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42 anni fa il calcio italiano perdeva il suo profeta. Gianni Rivera si ritirava come solo un campione del suo calibro poteva fare: vincendo lo Scudetto della Stella.

Un piccolo d’Alessandria– Gianni cresce nelle giovanili dell’Alessandria, all’epoca militante tra la Serie B e la A. In un torneo, il Torneo Federati, lo nota Silvio Piola, il quale dirà: “Alla sua età, le cose che sa fare lui nemmeno le sognavo“. La storia del piccolo, ma già fenomenale, Rivera si intreccia quindi con la magia, che scaturisce dai suoi piedi fatati. Già a quindici anni entra nel giro della prima squadra, debuttando in Serie A il 2 giugno del ’59, contro l’Inter. A fine stagione il Milan si accaparra il giocatore, lasciandolo in prestito ai Grigi per un altro anno. Dopo la stagione ’59-’60, dove segna 6 gol e vince il premio di miglior giovane, la dirigenza rossonera decide che è giunto il momento per Rivera di andare a Milano.

Diventai milanista perché da piccolo trovai un giorno per terra il portafoglio di mio nonno. Lo aprii e vidi le foto ingiallite di padre Pio e Gianni Rivera, che io non conoscevo, non sapevo chi fossero. Lo chiesi a mio nonno e lui mi spiegò: uno fa i miracoli, l’altro è un popolare frate pugliese.

-Diego Abatantuono

Un ragazzino– Il presidente del Diavolo Rizzoli commentò così l’ingaggio di Rivera: “Ho speso un sacco di soldi per acquistare un ragazzino di cui sconosco persino il nome“; ben presto il nome di questo ragazzino sarà conosciuto e lodato in tutta Italia. La prima stagione però non va come previsto: lui, trequartista di nascita, viene usato principalmente come ala destra, impendendo al suo estro di esprimersi. Nonostante i 6 gol segnati, di cui il primo contro la Juve, Nereo Rocco vuole mandarlo in prestito a farsi le ossa. Ma qui si oppone il dirigente Gipo Viani, che blocca ogni trasferimento. Nel campionato ’61-’62 il Milan vince il suo 8° scudetto, e parte del merito va anche a Rivera, che in coppia con José Altafini costituisce la coppia d’oro del gol.

Piedi da artista, inventiva da grande regista e senso del gol fanno di Rivera uno dei giganti di ogni epoca del calcio mondiale.

-Carlo Felice Chiesa

Coppa Campioni– Non mancano però le critiche mosse al piccolo Gianni, il quale dimostra una certa repulsione a difendere, e il suo corpicino esile, per cui Brera lo soprannomina “Abatino”, non lo aiuta di certo. Ma il numero 10 risponde sul campo; magari non difende troppo, ma quando si tratta di imbeccare le punte; segnare dalla distanza; o dribblare; in questo è un genio. Così, trascinato dal piccolo fenomeno, il Milan giunge in finale di Coppa Campioni nel 1963. Il 22 maggio del ’63 i Rossoneri sfidano il Benfica per la vittoria della Coppa dalle Grandi Orecchie. Altafini buca doppiamente la porta, grazie a due lanci di Rivera, per il risultato finale di 2-1. Il Milan è campione d’Europa, Cesare Maldini è il primo italiano ad alzare al cielo la coppa più ambita. E a fine anno Gianni arriva secondo nella classifica del Pallone D’oro, dietro solo a Lev Yashin.

Non corre tanto, ma se io voglio avere il gioco, la fantasia, dal primo minuto al novantesimo l’arte di capovolgere una situazione, tutto questo me lo può dare solo Rivera con i suoi lampi. Non vorrei esagerare, perché in fondo è soltanto football, ma Rivera in tutto questo è un genio.

-Nereo Rocco

Capitano in un momento difficile– Partito Sani, mediano fondamentale, e Nereo Rocco, il mister, chiave di volta del successo europeo, il Milan inanella una serie di insuccessi. Nonostante tutto, Gianni “Anche nei momenti di sbandamento, anzi soprattutto in quei periodi difficili, diventa sempre più un uomo simbolo per il Milan, una specie di uomo della Provvidenza.” (Marco Tarozzi). In questo periodo, successivamente all’addio di Cesare Maldini, indossa per la prima volta la fascia da capitano, in un Milan-Pisa in Coppa Italia. Tornato Rocco nel ’67, fresco della vittoria in Coppa Italia, si trova investito di una doppia responsabilità: organizzare il fraseggio fino alla porta, come un direttore d’orchestra; e gestire la squadra sotto il punto di vista tattico e disciplinare. Anche grazie al suo supporto al tridente formato da Prati, Sormani e Hamrin, i Rossoneri tornano vincere lo scudetto.

Ha offerto il suo apporto determinante sfruttando non solo le sue innate doti offensive, ma anche a centrocampo e in difesa, svolgendo compiti per lui un tempo innaturali.

-Annibale Frossi, sulla stagione ’67-’68 di Rivera.

Pallone D’oro– L’anno successivo l’Abatino ritorna in finale di Coppa Campioni. Stavolta a sfidarlo ci sta l’Ajax di Johan Cruyff, Rinus Michels, e del neonato Calcio Totale. Ma sotto il sigillo di Pierino Prati, autore di una tripletta, il Milan vince 4-1. Anche in questa occasione, è il migliore in campo dei Rossoneri, “due gol, il secondo e il quarto, sono venuti dal suo inimitabile talento” (Ezio de Cesaris). Ad ottobre Milan ed Estudiantes si contendono l’Intercontinentale, in quella che è ricordata, per la violenza del ritorno, comeLa Coppa Insanguinata. Il 22 dicembre France Football premia il talento italiano, mago del pallone, con il Pallone D’oro; è il primo italiano non oriundo a vincere tale riconoscimento. Il nome di Gianni Rivera si eleva fin su l’Olimpo del Calcio, è una leggenda vivente.

Il riconoscimento premia il talento calcistico allo stato puro. Rivera è un grande artista che onora il football.

-Max Urbini, presidente della giuria di France Football

Italia-Germania 4-3– Al campionato del Mondo di Messico ’70, il CT italiano Valcareggi opta per la staffetta tra Mazzola e Gianni. Il primo avrebbe giocato il primo tempo, essendo più difensivo di natura; al secondo spettava di concludere a rete assieme agli attaccanti nella parte finale dei match. Gli Azzurri arrivano in semifinale contro la Germania Ovest di Beckenbauer. Così, il 17 del 1970, lo Stadio Azteca di Città del Messico si rende protagonista della “Partita del Secolo”, una partita tanto bella quanto memorabile. Dopo l’1-1 dei tempi regolamentari, nei supplementari le due formazioni non si risparmiano. Dopo il 3-3 di Müller, l’Italia si butta in avanti dopo il calcio a centrocampo. La Germania non tocca la palla, la quale arriva in mezzo all’area. Qui è lesto e pronto Rivera a insaccare, ingannando il portiere. Gli Azzurri arrivano in finale, dove poi perderanno per 4-1 contro il Brasile.

Dal Vangelo secondo il calcio italiano: non avrai altro Dio al di fuori di Rivera.

-Nico Foglieni

Il Fatal Verona– Dalla stagione ’70-’71 fino alla ’72-’73 il Milan incappa in tre secondi posti di fila. Gli unici trofei conquistati sono la Coppa Italia, vinta per due volte di fila nel ’72 e nel ’73, e la Coppa delle Coppe risalente al ’73. Proprio il campionato del ’73 è ricordato come il più nefasto: all’ultima giornata al Milan basta un pareggio contro il già salvo Verona. Ma qualcosa va storto e i Rossoneri cadono sotto i colpi del Fatal Verona, che vince 5-3. Unico punto a favore di quella stagione viene dall’Abatino: capocannoniere di Serie A con 17 gol. È dai tempi di Valentino Mazzola che un centrocampista non vinceva la graduatoria dei goleador.

Contro le previsioni generali e non disponendo di mezzi tecnici superiori. Potevano vincerlo il Torino o il Perugia, quel campionato. Non avevamo una grandissima squadra, ma un gruppo di giocatori continuo. Vincemmo senza centravanti.

-Gianni Rivera, sullo scudetto della stella

Il decimo– Ma i campioni non escono dal ring in silenzio, se ne vanno con stile. Così fa il numero 10, che dopo aver vinto la Coppa Italia nel 1977, si appresta giocare la sua ultima stagione. Contro ogni aspettativa, affidandosi davanti al genio illuminante di Rivera, il Milan vince il titolo alla penultima giornata. Milan-Bologna, partita numero 500 in Serie A per l’Abatino, finisce 0-0; i Rossoneri, per la decima volta, sono campioni d’Italia. Una settimana dopo, il 13 maggio di 42 anni fa, termina la carriera del migliore italiano di sempre: Lazio-Milan, finita 1-1, è la sua ultima partita. Quel ragazzino dal corpo esile, ora uomo adulto e maturo, si ritira dopo 122 gol in Serie A (record per un centrocampista), 7 titoli nazionali, 2 Coppe dei Campioni e 1 Pallone D’oro. Questa è la storia del migliore degli Azzurri, del numero 10 dei numeri 10: Gianni Rivera.