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Victor Osimhen rappresenta indubbiamente il presente del Napoli, non solo per i gol. Tuttavia, il suo stile di gioco, così difficilmente assimilabile ad altri centravanti contemporanei, lascia immaginare che il nigeriano possa davvero diventare nel prossimo futuro un calciatore iconico.

Alla stregua di Erling Haaland e Kylian Mbappé. Pur non sprizzando potenza da ogni fibra muscolare, come il norvegese. Oppure privo di quella raffinata eleganza nelle movenza, che contraddistingue invece il francese.

Eppure, un anno fa, la percezione che si aveva di Osimhen non lasciava certamente immaginare quanto potesse essere impattante l’attaccante sul gioco della squadra partenopea.

Probabilmente, l’iniziale rendimento a singhiozzo, causato dall’infortunio patito con la sua Nazionale e poi dal Covid contratto con una certa superficialità, dopo il rientro in Nigeria, condito da annessi festeggiamenti, hanno rappresentato un momento di rottura con tutto l’ambiente.

Inutile alzare la linea con Osimhen

Il fatto è che l’ex Lille rappresenta lo specchio fedele di quanto possa essere decisivo un singolo giocatore, a prescindere dalla capacità di saper segnare. Perché finora ha palesato una indiscutibile abilità nel fare gol.

Ma anche l’attitudine a creare spazi, per i compagni prima ancora che per sé stesso. Letteralmente inarrestabile in campo aperto. Un senso di immarcabilità, che si riflette nelle scelte difensive con cui si cerca di disinnescarne la verticalità.  

Ormai è innegabile: il piano-gara predisposto dagli allenatori che affrontano il Napoli si orienta al tentativo di annullare il gioco in profondità di Osimhen. Quindi, arretrare notevolmente il baricentro, togliendogli campo da attaccare.

Comunque, se appare evidente il rischio connesso al cospetto del nigeriano di alzare la linea difensiva, al contempo risulta vano mettere la contesa esclusivamente sul piano fisico. Poiché ogni tentativo di marcarlo a uomo, cercando di anticiparne la ricezione, è reso vano dalla vena associativa del centravanti partenopeo.

Bravo nelle sponde, oltre che a fare a sportellate. Soprattutto quando i compagni fatto fatica a risalire il campo, costruendo dal basso in maniera pulita e ordinata, lo cercano con lanci lunghi.

Senza dimenticare la perizia quando aggredisce famelico il possessore, sia esso l’estremo difensore o i centrali, convertendo in occasioni da gol situazioni apparentemente innocue. Una caratteristica che rende la sua felina rapacità praticamente ingestibile per qualsiasi avversario.  

Talvolta rivedibile, eppure efficacissimo

Insomma, Osimhen è il prototipo del centravanti moderno, che fa salire la squadra. Dunque tatticamente essenziale per sviluppare un certo tipo di calcio che piace a Luciano Spalletti.

Del resto, l’allenatore toscano proverbialmente tende a fare calcio attraverso diverse soluzioni, alternando i sistemi di gioco, a seconda dell’atteggiamento assunto in campo dalla controparte.

Una precisa identità strategica, funzionale a esplorare giocate sul breve – il classico possesso palla – con l’anima verticale del nigeriano.

In definitiva, almeno apparentemente, la scelta di puntare su Osimhen sembra finalmente stia producendo i frutti sperati dalla società.

Nondimeno, affinchè possa continuare a crescere, sarà necessario innanzitutto continuare sulla strada tracciata in questo scorcio di stagione.

Guardando a più ampio raggio, per dilatare a medio/lungo termine la sensazione che Osimhen sia veramente un brand riconoscibile a qualsiasi latitudine, occorre che consolidi alcune competenze.

Specialmente sul versante tecnico e della precisione ha da aggiungere ancora qualcosina. Talvolta eccede in generosità, sprecando energie in lunghi scatti a caccia della palla.

Ma se depura il gioco da inutili movimenti sgraziati, diventando stiloso, oltre che efficacissimo negli ultimi sedici metri, allora sì che si impossesserà del suo destino da Top Player.