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Sulla carta è un Davide contro Golia, senza se e senza ma. Sul manto erboso tutto sarà da verificare. Paris-Saint Germain e Juventus si preparano ad aprire le loro danze cerimoniali europee, per una competizione diventata una mera ossessione per entrambe. Ma se per il PSG arrivare in finale non è poi così utopia, per la Juve rappresenterebbe un sogno quasi impronosticabile, visto l’andazzo degli ultimi anni e le innumerevoli problematiche. Calma ad iniziare coi processi. La sfilza di #Allegriout che ha invaso Twitter sabato pomeriggio è l’ennesima dimostrazione di come in Italia non ci sia un equilibrio di valutazione: la malafede è d’altronde un problema rinomato nel nostro paese. Si passa dall’essere idolatrati una domenica, all’essere profondamente odiati il mercoledì successivo, senza prendere atto delle possibili conseguenze.

Perché se è vero che per la maggior parte il problema della Juventus è Massimiliano Allegri, allora perché lo stesso Allegri non può essere la soluzione a questi dilemmi? Si parla tanto di qualunquismo, ma qui la realtà dei fatti dice semplicemente di creare azioni da gol, non di andare sulla luna. Domani la Juventus torna al Parco dei Principi dopo 25 anni, dal lontano 1997, tempi in cui era proprio Madama a dominare la scena europea. Allora era finita 1-6 a favore dei bianconeri di Marcello Lippi, travolgenti e mostruosi ad annientare una squadra che non avrebbe mai pensato di arrivare ad essere una cascina d’oro. Così come la metamorfosi della Juventus è stata impietosa negli ultimi 3 anni. Insomma, storie di simmetrie e opposizioni che per blasone ci lasciano ben sperare.

PARIGI PER GIOCARE, NON PER VISITARLA

Parigi è bella, lo sappiamo: la Tour Eiffel, il Louvre, Notre Dame e tante altro. Per la Juve, però, non deve essere una gita con tanto di zaino e macchina fotografica. Anzi, dovrebbe essere un’occasione per misurarsi con una realtà di 5 piani superiore. Come d’altronde lo doveva essere l’anno scorso a Londra, salvo poi precipitare 4-0 perché tanto “tra secondo posto e primo non cambia niente“, parola di Allegri. E’ proprio qua il punto cruciale. Tra l’Allegri comunicatore di 5 anni fa e quello di oggi sembrano ci siano solo diversità, come se fossero due persone differenti. Se prima trasmetteva serenità, facendo della sana autocritica (ma costruttiva), oggi l’impressione è che il livornese sia molto agitato e incoerente con sé stesso.

Ogni conferenza di vigilia, ogni dichiarazione va in controtendenza con quello che si è detto la volta prima. Una sorta di bipolarità che lascia tutt’altro che sereno l’ambiente. Dire che la “partita da vincere sarà quella in casa col Benfica” non è altro che un ammissione di colpa; vai a capire, poi, per cosa esattamente. Nel calcio la comunicazione è tutto; c’è a chi bastano due parole per far passare un messaggio e chi ha bisogno di sana goliardia per nascondere le imperfezioni. E Max appartiene al secondo caso. Poi certo, da quelle dichiarazioni si può pensare che il suo intento sia stato quello di togliere un po’ di pressione e responsabilità ai giocatori a fronte di un partitone contro il PSG, ma il modo, i tempi e il contesto vanno in controtendenza con il momento.

MAX, TORNA QUELLO CHE SEI

L’Allegri antico era invece uno che guardava sempre il bicchiere mezzo pieno, che pensava positivo. Ricordate cosa disse dopo la sconfitta nell’andata degli ottavi di Champions contro l’Atletico? “C’è grande delusione, ma non dobbiamo piangerci addosso. Possiamo ribaltare la partita. Dobbiamo avere fiducia”. Poche parole, ma dette da uno che sapeva quello che voleva: vincere. Alla Juventus, tre anni dopo, sembra cambiato l’universo. Soluzioni? Prima farsi un bagno d’umiltà e capire che la squadra non può fare una partita come quella di Firenze; poi, tornare a trasmettere quella mentalità a qualcheduno in particolare che non ha ancora capito cosa significhi indossare la maglia della Juventus: vero McKennie?

In questo momento Allegri deve tornare a far combaciare l’istinto con la razionalità. L’esaltazione con la pianificazione. L’emozione con la ragione. Caratteristiche che fanno parte della sua persona. E dunque, tradotto in un linguaggio più “povero”: andare a Parigi e provare a vincere. Avere coraggio e personalità di andare ad aggredire gli avversari, senza rintanarsi 90 minuti a ridosso della propria area. Perché non cambierebbe assolutamente niente. Nessuno farà i processi in caso di sconfitta, è palese la differenza di qualità: ma a patto che la Juventus, bel gioco o no chissenefrega, torni ad avere quell’attitudine di voler andare ad azzannare le partite. Con un baricentro un po’ più alto magari e mettendo nelle condizioni Di Maria e Vlahovic di potersi esaltare. “Giocare a calcio” è il diktat, provarci un obbligo inderogabile. In caso contrario, rimarranno solamente gli scatti di una serata di gala con invitati speciali (Messi, Neymar, Mbappé). Ecco, questo è da evitare.

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