamo tutti in silenzio. Qualcuno si girò per non guardare. Da parte mia aspettavo solo il momento per esultare. Quello “sconosciuto” calciatore abruzzese, a quel tempo militante nel Palermo, era stato benedetto. Dopo aver risolto le partite contro Australia e Germania, non poteva non coronare quel sogno personale e di decine di milioni di italiani. Al gol di Grosso, che lasciò senza scampo Barthez, perdemmo tutti quel contegno iniziale e fu il tripudio. Fuori dal locale vedemmo fuochi d’artificio e musiche. I proprietari del locale misero la musica “We are the champions” ed esultammo assieme con i clienti del locale, tutti egiziani. Dulcis in fundo, ci offrirono una pizza a seguito del trionfo. Gli egiziani sono considerati i secondi al mondo (dopo noi italiani) a fare le pizze. Il risultato non era niente male e fu ancora più gustoso dopo un trionfo di quel tipo.

 

Vincenzo Di Maso

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