Luciano Spalletti arriva a Napoli con aspettative altissime, nonostante qualche scettico in servizio permanente effettivo abbia già fatto sentire la sua voce fuori dal coro. Magari influenzato dalle ultime, amarissime, esperienze professionali del tecnico toscano, con Roma e Inter.

Dove, probabilmente, l’uomo di Certaldo, coinvolto emotivamente, ha pagato l’illusione di poter proporre un calcio anni luce lontano dalla mentalità radicata in casa giallorossa e nerazzurra.

La prima, ancorata alla figura di Francesco Totti, iconica bandiera, giunta nella fase calante della sua sontuosa carriera. Eppure, nient’affatto intenzionata a farsi ammainare.

La seconda, funestata dalla rivoluzione organizzativa, portata avanti senza guardare in faccia a nessuno, dal nuovo amministratore delegato, Beppe Marotta

Spalletti, conservatore con idee alternative

Nonostante i suonatori di violino le stiano tentando tutte, tirando Spalletti per la giacchetta, con la chiara intenzione di accreditarsi nei suoi confronti, manco fossero interlocutori privilegiati, l’impressione è che Lucianone, pur non essendo un profondo conoscitore delle dinamiche che albergano all’interno della piazza partenopea, sappia già dove e come intervenire.

D’altronde, l’urgenza di ottenere immediatamente risultati in grado di calmierare le altissime aspettative dell’ambiente napoletano potrebbe destabilizzare qualsiasi progetto a media-lunga scadenza.

Per questo motivo, ADL ha deciso di mettere sotto contratto una risorsa dalla spiccata abilità nell’affrontare gatte da pelare non indifferenti.

Il nuovo allenatore sicuramente non vorrà stravolgere il Napoli. Anzi, continuerà a lavorare sulla base di una precisa identità tecnico-tattica, già abbondantemente radicata in questa squadra. Mettendoci un pò del suo.

Cioè, ossessione per il lavoro sul campo, ai limiti del maniacale. E organizzazione di gioco. Però, con la possibilità di svilupparlo e interpretarlo liberamente.

A prima vista, una contraddizione in termini. Un vero equivoco, calcisticamente parlando. Poiché frutto di un pregiudizio sorto in seno alla critica. Quella dicotomia tutta italiana che contrappone i giochisti ai risultatisti. Due neologismi che ideologicamente dividono gli esteti dal pallone dai pragmatici, ancorati al risultato prima di ogni altra cosa.

Aspettative superiori per il “nuovo” Napoli

Nondimeno, la mission di Spalletti è comunque quella di dare alla squadra una fisionomia ben determinata. Ovvero, giocare sempre alla stessa maniera, producendo calcio in virtù di principi offensivi e difensivi costantemente riconoscibili.   

Questo modo di pensare è tipico di un allenatore idealista come Luciano. Titolare di una fortissima capacità di provocare, funzionale a generare un superiore livello di aspettativa. Innanzitutto, nel gruppo. E dopo nei tifosi e tra gli addetti ai lavori. Tutt’altro che teneri quando si tratta di puntare il dito ed emettere una sentenza inoppugnabile.

Pertanto, l’obiettivo del Napoli resta quello di essere padrone del gioco, palesando in partita il lavoro settimanale sviluppato in allenamento.

Privilegiando l’universalità in luogo della specializzazione precoce. Sostanzialmente, dunque, bisognerà convincere i giocatori azzurri, quelli in rosa piuttosto che gli acquisti potenziali, che potranno dare una grossa mano al progetto, nonché migliorare sé stessi, soltanto seguendo le idee del tecnico toscano.

Poter giocare, occupando, diverse zone di campo. Svolgere funzioni differenti da quelle strettamente connesse al concetto statico di ruolo.

Insomma, all’orizzonte si profila un laboratorio creativo zeppo di idee tattiche. Nonostante qualcuno si ostini a raccontare il contrario…

Francesco Infranca