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Maurizio Sarri aveva fatto capire che il peggio era finalmente passato.
Il calendario era stato il primo nemico del suo Chelsea. Alternare il Manchester City, tre volte il Tottenham, il Manchester United e l’Arsenal in tutte e tre le competizioni inglesi in questi due mesi è stato realmente proibitivo dopo i primi scricchiolii di fine anno.

 

Svolta importante di una stagione, che sembrava arenarsi con l’uscita dalla FA Cup, è stata proprio la finale di Carabao Cup. Contro Guardiola si è vista tutta l’applicazione di una squadra che ha ancora molto da dare a questo campionato e a questo allenatore. E proprio nel momento in cui subisce un’insubordinazione che avrebbe messo in ginocchio chiunque (questione Kepa) riceve l’affetto e la stima di tutto l’ambiente londinese e dimostra anche tutta la sua umanità nel comprendere l’accaduto a mente fredda.
“Allora forse non è colpa dell’allenatore. Forse sono i giocatori che non si comportano da professionisti. Sono saltati i migliori su quella panchina”
 
Questi alcuni dei primi pensieri balenati nelle menti di tutti gli appassionati. Ma anche gli stessi calciatori ed ex si sono accodati a questi. La verità è nel mezzo. Il mister stava perdendo le redini di una squadra che però costellata di star non abituate ad un certo tipo di lavoro.
Sarri è una novità assoluta in quel palcoscenico. Gli altri italiani, che qualche trofeo hanno alzato, si presentavano con un’altra filosofia che ha riscritto il DNA di questo club. Probabilmente solo Conte aveva un culto del lavoro simile al maestro di Figline, seppur con obiettivi tattici diametralmente opposti, ed è stato rigettato da questo gruppo e liquidato come uno qualunque. Non è facile lavorarci in un certo modo.
Ma da quel trofeo perso solo ai rigori ne sono usciti dati molto positivi. Un allenatore che sa cambiare partita a seconda dell’avversario e del momento del match. Un gruppo che seguendolo dimostra che forse non ci sono 6 goal di differenza rispetto alla capolista. Un portiere, che anche se completamente fuori luogo, ha comunque dimostrato una certa personalità e la capacità di essere determinante. Dei leader che hanno a cuore il destino di questa maglia e della guida tecnica (Azpilicueta, Rudiger e David Luiz su tutti). Un fenomeno assoluto (Kantè).
E con le due vittorie dei due derby londinesi (Tottenham Fulham) ne vengono altrettante di risposte. Continuità per continuare a gettare benzina sul fuoco della fiducia. Applicazione per tutti e 90 i minuti. L’aver ritrovato un centravanti di manovra come Higuain come punto di riferimento. L’intesa con un Jorginho (nel secondo match migliore in campo) che oltre un goal meraviglioso (su azione!) ha finalmente imbucato con semplicità il vertice. Cosa che non riusciva minimamente a fare con uno statico Giroud e con uno spaesato Morata. Una catena di destra sempre più solida con Rudiger-Azpilicueta-Kante-Willian che danno una costanza di rendimento. Una concentrazione da parte di Hazard, che se pur ancora caotico, dimostra volontà di volere rendere al meglio.
Un Kovacic sempre più vice Jorginho che riesce ritagliarsi un ruolo importantissimo. Probabilmente come mezzala ha fallito e la superiorità fisica di Barkley e Loftus-Cheek sono fin troppo palesi oramai, ma è un altro “quick of mind” come l’italo-brasiliano. Può ancora migliorare.
Tantissimi feedback positivi che con questi 6 punti danno respiro all’ambiente. Si sono messe le basi per tornare a divertire e dare spettacolo e magari a fare un tot di risultati utili di seguito che possano assicurare la qualificazione in Champions.
Ma la strada e molto lunga e la prossima tappa passa per un Europa League da vincer. Testa alla Dinamo Kiev.

Dario Romaniello