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Oggi sarebbero 103 le candeline spente da Valentino Mazzola. Grande capitano nonché giocatore leggendario, ecco la sua storia.

Quando nel 1532 Niccolò Machiavelli scrive “Il Principe” per lui è esemplare la figura di Cesare Borgia, detto “Il Valentino”, considerato un esempio di governatore emblematico. Figura spietata quella del Borgia, che ha cercato di conquistare l’Italia ma, per una serie di sfortunati eventi, non ha avuto successo. Ma siccome qui si parla pur sempre di calcio, allora oggi, 26 gennaio, è bene ricordare non il principe dei principi, ma il Capitano dei capitani; di chi “Valentino” lo aveva come nome, non come epiteto; non il più spietato, ma il più grande, colui che l’Italia l’ha conquistata per davvero, con un pallone e 10 compagni. Colui che solo il cielo riuscì a vincere: Valentino Mazzola.

Per Aspera Ad Astra– Nato nel milanese, più precisamente a Cassano D’Adda, nel 1919. La storia di colui che è forse il più grande italiano di sempre parte dal basso. A 10 anni lascia la scuola di avviamento professionale dopo un solo anno di studi. Infatti la crisi dovuta alla Grande Depressione del ’29 ha quasi azzerato i soldi nelle tasche dei Mazzola, già impoveriti dalla morte del padre proprio quell’anno. Si mette a lavorare per conto di un fornaio, temprando fin da subito il carattere con il lavoro. Sulla via di casa è solito calciare qualunque cosa trovi, spesso lattine di latta, ed è per questo che viene soprannominato “Tulen”

Senza paura– Ma oltre al lavoro e il simpatico nomignolo, c’è un gesto che più di tutti lascia comprendere l’animo gentile e l’attitudine futura da capitano. Quando ancora ha 10 anni vede un bambino di 6 anni che sta annegando nell’Adda. Valentino non ci pensa due volte e si tuffa per salvare il ragazzino. Il bambino si chiama Andrea Bonomi e per un decennio difenderà i colori del Milan.

Tresoldi– Notato per le strade e i campetti della sua città, a 14 anni divide il lavoro con la squadra locale: il Tresoldi. Nella stagione ‘37-’38 entra nel giro della prima squadra, percependo 10 lire a settimana. Proprio dopo quella stagione gli arrivano due offerte. La prima riguarda il Milan, che gli avrebbe garantito un posto in Serie A. La seconda è con l’Alfa Romeo, con cui avrebbe giocato in Serie C, oltre alla possibilità di lavorare in fabbrica. Scelse la seconda perché, parole sue, “È stato molto meglio aver scelto l’Alfa Romeo; se fossi andato al Milan avrei percepito lo stipendio, allora assai notevole, di 100 lire mensili e non avrei lavorato. Meglio assai lavorare: con l’ozio c’era il pericolo di rovinare la mia passione, veramente sana, per il calcio e per la mia carriera”. Quell’anno il bottino è incredibile: 30 reti in altrettante partite. 

Guerra e Venezia– Ma il ‘39 non rappresenta soltanto la fine della prima stagione alla Tresoldi, ma anche lo scoppio della seconda guerra mondiale. Mazzola presta servizio alla marina militare di Venezia, mettendosi in mostra in diverse gare della squadra del Commando della Marina. Qui viene notato dal Venezia, all’epoca in Serie A, che gli dà la possibilità di un provino. A tal provino Valentino si presenta senza scarpe, lasciate apposta a casa per evitare di rovinarle. Nonostante i piedi nudi stupisce tutti: di norma schierato come punta, ha delle abilità difensive e di impostazione uniche. Un attaccante, un centrocampista e persino un difensore; Mazzola, pur non essendo ancora al pieno delle capacità come in futuro, è già il prototipo di giocatore totale prima ancora che Michels e Cruyff teorizzino il Calcio Totale.

Coppa Italia– Dal Venezia viene ufficialmente ingaggiato nel gennaio del ‘40, e se la prima stagione mette a segno poche presenze, nella seconda esplode. Usato come centrattacco per sostituire Pernigo, nella seguente parte di stagione il tecnico Rebuffo lo sposta come interno sinistro. È qui che nasce quel Mazzola che presto tutti acclameranno come tuttocampista. Rivelazione del torneo in un campionato senza troppe emozioni, il suo Venezia, dopo il 12esimo posto in classifica, concentra le forze per la fase finale della Coppa Italia. Sotto per 3-0 a Roma, nella gara di andata contro i Giallorossi, è Mazzola a segnare il primo gol che porterà il match sul 3-4 finale. Un’azione personale la sua, dove scarta due avversari e pure il portiere Masetti prima di siglare la prima rete veneziana. Tutt’ora quella Coppa Italia, targata Mazzola, resta l’unico grande trofeo vinto dai Lagunari.

Nuova vita– In Veneto Valentino trascorre un’altra stagione, dove ottiene un terzo posto in campionato che ancora oggi è il miglior piazzamento, di sempre, in Serie A del Venezia. Soltanto questo basterebbe a descrivere la grandezza di un Mazzola che a soli 23 anni è il trascinatore e protagonista di un’incredibile realtà, che ha trasformato da modesta a rinomata. Ma nell’estate del ‘42 il presidente granata Ferruccio Novo acquista, con il cosiddetto “colpo del milione” per via della cifra spropositata, Mazzola e Loik dal Venezia. Il Toro fino a quel momento aveva vinto solo uno scudetto, e nella stagione 41’-42’ era arrivato secondo. C’è voglia di vincere e i due sono il colpo perfetto. 

Ed è subito scudetto– Con una squadra composta già dal bomber Gabetto, dal veloce esterno Ferraris, da capitan Ferrini e da tanti altri campioni, il nuovo duo Mazzola-Loik serve a dare altra qualità a una squadra già in lotta per lo scudetto. I due, 10 e 8, sono un duo complementare: adattabili in ogni ruolo, creano ben presto una sintonia unica, che unita alla grande dote di sacrificio rende il centrocampo granata, a cui si aggiunge Grezar, uno dei più tosti da affrontare. E così il primo anno è subito scudetto e Coppa Italia, dove, neanche a dirlo, Valentino si rivela uno dei migliori della rosa. Dopo 15 anni dall’ultimo titolo il Toro torna a vincere lo scudetto, e lo fa con un bis campionato-coppia che mai prima nessuno aveva fatto. 

“Era un traccagno di piccola statura e tuttavia così dotato atleticamente da strabiliare. Scattava da velocista, correva da fondista, tirava con i due piedi come uno specialista del gol, staccava e incornava con mosse da grande acrobata, recuperava in difesa, impostava l’attacco e vi rientrava spesso per concludere. Era insieme regista e match-winner”

-Gianni Brera

Tempi di guerra– La carriera del 10 del Toro si scontra però con la dura realtà della guerra, specie nella stagione 43’-44’, con il Campionato Alta Italia, vinto dallo Spezia. Nel primo anno di Valentino con la fascia da capitano, la Repubblica di Salò crea un torneo tra formazioni del nord Italia. I Granata sono la migliore formazione e superano facilmente le prime due fasi a gironi, quella regionale ed interregionale. La fase finale vede Torino, Venezia e i vigili del fuoco di La Spezia affrontarsi in un triangolare. Ma sono la prima e l’ultima le due squadre che si contendono il titolo. Solo che il giorno prima del match tra Torino e Spezia gli uomini di Mazzola vengono chiamati dalla FIGC per disputare una partita di beneficenza a Trieste, a favore dei senzatetto. Tornati stremati dalla partita, la sconfitta per 2-1 contro lo Spezia rende i liguri campioni dell’Italia del nord; il torneo però non è mai stato riconosciuto dall’associazione italiana calcio, mantenendo il Toro ancora il detentore del titolo italiano.

“Mazzola, dopo diversi anni in primo piano, è apparso in questa stagione il numero uno, l’instancabile motore della squadra, nelle partite facili come in quelle difficili. Sistema o non sistema. Ha fatto sempre tutto il suo lavoro e in più si è regolarmente prodigato per prestare man forte ai compagni, in difesa, nella mediana, all’attacco.È l’uomo che gioca con lo stesso impegno dal primo al 90′ di ogni partita, che si ribella alla sconfitta, che cerca ed ottiene il successo con tiri improvvisi ed esattissimi. È il giocatore più utile e redditizio”

— Luigi Cavallero, giornalista de La Stampa, luglio 1944

Squilla la tromba– Dopo un anno senza tornei ufficiali e solo con partite benefiche, il Torino riparte nell’annata ‘45-’46 per continuare il filotto di vittorie. Potendo contare sul miglior attacco e la miglior difesa gli uomini del presidente Novo vincono ancora lo scudetto. Qui si assiste però alla nascita del Quarto d’ora Granata. La partita è un Torino-Roma del 28 aprile 1946. Con il risultato sull’1-0, un tifosissimo del Toro, tale Oreste Bolmida, fa partire tre squilli di tromba. Quello è il segnale. I Granata si rimboccano le maniche, Valentino più di tutti, e in pochi minuti segnano altre sei reti. Questa scena si ripeterà più volte da quel momento.

Anni magici– Il meglio per Mazzola, però, doveva ancora arrivare. Confermatosi capocannoniere nella stagione ‘46-’47 con 29 reti, quell’anno fissa anche il record di tripletta più veloce nella storia della Serie A. In un Torino-Vicenza 6-0 segna infatti al 29’, al 30’ e al 31’. Goleador, regista e pure difensore, come in un Livorno-Torino dove gioca terzino; si può dire che questi sono i veri anni del 10 totale, quel 10 così completo e allo stesso tempo spettacolare e forte, che nessun italiano ha mai più raggiunto tale livello di perfezione. Poco conta, forse, se poi c’è anche stato un quasi passaggio all’Inter, mai conclusosi. Il capitano, o meglio, il Capitano dei capitani, è rimasto a Torino, stante un aumento dell’ingaggio, per conquistare ancora una volta l’Italia.

<<Si giocava un derby, ero centravanti, segnavo molto. Segnai anche quella volta: o meglio, fui certo di aver segnato, perché battei in rete a colpo sicuro. Alzai le braccia al cielo, le abbassai, me le misi nei capelli. Sulla linea era sorto, materializzandosi dal nulla, Valentino Mazzola, aveva fermato il mio tiro, aveva stoppato il pallone. Tornai verso il centro del campo con la testa china, ero deluso, quasi disperato. Avevo fatto pochi passi, ricordo, avevo appena superato il limite dell’area di rigore granata, quando alzai gli occhi, come avvertito da un boato progressivo che invadeva il campo. Mazzola si era già materializzato là, vicino alla mia porta, e segnava>>

-G. Boniperti, in occasione di Torino-Juventus 2-1 del ‘48.

Portogallo– Mazzola però era anche amico di Francisco Ferreira, conosciuto dopo un Italia-Portogallo. Il portoghese invita Valentino e il Torino a Lisbona, per una partita in suo onore. I Granata, forti di un titolo quasi matematicamente in tasca, accettano e il primo maggio del ‘49 partono per la terra portoghese. Due giorni dopo si gioca, e a nulla importa se il Benfica vince 4-3, importa di più il grande spettacolo messo in mostra. I giocatori tornano dalla trasferta il giorno dopo, il 4 maggio del 1949. 

Superga– La visibilità è scarsissima, appena 40 metri causa nubi basse, e in più raffiche di vento che destabilizzano quota e rotta dell’aereo. Ci si mette pure l’altimetro, bloccato sui 2000 metri quando in realtà l’aereo vola a 600 metri. Il pilota, tale Pierluigi Meroni, in prossimità dell’aeroporto crede di avere la Basilica di Superga alla propria destra, ma non sa che sta per schiantarsi contro essa. Vede l’edificio ad appena 40 metri di distanza, ma non ha tempo di fare nulla, avendo il mezzo una velocità di 180 km/h. L’impatto non lascia scampo a nessuno: delle 31 persone a bordo nessuna si salva. Tra di esse c’è ovviamente Valentino.

Per sempre– Valentino Mazzola è il Capitano dei capitani, capace di guidare una squadra che solo il fato ha saputo vincere. Se ne andò così quel Principe perfetto di Machiavelli, capace di vincere l’Italia non con le armi, ma con un pallone e 10 compagni. A differenza del Borgia però lui ci riuscì davvero, e lo ha fatto come mai nessuno ci riuscirà. Un giocatore da tuttocampo, con polmoni che gli permettevano di correre a mille per oltre 90 minuti; un ambidestrismo che lo resero letale, oltre a una potenza nel tiro inimmaginabile; una sapiente tecnica e agilità, tipico di chi affascina col suo grazioso dribbling; una difesa tempestiva e precisa. Perché Mazzola era terminale offensivo e ultimo baluardo del suo Toro. E ora ci guarda da lassù, con le maniche rimboccate, pronto per un altro Quarto d’ora Granata al solo prossimo squillo di tromba. 

O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è terminato;

[…]

ma o cuore! cuore! cuore!

o gocce rosse di sangue,

là per terra dove giace il mio Capitano,

caduto, gelido, morto.

-Da “O Capitano! mio Capitano!” di Whitman.