Fabio Caressa non risparmia critiche verso l’inno di Allevi che accompagna l’entrata in campo delle squadre di Serie A, un abbozzo di imitazione mal riuscita di quello della Champions. Il celebre telecronista di Sky non usa mezzi termini ma giustifica l’autore:

“Conosco Allevi, mia moglie l’ha anche intervistato ed è una persona squisita: probabilmente se l’inno della Serie A, “O generosa”, fosse un opera da sentire in un concerto, sarebbe meraviglioso. Con il calcio e lo stadio però non c’entra assolutamente nulla. Lo stadio è dei tifosi, degli inni delle squadre, delle sciarpate dei cori che hanno una ritualità. Se loro non lo digeriscono perché continuare con una cosa assolutamente inutile?”

Il paragone con l’inno della Champions è veramente impietoso e il “Vate” mette il carico da undici:

“L’inno, perché di questo si tratta e non di un motivetto, della Champions è un’altra cosa: prende spunto dall’Inno alla Gioia ed è amato perché è un traguardo, è il coronamento del sogno di un tifoso che vede la sua squadra che si appresta a giocare la massima competizione europea dopo essersela conquistata sul campo. L’inno della Champions simboleggia un traguardo che viene urlato alla fine con quel “The Champions!” gridato da tutto lo stadio. L’inno della Serie A non significa nulla, è una forzatura fallita e tenuta in piedi senza motivo”

L’invettiva aumenta se paragonato agli inni nazionali:

“Mi sono spesso commosso ascoltando inni “a cappella” di un intero stadio, spontanei e per questo bellissimi… la Marsigliese, God Save the Queen, il nostro inno che è bellissimo. Ripeto: ci hanno provato, hanno fallito, lo togliessero. A me da così fastidio che in sede di telecronaca ci parlo sopra.”

Fischiato in gran parte degli stadi della Serie A, “O generosa” non ha fatto minimamente breccia nel cuore del pubblico. Le ultime polemiche con la Roma che vuole il suo inno prima del fischio di inizio ed è costretta a pagare una sanzione, hanno fatto salire agli onori della cronaca la rigidità quasi ottusa della Lega, rigorosa nel voler difendere la sacralità di un motivo del quale, sinceramente, fatichiamo a capire il significato.