Il Mondiale violento di Cile ’62

Raccontiamo la violenza nel Mondiale di Cile '62. Non solo la "Battaglia di Santiago" ma anche "La Guerra di Arica", dove un calciatore ci rimise le penne

I Mondiali di calcio sono per eccellenza il torneo di calcio più importante al mondo. Un Mondiale ha il potere di far incollare alla TV interi Paesi che sognano il trofeo. Ecco perché ogni Coppa del Mondo è speciale. Forse perché si svolge ogni quattro anni, ed è per questo che ci aggrappiamo ad essa con ancora più entusiasmo.

Dalla sua nascita nel 1930 ad oggi, il torneo ha regalato emozioni epocali. Il Maracanazo, Arancia Meccanica di Cruyff, la mano di Dio, le quattro gioie degli azzurri, i colpi di coda della Germania, etc…

Ogni Coppa del Mondo che passa può essere attribuita alla frase che Tom Hanks usava ripetere in Forrest Gump: “La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”. I Mondiali di calcio di Cile ’62 non fecero eccezione. Quell’edizione non prevedeva la presenza di compagini asiatiche e africane.

Il mondo stava impazzendo con i dribbling di Garrincha, la star della squadra brasiliana in assenza dell’infortunato O Rei Pelé. Molte cose successero in quel Mondiale, ma se viene ricordato ancora, a distanza di quasi 60 anni, è soprattutto a causa della violenza scatenatasi sul terreno di gioco in quell’evento. “La battaglia di Santiago” (Cile contro Italia) e, soprattutto, “La guerra di Arica” (URSS contro Jugoslavia) hanno segnato un prima e un dopo nell’uso del cartellino rosso.

La locandina di Cile ’62

Origini della rivalità tra URSS e Jugoslavia

Lo scontro tra i due Paesi e le due nazionali ha chiaramente origini politiche. La mancanza di comprensione, i continui scontri di fede e le rispettive credenze religiose tra i rispettivi leader dei Paesi, Stalin e Tito, avevano generato un fuoco incrociato di dichiarazioni tra le due nazioni.

Anni dopo, nel 1948 per la precisione, dopo il mancato raggiungimento di un accordo, gli Stati dell’Europa dell’Est interruppero ogni tipo di rapporto esistente. Sul piano sportivo, la competizione tra i due Paesi aveva raggiunto il suo apice dopo la finale del Campionato Europeo del 1960, due anni prima. La Jugoslavia era passata in vantaggio, ma l’URSS era riuscita a pareggiare nel secondo tempo, per poi vincere ai tempi supplementari per 2-1.

Dopo quei conflitti politici e sportivi, entrambe le squadre scesero allo stadio Carlos Dittborn nella fase a gironi della Coppa del Mondo in Cile con sete di vendetta.

Il confronto

A pochi minuti dall’inizio della partita, l’attaccante jugoslavo Mujic subì uno di quegli interventi che non si dimenticano facilmente. Il risultato fu un taglio profondo alla caviglia. Ma purtroppo non finì lì. L’attaccante si vendicò e si rese protagonista di un’entrata assassina nei confronti di Eduard Dubinski.

Quell’intervento provocò la rottura di tibia e perone a Dubinski. Il giocatore sovietico fu portato fuori in barella e riusciva a malapena a muoversi. Albert Dusch, direttore di gara, non fischiò neanche fallo.

Fortunatamente, alla nazionale jugoslava non mancarono etica e decenza. I compagni di squadra e lo staff medico della Jugoslavia cacciarono Mujic e lo biasimarono per il comportamento avuto. A seguito di quel’episodio, la federazione radiò l’attaccante dalla nazionale.

Le conseguenze

Il match continuò, come uno di quei cicloni che di solito infestano alcuni stati del Nord America ogni anno, cioè con violenza brutale e senza rispetto delle regole. L’URSS vinse quella partita per 2-0.

A fine partita ci fu un vero e proprio bollettino di guerra. Dubinski si fratturò tibia e perone, a Metreveli furono applicati 12 punti di sutura al sopracciglio mentre Ponedeljnik uscì per una forte contusione alla caviglia. Anche dal lato jugoslavo non mancarono infortuni. Lo stesso Mujic subì un taglio profondo alla caviglia, mentre il suo compagno di squadra Matus si fratturò il setto nasale.

Dubinski tornò a giocare, ma l’infortunio mal curato ne pregiudicò la carriera. Quando aveva 33 anni, gli fu diagnosticato un sarcoma alla gamba, a causa di quell’infezione e della mancata guarigione della ferita. Dopo diverse operazioni per trovare una soluzione e, allo stesso tempo, una cura, finì per perdere la gamba, che gli fu amputata. Dubinski morì l’11 maggio 1969, a soli 34 anni.

Eduard Dubinski portato fuori dal campo

La battaglia di Santiago

«Buon pomeriggio. L’incontro a cui state per assistere è l’esibizione di calcio più stupida, spaventosa, sgradevole e vergognosa, possibilmente, nella storia di questo sport».

Queste le parole proferite da David Coleman, telecronista BBC, in registrata. Cile ’62 è un’edizione dei mondiali famosa più per la Battaglia di Santiago che per la Guerra di Arica, anche se la seconda ha avuto conseguenze più tragiche.

I rapporti tra Italia e Cile erano buoni, almeno fino alla vigilia della partita. Non era certo il Cile sotto la dittatura di Augusto Pinochet. Tra l’altro, il presidente dell’epoca era l’italo-cileno Jorge Alessandri. Il clima si esacerbò a causa delle parole di due inviati italiani, Corrado Pizzinelli de La NazioneAntonio Ghirelli del Corriere della Sera.

Il tabellone con il sorteggio dei gruppi di Cile ’62. Il presidente Jorge Alessandri è il primo da destra

 

Pizzinelli scrisse: «Il Cile sul piano del sottosviluppo deve essere messo alla pari di tanti paesi dell’Asia e dell’Africa, gli abitanti di quei continenti sono dei non progrediti, questi sono dei regrediti», e in precedenza ha già scritto per Il Resto del Carlino che Santiago era «il simbolo triste di uno dei paesi sottosviluppati del mondo e afflitto da tutti i mali possibili: denutrizione, prostituzione, analfabetismo, alcolismo, miseria… Sotto questi aspetti il Cile è terribile e Santiago ne è la sua espressione più dolente, tanto dolente che perde in sé le sue caratteristiche di città anonima… Interi quartieri della città praticano la prostituzione all’aria aperta».

Ghirelli invece criticò la scelta della FIFA di assegnare i mondiali al Cile: «Un campionato del mondo a tredicimila chilometri di distanza è pura follia. Il Cile è piccolo, è povero, è fiero: ha accettato di organizzare questa edizione della Coppa Rimet, come Mussolini accettò di mandare la nostra aviazione a bombardare Londra. La capitale dispone di settecento posti letto. Il telefono non funziona. I tassì sono rari come i mariti fedeli».

L’arbitro prescelto fu l’inglese Ken Aston, che aveva spudoratamente favorito i cileni nel match contro la Svizzera. Dopo pochi minuti venne espulso l’italiano Ferrini per aver reagito a un intervento criminale del cileno Landa. Eppure Gianni Brera si scagliò contro l’azzurro: «sciocco, sicuramente drogato oltre il lecito (…) esce piangendo: insisto, in anormali condizioni psichiche. Anzi psicoaminiche»

Nel parapiglia che ne seguì, il cileno Leonel Sánchez colpì l’azzurro Humberto Maschio, fratturandogli il naso. Non essendo previste sostituzioni, il calciatore della nazionale italiana fu costretto a giocare tutta la partita in queste condizioni.

Gli azzurri circondano l’arbitro Ashton dopo l’espulsione nei confronti di Mario David

 

Ferrini, imbufalito per l’ingiustizia, si rifiutò di uscire dal campo e dovettero intervenire i Carabineros de Chile. Dopo un intervento sulla palla dell’azzurro Mario David, il Leonel Sánchez reagì colpendolo con un pugno. Guarda caso, anche questa volta, l’arbitro Ashton era di spalle e non sanzionò l’irregolarità. David reagì poco dopo e fu espulso e portato via dai Carabineros, che intervennero altre tre volte.

Un’Italia menomata e defraudata, perse quindi 2-0 e a nulla valse la vittoria per 3-0 contro la Svizzera nell’ultimo incontro. Il direttore di gara Ashton finì nell’occhio del ciclone per un arbitraggio a senso unico. Molti tifosi si assieparono inferociti davanti al consolato cileno a Milano, dove fu necessario un maggiore presidio di polizia per evitare rappresaglie. 

Cile ’62 è decisamente il Mondiale più violento di sempre e, in un contesto di questo tipo, dove anni dopo un calciatore sarebbe morto per le conseguenze di un intervento criminale, l’operato di due arbitri inetti ha avuto un ruolo preponderante.

 

 

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