Un campo in terra, uno scenario mozzafiato e allo stesso tempo irreale e post-apocalittico, il Colosseo sullo sfondo, deserto e senza l’ombra di un turista, bambini che giocano come all’oratorio ognuno con la maglietta del suo idolo in una partitella che ricorda gli Anni Sessanta, più che una domenica di gennaio 2021.

Non pensano al Covid, alle restrizioni, al colore delle zone: forse rischiano, forse se ne fregano, forse hanno ragione loro. Palla in mezzo, due porte anche decenti, che altro serve in fondo? Pedalare e via contrasti, numeri di quello più bravo di tutti, parate di quello che è finito in porta perché fuori proprio non è in grado di giocare, e gol con esultanze che imitano il SIUUU di Ronaldo e la Facemask di Dybala.

Senza pensieri, all’aria aperta, come deve essere alla loro età.

Passano due poliziotti, gli intimano di smettere senza convinzione, poi restano a guardare inteneriti e tolleranti: come nella migliore delle partite si sente un “Chi fa questo vince…”. I poliziotti che erano diventati spettatori, bonariamente aspettano e poi gridano “ultima azione…”.

I ragazzini non fanno una piega, il gol arriva con tanto di esultanza, prendono il pallone ed escono educatamente, discutendo tra loro su chi doveva marcare quello che ha segnato, i poliziotti si allontanano.

L’essenza del calcio è nella magia della sua semplicità: un pallone da calciare verso la porta avversaria, così lontano e allo stesso tempo così vicino alla patinata Serie A che di questi tempi ha lo stesso numero di spettatori di questo manipolo di ragazzini, cioè zero o poco più: in questa anormalità virale che, come nel libro “1984” di Orwell, comincia a diventare una pericolosa normalità.

Che ci crediate o no, il calcio sta tornando indietro nel tempo: questa foto, nella sua semplicità, non ha età.