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Il 02/09/2005 Urbano Cairo diventava Presidente del Torino rilevandolo dalla cordata Merengo/Giovannone a seguito del fallimento del Torino di Francesco Cimminelli. Una trattativa lampo quella condotta dall’editore alessandrino che grazie alla mediazione dell’allora sindaco di Torino Sergio Chiamparino ed alla spinta di una tifoseria devastata da un fallimento dolorosissimo lo portarono ad acquistare il club praticamente a costo 0. Erano decisamente altri tempi con Cairo idolatrato dai tifosi (soprannominato addirittura Papa Urbano) e un entusiasmo dilagante da tempo sopito dopo le ‘reggenze’ Calleri, Vidulich e Cimminelli. E la partenza fu decisamente incoraggiante con Cairo che affidò la conduzione tecnica a Gianni De Biasi facendo in una settimana un mercato scoppiettante con gli arrivi di Stellone, Rosina, Fantini, Muzzi, Nicola, Taibi e conquistando una promozione pazzesca dopo una cavalcata incredibile nello spareggio al cardiopalma vinto col Mantova.

Da lì Urbano Cairo ha pagato le sue manie di onnipotenza, la sua presunzione di pensare che il calcio fosse una scienza esatta, di accentrare tutto compiendo una serie di errori marchiani reiterati nel tempo. Non ha mai voluto delegare la gestione societaria ad un Amministratore delegato o un Direttore Generale di livello e non ha mai concesso ai numerosi Direttori sportivi che si sono succeduti libertà di movimento e di azione. Questo ha portato a 16 anni di rivoluzioni, esoneri, dietrofront, illusioni, e mancata programmazione con 4 stagioni vissute in Serie B, 15 allenatori e 8 Ds cambiati, due settimi posti nel 2014 e 2019 come migliori piazzamenti, senza investimenti nello stadio di proprietà, nelle infrastrutture (Fila in affitto senza ancora la sede, il Museo, la sala mensa e relax, il centro sportivo Robaldo al centro di una telenovela che ha dell’incredibile) e senza aver mai avuto la volontà di costruire un Toro vincente, di investire pesantemente nel vivaio e in una struttura societaria forte, solida.

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