In un calcio pieno di segreti, la morte di Giuliano Taccola è solo uno dei tanti misteri irrisolti. Iniezioni e doping celano il suo decesso. Questo è il calcio nel fango del Dio pallone.

Dal basso– Il nome di Taccola, all’inizio della sua carriera, è sconosciuto ai più. Questo perché gioca nelle serie minori; infatti gioca in Serie B con l’Alessandria e il Varese, ma il numero di presenze è esiguo. Però la sua dimensione la trova in Serie C: prima con l’Entella e poi con il Savona. E proprio con i Biancoblu è il bomber protagonista che trascina la squadra a un’inaspettata promozione in Serie B.

Punture– La svolta arriva nel 1966, quando il Genoa lo acquista. Ma quelli sono brutti anni per i liguri, che non riescono più a salire in A, ma anzi rischiano di retrocedere in Serie C. Qui inizia lo scandalo: i calciatori vengono dopati. Pratica già molto diffusa all’epoca, il doping consisteva in delle punture prima della partita. I “miscugli” creati dai dottori hanno l’obbiettivo di migliorare prestazioni, resistenza e velocità del giocatore. Ma gli effetti collaterali sono devastanti: i giocatori camminano a fatica per varie ore dopo i 90 minuti; sono stanchi e non riescono a stare concentrati.

Il caso Tarabocchia– Per capire i danni delle punture basti pensare alla storia di Emmerich Tarabocchia. Emblematica è la sua storia: essendo il secondo portiere del Genoa, il medico della rosa decide un giorno di sperimentare un nuovo doping su di lui; perché infatti il doping non era altro che un miscuglio di medicinali, quindi bisognava sperimentarlo. Lo attirò negli spogliatoi durante un allenamento, dicendogli che gli avrebbe offerto del vino (essendo di famiglia povera, Emmerich non rifiutava mai cibo e bevande). Ma una volta bevuto il vino con dentro il doping, sviene nel giro di pochi minuti sul campo da gioco. Non tutti i corpi però hanno gli stessi rigetti ai vari doping, e Taccola manifesterà solo in seguito, quando ormai sarà troppo tardi, i danni subiti.

La Roma– Dopo un anno di punture stimolanti, arriva alla Roma. Per Giuliano, alto e potente fisicamente, è la svolta definitiva della sua carriera. Molti pensano che per lui si prospettano anni d’oro, ma il destino sa rivelarsi triste e infame. Dopo una prima stagione dove segna 10 reti, cifra più che buona per l’epoca, nella seconda, con l’arrivo di mister Herrera, non riesce a ripetersi. Infatti il suo rendimento crolla a picco; febbre e svenimenti si fanno sempre più frequenti. Ma in tutto questo l’allenatore Helenio Herrera non muove un dito, e continua a schierarlo titolare. Nel febbraio del ’69 viene operato alle tonsille, un’operazione di routine e facilissima già per l’epoca. Ma durante l’operazione ha continue emorragie, i suoi vasi sanguigni non funzionano al meglio. L’ipotesi più probabile è un malfunzionamento dovuto al doping, preso a Genova e forse anche a Roma.

Le accuse dei Mazzola– Ferruccio Mazzola ha infatti accusato il mago di dopare i suoi giocatori. In seguito, nel 2015, anche il fratello Sandro confermerà che Herrera dopava i suoi giocatori. Taccola, già debilitato dall’esperienza col Genoa, sta subendo tutte le conseguenze. E anche l’operazione non andata per il meglio è solo la prima delle amare conseguenze.

Il ricatto– Il medico dei capitolini prescrive assoluto riposo per l’attaccante giallorosso, ma il mister ha bisogno di lui. Herrera usa il ricatto, sa che Taccola aveva fatto grossi investimenti, e gli servivano soldi. Così fa in modo che i premi partita vengano distribuiti solo a chi gioca. Nemmeno l’intervento del presidente e del medico della squadra cambiano l’andazzo. Taccola deve giocare.

“Quando al povero Giuliano saliva la febbre, gli faceva fare certe punture e lo risbatteva in campo”

-Franco Cordova

I sintomi– Viene quindi forzato a rientrare. Ma ad ogni allenamento perde peso, ha la febbre ed è continuamente debilitato dagli antibiotici. Per recuperarlo la società decide di schierarlo con le riserve, ma nel match di campionato sviene in campo. Una settimana dopo si infortuna contro la Sampdoria. Anche qui il recupero è lampo, solo 10 giorni di riposo, poi viene costretto a rientrare. Il 15 marzo sviene ancora nella rifinitura prima della partita contro il Cagliari, il mago decide di dargli tregua e mandarlo in tribuna. Alcune voci dicono che seguisse la partita tremando tutto il tempo. Ma una volta vinta la partita va negli spogliatoi per festeggiare. Durante i festeggiamenti però inizia a tremare e sviene. I medici provano a rianimarlo, ma da quello spogliatoio Taccola ne uscirà morto.

“Non mi credono, ma io sto morendo”

-Giuliano Taccola, parole dette ad amici e rivolte alla Roma

La morte– L’autopsia indicherà un arresto cardio circolatorio come causa del decesso. Ma l’ipotesi più accreditata è un’endocardite; ossia un’infezione batterica del cuore anche dovuta al doping preso negli anni, con o contro la volontà del giocatore.