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A Igor Tudor è servito veramente pochissimo tempo per stravolgere la stagione del Verona. Il suo arrivo ha rimesso le cose a posto, producendo dividendi immediati, tanto in termini di punti in classifica, quanto sul pianto del gioco.

L’impatto che il tecnico croato ha avuto sugli scaligeri, infatti, ne ha letteralmente ribaltato il rendimento. Dimostrando come questa squadra possa puntare ad una comoda salvezza, senza necessariamente dover soffrire fino all’ultima giornata.

Adesso sembra davvero che i gialloblù giochino insieme da sempre. Forse perché il nuovo allenatore ha scelto consapevolmente di ripartire dall’eredità di Ivan Jurić.

I numeri non mentono (quasi…) mai

Obiettivamente, una delle grandi perplessità avanzate sul matrimonio con Eusebio Di Francesco, voglioso di riscattarsi dopo le negative esperienze maturate con Cagliari e Sampdoria, riguardava proprio l’incerta adattabilità della rosa ad una idea di fare calcio agli antipodi rispetto al suo predecessore sulla panchina veronese.  

In effetti, specialmente in fase di non possesso, non a caso il Verona di Jurić, difensivamente parlando, veniva definito un po’ da tutti una sorta di “Atalanta in miniatura”. In virtù del pressing fortemente orientato sulla marcatura ad uomo, anche molto lontano dalla propria area di rigore.

Di Francesco, al contrario, era maggiormente portato a difendere di sistema, ricercando un’ambiziosa strategia posizionale, piuttosto che duelli individuali in ogni zona del campo.

Insomma, una diversa interpretazione del piano gara, che risulta sin troppo evidente dalle cifre. Numeri e statistiche saranno asettici, nondimeno sono comunque utili a riassumere un trend.

Il ruolino di marcia dell’ex sampdoriano era sconfortante: 3 sconfitte consecutive nelle prime tre giornate, 3 gol fatti e 7 subiti.

Con Tudor, invece, il Verona ha invertito decisamente la rotta: 4 vittorie, 3 pareggi e solamente 1 sconfitta; 20 reti all’attivo e 11 al passivo.   

L’importanza del “Cholito”

Di certo, con Tudor i veronesi hanno un approccio più vicino a quello dell’attuale tecnico del Torino. Restano una squadra assai aggressiva che palesa, tuttavia, una discreta qualità individuale e collettiva.

Capace di sviluppare un sistema di gioco funzionale ad esaltare perfettamente un attaccante come Giovanni Simeone, potente ma pure dinamico.

Ad assecondare le peculiarità individuali ed emotive dell’argentino, esploso fragorosamente dopo le annate altalenanti di Firenze e Cagliari, contribuisce un gruppo che finora ha confermato di essere a suo agio sia correndo dietro all’avversario, che quando può fare un calcio più strutturato, con il pallone tra i piedi.

Il Verona gioca semplice

La crescita del Cholito, dunque, fa da contraltare al ritorno sui loro standard abituali di altri protagonisti.

Miguel Veloso, una centrocampista completo, cui Tudor affida regia e distribuzione.

Chiaramente, se il portoghese è impossibilitato a far progredire la manovra, pulendo il primo possesso con quel sinistro sopraffino, allora tocca a Lazovic sovrapporsi sull’out mancino, garantendo verticalità attraverso veloci sgroppate palla al piede.

Dall’altra parte imperversa Faraoni, bravissimo nella abilità per antonomasia intangibile a quantificare l’efficacia di un esterno a tutta fascia. Ovvero, i tempi d’inserimento. Caratteristica che gli consente di dosare le sue corse negli ultimi trenta metri, scegliendo il momento per accelerare o decelerare. 

Senza dimenticarsi di Tameze, il classico tuttocampista senza compromessi, che gioca in modo semplice. Sbagliando poco nella trasmissione e mettendoci grande intensità nei contrasti. 

L’alto-basso di Barak e Caprari

Per la posizione che occupano, Barak e Caprari sono deputati a spendersi nella cucitura tra mediana e trequarti. Nonché, incaricati di dare un contributo sotto rete, quando il Verona attacca.

A turno, uno dei due si abbassa per alimentare il palleggio, mentre l’altro si alza tra le linee. In attacco poi, in base alla posizione della palla, svolgono il medesimo lavoro, ma invertendosi nei compiti.

Generalmente, il ceco si muove per aggiungersi in area di rigore a rimorchio di Simeone, attaccando in maniera aggressiva la porta, in quanto forte fisicamente e nei duelli aerei. Mentre l’ex Benevento, estroso e tecnicamente qualitativo, sfrutta la sua rapidità negli spazi stretti.

In questo senso, Tudor sfrutta la fisicità di Barak pure per risalire il campo e conquistare le seconde palle, stimolandone la ricezione sul lancio lungo del portiere.

Insomma, il match con il Napoli sarà un banco di prova importante per verificare i progressi dell’Hellas. Probabilmente  l’ultimo esame da passare prima di certificare lo status di sorpresa del campionato.

Soprattutto al cospetto di un avversario di assoluto valore come la capolista della Serie A.