In un’Ungheria vittima della guerra, sono in molti a voler scappare. Ma con la chiamata alle armi per la seconda guerra mondiale, solo pochi hanno il coraggio e la possibilità di farlo. Tra questi c’è l’apolide László Kubala.

Lavoro e calcio di strada– Nella nazione magiara dell’epoca sono pochi i soldi che girano. La povertà colpisce anche la famiglia Kubala, e László inizia quindi a lavorare a soli 10 anni, in una fabbrica di vettovaglie. Ma anni dopo inizia a giocare con la squadra del dopo lavoro della fabbrica: il Ganz, militante in terza serie. In tutto ciò gioca pure per strada, e si sfida anche con Puskas, l’ungherese più forte di sempre, e Bozsik.

Il Ferencvaros– A 17 anni viene notato dal Ferencvaros, una delle migliori formazioni del campionato. Kubala fin da subito appare come una delle stelle del campionato; alto 1,75m per 83 chili, è un carro armato infermabile. Quell’anno, il ’44, i tedeschi hanno instaurato un governo militare; tutti i giovani sopra ai 17 anni devono adempire alla leva obbligatoria. Solo il fatto di essere un calciatore professionista salva Kubala. Successivamente però, dopo due stagioni al Ferencvaros, László scappa in Cecoslovacchia.

Il Bratislava– Stanco della povertà albergante a Budapest, e oppresso dal governo, a Bratislava trova un contratto più lauto. Sfruttando le origini cecoslovacche dei genitori, può giocare per la rispettiva nazionale, il cui CT è Daucik. L’allenatore diventerà pure suocero di Kubala. Sul campo si rivela ancora una volta una delle stelle più promettenti d’Europa, con gol e prestazioni di classe.

Ritorno in patria– Ma dopo due stagioni di classe, il Varas, squadra operaia, gli offre un contratto ancora più ricco. Torna quindi in patria, ma questo volta viene quindi obbligato, dopo 20 partite giocate, alla chiamata alle armi. Divieto di espatrio e prigioniero in patria. Ma Kubala è uno spirito libero, come fosse sempre sul suo amato campo di calcio. Convince quindi i gradi alti dell’esercito a farsi spostare in un reparto di confine, vicino alla frontiera austriaca. Da qui scappa su una carovana di profughi in Svizzera, raggiungendo la famiglia. Qui gli viene incontro la Pro Patria, che gli offre un contratto.

La Fifa e la Hungaria– La federazione magiara lo squalifica a vita, e la Fifa gli impedisce di giocare i match ufficiali. Fonda quindi la Hungaria, una squadra di rifugiati dell’est. La rosa è talmente forte da essere invitata in tutta Europa. Qui gioca anche contro il Real Madrid, dove il presidente Bernabeu se ne innamora. Però le richieste di Kubala sono rigide: l’ingaggio di Daucik come allenatore.

Barcellona– Si vanno quindi avanti i blaugrana, che accettano le sue condizioni. Inoltre gli fanno avere il passaporto spagnolo. La Fifa, col cambio di nazionalità, revoca la squalifica. A Barcellona diviene l’attaccante più forte della storia spagnola fino a quel momento. Contribuisce a migliorare la qualità del calcio spagnolo, rimasto arretrato rispetto al resto d’Europa. Inoltre Daucik costruisce attorno a lui la “Invencible Armada”. Finalmente non più oppresso dal governo ungherese, Kubala è libero di giocare il suo calcio. E così in 10 anni diviene il capocannoniere più prolifico della storia del Barcellona, con 131 gol in 186 partite giocate, vincendo 4 campionato, 5 coppa nazionali e 2 coppe delle fiere. Inoltre diviene anche l’unico a giocare per tre nazionali diverse: oltre all’Ungheria e la Cecoslovacchia, gioca anche per la Spagna.

Il ritiro e la morte– Successivamente diviene giocatore e allenatore, prima per l’Espanyol, poi per lo Zurigo. Proprio a Zurigo, la città che lo ospitò durante il suo esilio, gioca la sua ultima stagione. Appese quindi ai chiodi, nel 1967, László Kubala: l’apolide del calcio, fuggito da povertà e guerra per giocare un calcio libero e spensierato.

La morte– In seguito il Barcellona gli dedicherà una statua al Camp Nou, ad omaggiare una figura che per anni difese i loro colori. Nel 2002 le sue condizioni fisiche, già minate da tempo dalla Alzheimer, si aggravano in seguito ad un’emorragia cerebrale. Morirà poi il 17 maggio di quell’anno, nel mentre veniva presentato il nuovo allenatore dei Blaugrana: Van Gaal. Appena arrivò la notizia, il presidente interruppe la conferenza per un minuto di silenzio. Ma se l’Alzheimer gravò sulla sua memoria, le sue gesta da fenomeno implacabile non verranno mai dimenticate. Tant’è che quando nel 2013 i giocatori con almeno 10 anni di militanza nel Barcellona votarono chi fu il più grande della loro storia, lui arrivò secondo; dietro solo a Lionel Messi.