Carissimo Avvocato, esordisco confessando la mia avversione alle lettere.
Scrivere a questo o a quel bellimbusto con le tasche piene di euro, che attira l’attenzione dei media una volta all’anno in concomitanza della gara con la Juventus, pronto ad esercitarsi in corbellerie a buon mercato, mi sembra una colpevole perdita di tempo.


A Lei invece scrivo con piacere. E con tanto tanto rispetto. Sia chiaro, senza una goccia di servilismo, perchè se avessi mai potuto incontrarLa “vis a vis”, sono sicuro che ci saremmo guardati negli occhi e ne avremmo sorriso, tutti e due. Come quella volta che a momenti la Sua Croma stava per tamponarmi. Lei andava di fretta, ma una constatazione con l’Avvocato val bene un’ammaccatura.


Stamane mi sono alzato e guardando il calendario recitare il 12 di marzo, mi è venuto in mente Lei. Non però nelle giornate trionfali al box della Ferrari, con “castoro” Lauda intento a spiegarLe come funziona un motore, a Lei che li produceva; nemmeno con la risata infantile che emanava ad un gol di John Hansen, in tribuna al Comunale; ma nella camera ardente al Lingotto. Il Suo profondamente amato, Lingotto.


Sono convinto che la grandezza di un uomo si rapporti al numero delle persone che hanno il coraggio di presentarsi ad omaggiarlo da morto. Se allora davanti al suo feretro si è presentata la città di Torino al completo per 2 giorni di fila, in coda ordinata, come noi torinesi, composta, come noi torinesi, silenziosa, come noi torinesi, riconoscente, come noi torinesi, comunisti e democristiani, atei e credenti, juventini e granata, dirigenti e “baracchini”, come solo noi torinesi, è segno che in quella camera ardente c’era un grande uomo, che dico, mi scusi Avvocato, c’era il più grande.


C’era colui che ha preso su di sè le sorti di una squadra in crisi di identità, di fronte ai dirimpettai cosiddetti “Grandi” e colpiti dalla sfortuna più atroce, facendo sì che il Paese credesse nei sogni, tra una ricostruzione e l’altra. Colui che non si è ritenuto “unto da Dio” per fortuiti natali, ma che ha lavorato su se stesso, si è imposto orari di lavoro massacranti, voli intercontinentali in tempi di aeronautica non iper tecnologica; colui che per primo ha pensato all’ammodernamento delle strade e dei trasporti, in una regione ancora piena di mulattiere. C’era colui che ha utilizzato la fabbrica per concretizzare il desiderio del D’Azeglio, di vedere fatti gli italiani. Tutto in una città, la Sua, la nostra, laboratorio infinito per volontà divina.


Lassù, vicino alla pinacoteca personale, si è radunata la folla degli emigrati con le valigie di cartone, sigillate col cordino, sputati fuori dai treni a Porta Nuova. Erano là con le mogli consunte, con i figli dall’accento di Borgo San Paolo o di Barriera di Milano e con i nipoti che guardano in cagnesco i pari età provenienti dal Maghreb. C’era il sindacato, quello che Lei ha voluto attivo nella Fabbrica Italiana Automobili Torino, come amava chiamare la Sua creatura, bandendo orribili acronimi. Perchè se un uomo è grande, lo è anche per i suoi avversari, soprattutto per loro.


C’erano i Suoi ragazzi, generazioni di ragazzi, in maglia a righe. Arrivavano da tutte le parti del mondo, per l’ultimo saluto ad un padre affettuoso e giusto, che li ha osannati e difesi, eppure criticati e punti nell’orgoglio: dal Coniglio Bagnato a Pinturicchio, dal Bello di notte a Mobilia, dalla Cosa più bella che Viareggio ha dato dopo Stefania Sandrelli al Trap condannato alla sveglia telefonica in piena notte. Tutti, perchè le righe erano la Sua passione, famiglia, orgoglio, come per ognuno di noi. A Villar Perosa, caro Avvocato, c’era la Mecca per i ragazzi e per noi: un paese della val Chisone, chi lo avrebbe creduto, luogo di pellegrinaggio di uomini di ogni razza e condizione. Un paradosso divenuto realtà, come solo i grandi sanno fare.

In coda mi ha sfiorato l’istinto di pensare che veniva a mancare il baluardo dietro cui sentirsi protetti. Si era chiamati in qualche modo ad inventarci un futuro diverso da quello immaginato con Lei presente. A Torino siamo svezzati alle “prime volte”, ce lo abbiamo nel DNA e ce l’abbiamo fatta (forse!) anche stavolta, con la Sua (è il caso di dire!) supervisione. Torino non costruisce più auto, ma percorsi turistici e sa, Avvocato perchè? Perchè questa città ha sfruttato in pieno l’ultima delle opportunità che Lei ha regalato: le Olimpiadi Invernali. Fino alla fine, Avvocato, come un atto di amore che non ha traguardi, come cantano i Suoi figli ultras.


Dal Paradiso avrà visto che ce l’abbiamo fatta anche nel calcio. Nonostante l’invidia, la cattiveria, la prosopopea dei mediocri. Pagando a caro prezzo, ricostruendo dalle macerie, risalendo con fatica, ricordandoci del motto juventino più antico: “la vittoria del forte che ha fede”. Con l’orgoglio di appartenere alla gente che era in coda con un motivo in più, quello che ci faceva girare lo sguardo alla domenica verso la tribuna, alla poltrona con un bastone appoggiato.


La ringrazio, Avvocato, se ha voluto dedicare un pezzetto della Sua eternità a leggere queste povere parole. E’ tutto ciò che la data di oggi mi ha suggerito, messe giù come venivano, senza correggerle, da “falabrac”, son fatto così. Le chiedo però un piccolo favore. Tra le nuvolette che Lei frequenta, c’è anche mio papà, juventino come Lei e come me. La prego, me lo può salutare? Sa, Avvocato, è stato Suo dipendente, 30 anni di Ferriere, se l’è sudato, il pane! Ha il Suo stesso nome di battesimo, lo chiami, vedrà che risponde.

Marco Edoardo Sanfelici

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