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Da Sarri ad Ancelotti, quanti cambiamenti per Lorenzinho

La posizione in campo di Lorenzo Insigne, da quando sulla panchina del Napoli s’è accomodato Carlo Ancelotti, ha subito una profonda trasformazione. Il passaggio dal 4-3-3 al 4-4-2 ha certificato la necessità di calibrare uomini e atteggiamenti tattici, secondo le esigenze del nuovo allenatore. Così, dopo la GrandeBellezza della stagione scorsa, durante la quale il sistema di gioco di Maurizio Sarri ne ha esaltato le caratteristiche e l’ego da Top Player, con l’arrivo del tecnico di Reggiolo, Lorenzinho è stato impiegato principalmente come seconda punta. Assai più vicino alla porta avversaria, per supportare chi, tra Mertens o Milik, venga schierato nel ruolo “classico” di centravanti. Addirittura, in alcune circostanze, quando cioè il Napoli ha utilizzato la coppia tascabile, lo stesso Insigne ha fatto da terminale offensivo della manovra, in coppia con “Ciro”. Chiaramente, dando una interpretazione al ruolo assai mobile, che prevedeva comunque un continuo scambio di posizione tra i due giocatori schierati in attacco. Fermo restando la scelta di un sistema di gioco dal sapore marcatamente “tradizionalista” (4-4-2) voluta da Ancelotti, è indubbio che la disposizione tattica del Napoli vari in base al terminale scelto per interagire assieme ad Insigne. Con Mertens, gli azzurri appaiono sicuramente più convincenti in termini di controllo del possesso. Certamente, una situazione complicata da gestire per le difese avversarie, a causa dell’abbondante qualità al momento della rifinitura, sia sul breve che nello stretto, tali da favorire le rapide ripartenze ed il cd. “contropiede primario”. Magari l’assetto con Milik garantisce minore fluidità. Al contempo, consente alla squadra di avere una maggiore verticalità, ricorrendo più spesso al gioco lungo ed ai cross, nonché profondità nello sviluppo della fase offensiva, per la presenza di un giocatore capace di saturare fisicamente gli ultimi venti metri.

Non numeri, ma movimenti da interpretare

A fare la differenza, nel Napoli attuale, non è la formula numerica con la quale Ancelotti schiera gli azzurri in campo, bensì l’interpretazione della partita. Così, la squadra traduce concretamente gli input del tecnico, adattando il proprio comportamento in funzione di quello tenuto dagli avversari nelle due fasi. Difensivamente, prova a saturare gli spazi, in ampiezza e profondità, attraverso tre linee di copertura ben definite. Offensivamente, invece, produce gioco facendo girare la palla, con ritmo e velocità nell’esecuzione nei passaggi, cercando di sviluppare la manovra in fascia con continui cambi di campo, tali da favorire le catene laterali. Specialmente contro quegli avverarsi che si difendono in maniera compatta, portati a riempire la mediana con tre uomini, per avere la superiorità numerica contro i due soli centrocampisti napoletani. E’ proprio in questi due momenti che deve essere analizzato il diverso modo di approcciarsi alla gara di Lorenzo Insigne, per comprendere appieno quanto risulti comunque determinato il suo contributo, pur essendo meno appariscente rispetto alla precedente gestione tecnica. Ma vediamoli, nello specifico, tutti questi movimenti…

Punta “vera” e non semplice esterno d’attacco

Sarri pretendeva da Insigne, schierato esterno “alto” nel 4-3-3, due tipi di movimento. Entrare dentro il campo, quando il pallone stazionava sul centro-destra. Il tal modo, il folletto di Frattamaggiore si accentrava e veniva a giocare tra le linee, alle spalle della mediana avversaria. Oppure, dare ampiezza alla manovra offensiva, mettendo praticamente i piedi sulla linea. In pratica, doveva creare superiorità numerica sulla sinistra, puntando e saltando l’uomo in situazione di uno contro uno, per scaricare poi centralmente su Mertens, che veniva incontro per cucire il gioco, favorendo la ricerca del terzo uomo, in fascia oppure nello spazio centrale, attraverso la classica combinazione “sarrista”: palla avanti-palla dietro-palla imbucata dentro. Nella squadra disegnata da Ancelotti, invece, Insigne agisce come una vera e propria seconda punta. Quando gioca con Mertens, è evidente quanto i due “piccoletti” cerchino ossessivamente di dialogare nello stretto. Nel momento in cui l’ipotetico cono di luce della porta viene occupato da Milik, abile nel saturare fisicamente lo spazio centrale, Lorenzo lavora praticamente sugli “scarichi” del centravanti polacco.

Quanti sacrifici, senza palla

In ultima istanza, non bisogna assolutamente trascurare il lavoro oscuro in fase difensiva di Insigne. Nel Napoli attuale, Lorenzinho sta fornendo un sorprendente contributo senza palla. Ancelotti, infatti, chiede ad una delle due punte di sacrificarsi costantemente sul costruttore avversario. Quando l’altra squadra comincia l’azione dal basso, la prima pressione al portatore di palla è portata proprio dal folletto di Frattamaggiore, che non si risparmia corse e chilometri in più per il bene della squadra. Non a caso, per esempio, nello scontro diretto con l’Inter, la schermatura di Brozovic ha – de facto – estromesso dal gioco la mente pensante di Spalletti. E’ chiaro che un lavoro tattico così sfiancante produce una conseguenza in negativo sulla  lucidità nelle letture offensive. Tuttavia, è indubbio che l’interpretazione di un diverso sistema di gioco, rispetto al 4-3-3, ha portato Insigne a compiere una evoluzione nel suo modo di stare in campo: da “semplice” punta esterna, con propensione offensiva agli inserimenti ed ai tagli alle spalle della linea difensiva avversaria, ad attaccante completo.

Francesco Infranca